La coscienza è

André Breton

Davanti all’emozione provocata dalla sanguinaria repressione di Budapest, rammento che si trovò qualcuno — nello specifico, Aragon — per cercare di cavarsi d’impaccio usando un argomento specioso. Per le necessità della propria causa, praticamente perduta, ritenne di dover ricordare un dialogo tra Napoleone e il maresciallo Marmont.
Napoleone voleva sapere dal maresciallo Marmont cosa avrebbe fatto nel caso in cui lui, Napoleone, davanti a un’invasione straniera impossibile da sradicare, gli avesse dato l’ordine di difendere ad ogni costo una posizione, la collina di Montmartre ad esempio, qualora i rappresentanti della popolazione gli avessero fatto osservare l’inutilità dei sacrifici di vite che ciò avrebbe comportato. Avendo Marmont chiesto di rifletterci, Napoleone lo avrebbe redarguito: «Marmont, siete un uomo di coscienza, non siete un uomo d’onore: voi mi tradirete».

Va da sé che Aragon intendeva con ciò porsi dalla parte dell’onore, che consisterebbe nell’obbedienza ad occhi chiusi ad un potere a cui consegnarsi una volta per tutte, a cui sia proibito in ogni caso chiedere conto delle sue vessazioni. Dunque, per essere un uomo d’«onore», Marmont avrebbe dovuto rispondere: «Ai vostri ordini, sire», giustificando così a priori sia i nazisti di Oradour e di Buchenwald che gli apologeti dei processi di Mosca.
A quel prezzo, di certo non siamo molti in questa sala ad essere a favore dell’«onore». Chi fra noi non è sensibile alla spaventosa svalutazione della parola «onore» attraverso espressioni come «punto d’onore», «l’onore di servire», «morire sul campo dell’onore», «rendere gli onori funebri», «la legione d’onore», ecc.? A quella parola, ridotta dall’uso alla negazione del suo significato, non esiste in effetti parola da contrapporre in modo più acconcio della parola coscienza. Non è certo con la sospensione di quell’onore, ma con la perdita della coscienza, nel senso morale del termine, che noi moriamo.
La coscienza è quella forza individualista, sì, libertaria per eccellenza, che in presenza di questa o quella situazione ci introduce — a condizione che il cammino non venga devastato per colpa nostra — nei nostri recessi più segreti e ci induce a protestare contro ciò che per noi costituisce scandalo; la coscienza è ciò che ci unisce a questa vocazione umana, la sola in ultima analisi che si possa considerare sacra: quella di opporci, accada quel che accada, a tutto ciò che attenta alla più profonda dignità della vita. Il senso di questa dignità è innato in noi, e possiamo perderlo solo corrompendoci. A condizione di non aver fatto cattivo uso delle sue componenti, che sono l’amore e la libertà — il vero diamante che possediamo.
Mi sembra per lo meno inutile che una simile coscienza si richiami a precetti religiosi: essa è di natura tale da affermarsi liberamente, al di fuori d’ogni speranza parassita in una ricompensa al di là della vita. Ogni pensiero che abbia cessato di essere tutt’uno con questa coscienza non può che essere un pensiero degradato. Non c’è alcun bisogno di appellarsi ad un’istanza soprannaturale per convincersi che il duello atomico è un mostro che alimentiamo con la nostra pazienza, non foss’altro che nei confronti dei fisici, o che la guerra d’Algeria, trasudante petrolio, è un’orgia di crimini.

[dal discorso al Gala degli obiettori, 5 dicembre 1958]