Bernard Charbonneau
Siamo davanti a un’effettiva minaccia di guerra. Da un momento all’altro potremmo esser costretti ad abbandonarci ad essa, in preda a un’ondata d’entusiasmo collettivo. È giunto il momento di chiederci cosa ne pensiamo. Non si tratta di un compito gratuito poiché, se possiamo rassegnarci davanti alla guerra disertando o arruolandoci, la condizione primaria di questa acquiescenza è il rifiuto di pensarla.
È proprio perché la guerra costituisce una minaccia che questo confronto è utile. Non si tratta del problema della guerra in sé ma di ciò che saremo noi davanti a questa guerra.
La guerra totale
Questa guerra. Tutta la questione sta qui. Facendo uno sforzo per liberarci dai miti della politica estera: dal diritto dei popoli, dalla Germania, dalla Francia, cerchiamo di immaginarci che cosa potrebbe essere.
Percepiamo vagamente che non sarà minimamente paragonabile alle guerre del passato, neppure a quella del 1914. La guerra? Una parola che non ha molto senso, ma la mobilitazione generale, gli aerei, i gas…
Prima di tutto, guerra significa molte più possibilità di venire uccisi e tutte le possibilità di essere presi. È questa la sua caratteristica essenziale: nessuno di noi può sfuggire alla guerra. Dalla guerra di mercenari, con la coscrizione si è passati alle guerre nazionali, oggi arriviamo allo stadio della guerra totale che riguarda tutti e che implica qualsiasi attività. Al fronte, la guerra non è più una battaglia; la battaglia infatti presuppone un autentico odio contro il nemico e la presenza dell’avversario; presuppone inoltre una lotta ad armi pressoché pari; ma il fante, sotto il tiro di sbarramento o il bombardamento aereo non può far nulla per colpire il suo avversario o salvare la propria vita; sopporta e attende, è il suo unico ruolo. Cosa può la forza di un uomo contro la forza di una bomba che può farlo dissolvere completamente?
La guerra moderna è disumana, perché non sono più gli uomini a battersi, bensì le macchine a funzionare. L’aviatore, chiuso in un aereo di bombardamento, a 5.000 metri d’altitudine, a 400 chilometri all’ora è nel punto di una traiettoria, non ha nemmeno più coscienza di aver raggiunto un obiettivo, come volete che possa pensare a una donna o a un bambino uccisi? La folla impotente potrà anche levare i pugni, se il caso lo vorrà sarà vendicata da un missile della difesa aerea.
Quindi in questa guerra, cosa potrebbero significare il buon diritto, il coraggio e l’intelligenza? Ciò che importa in un esercito di diversi milioni d’uomini non è il genio di Napoleone, ma una buona organizzazione dei trasporti e riserve sufficienti di munizioni. Si ritorna all’età della pietra, dove vince il più forte: in una battaglia navale, un’imbarcazione che fila a 22 nodi e spara a 10 chilometri di distanza batte quella che fila a 20 nodi e spara a 8. L’esercito moderno non ha bisogno di eroi, gli occorrono dei tecnici. Questa evoluzione già sensibile nel 1914 ha continuato ad accentuarsi. In effetti, nel 1914 la sola arma equilibrata ampiamente usata era l’artiglieria. Da allora si sono sviluppati l’aviazione, i gas, i carri armati, ecc.; si può intravedere il momento in cui i mezzi saranno di un livello tale che il vincitore potrà prendere in considerazione il completo annientamento dello sconfitto. La guerra strategica del XVIII secolo è diventata guerra di distruzione; non si tratta più di battere l’avversario con una bella manovra, ma di distruggerlo, di fare un lavoro di demolizione, sopprimere quanti più uomini è possibile, demolire quanto più ferro e cemento è possibile, e a tale scopo possedere macchine frantumatrici ad alto rendimento e impiegate con metodo.
Ma la guerra non domina solo il fronte, regna anche nelle retrovie. La grande novità delle guerre attuali sono i bombardamenti aerei, con cui anche i civili possono essere uccisi. Soprattutto, la retrovia viene mobilitata come il fronte; mobilitazione delle menti (stampa, propaganda, mentalità di guerra e relative conseguenze); tutte le attività del paese mobilitate in vista della guerra: economia di guerra, ecc. La macchina da guerra non include più solo l’esercito, ma tutta la società. Per vincere, le retrovie devono essere organizzate in maniera implacabile come il fronte: più delle antiche guerre, la guerra moderna oppone organizzazione, non ideologia.
Le conseguenze della guerra
La guerra moderna è uno scatenamento di forze talmente disumane che è difficile conoscerne le conseguenze. Il timore che tutti proviamo davanti ad essa non è solo la paura della morte, ma quella di un fatto che sfugge alla comprensione; abbiamo un bel dirci che stiamo combattendo per il diritto, la democrazia, o le miniere di Vattelapesca, abbiamo paura perché non sappiamo dove ci porterà. Prima osservazione: colui che si lancia in guerra per perseguire un fine qualsiasi non è mai sicuro che questa non lo porti a risultati assai distanti. Non si esce dalla guerra.
La guerra è fine a se stessa; innanzitutto per le sue enormi distruzioni, poi perché lo stato di guerra tecnica impone un tipo particolare di organizzazione sociale (statalismo, censura, autarchia), vale a dire una società totalitaria. In quale misura le esperienze del 1914-1918 non hanno preparato le esperienze totalitarie?
[…]
Sembra proprio che l’uomo da solo non possa far fronte alla guerra. Essa gli si impone come una catastrofe; ma, allora, dipenderà dalle macchie solari o è fatta dagli uomini?
Soluzioni? Contro la guerra non ce ne sono. La prossima probabilmente ci costringerà a ripartire da zero, ad aspettare per far passare la tempesta e riprendere l’unica lotta efficace, vale a dire la lotta contro questa guerra e contro questa società che l’ha fatta.
Accettare la guerra, dopo tutto, significa riconoscere che la società attuale valga la pena di farsi ammazzare per essa. Potremo contare tutti coloro che vi prenderanno parte attiva come se si fossero dichiarati conservatori dell’ordine stabilito; il solo vantaggio della guerra sarà quello di poter contare i suoi veri amici e i suoi veri nemici.
[agosto 1939]

