Georges Henein
Un arcaismo.
A dire il vero, non è detto che questa parola abbia qualche ragione di comparire nel lessico presente. Ciò che meglio definisce la libertà, a livello della realtà contemporanea, è che nessuno sa più che posto accordarle, né se convenga dargliene uno.
Il conflitto fra la libertà e il sacro ha impegnato la storia, ma è come se non ci fossero che due vinti laddove si ergevano due esigenze trasfiguranti. Sicché non pare improprio occuparsi del mondo moderno senza far riferimento a una nozione talmente evocata da essere invocabile solo in contumacia.
Nel contesto socio-economico del nostro tempo, il cittadino (o, più esattamente, l’amministrato) è libero soprattutto per omissione dei poteri. Per l’umanità considerata nel suo insieme — non tenendo conto di certi settori privilegiati — la parte di libertà effettivamente disponibile deriva da una mera negligenza correggibile in qualunque momento. Omissione veniale, quindi, che di fatto è presto risolta allorché la libertà, tollerata allo stato latente, pretende di realizzarsi nel gesto, incarnandosi e penetrando come un parassita — un tentativo di disturbo — nel sistema di intimo condizionamento degli esseri che costituisce il progetto assoluto di ogni governo scientifico. La libertà è un lapsus dell’autorità. Laddove esiste, è grazie a un vuoto.
[…]
Tutto il progredire è già implicito nella rivoluzione del 1789, dove la libertà funge da soggetto d’eloquenza ma di cui tutto il lavoro di codificazione si adopera a enumerare diritti e doveri. Si sostiene che l’uomo «nasce libero». Ed è proprio qui che si può vedere la più crudele astuzia del subconscio rivoluzionario: prendere l’essere umano appena sbocciato, nel suo stato di maggiore dipendenza, e porre sulla sua fronte il diadema di una libertà di nessuna utilità, non è forse l’annuncio ritualizzato di tutte le derisioni future?
D’altronde la chiarezza non tarda ad imporsi. Non si è, non si è affatto più liberi; si è solo liberi di. Questa provvidenziale preposizione — un «di» che sembra generoso ma che suona più ostico dell’«a» privativo — assicura la polizia della speranza eccessiva, riconduce i vagabondi sulle strisce pedonali. Essere liberi di, significa non essere liberi del resto; un piccolo coprifuoco che non osa dire il suo nome.
Ma non basta. Ad uno stadio appena più avanzato, la libertà passa dal periodo attivo al modo passivo. Non si è più nemmeno liberi di, si viene liberati. Meravigliosa logomachia che chiude il cerchio, come l’estrema unzione chiude una vita. Si liberano le persone dalla fame, dalla sudditanza, dalla paura, dalla malattia, dal ricatto nucleare, dall’ignoranza. Le persone coinvolte non possono praticamente fare altro che subire questa liberazione. Come potrebbe la libertà non diventare loro profondamente estranea, dal momento che non partecipano alla sua acquisizione e si limitano ad attendere che ne venga devoluta loro una certa parte? Il processo liberatorio, così come viene organizzato su scala mondiale, ha lo scopo di squalificare la libertà-capriccio, la libertà-poesia, a profitto della libertà-merce: un sacco di farina, una macchina utensile, una scatola di farmaci, un’automobile. Le due grandi forze materialiste del tempo presente, il capitalismo e il marxismo, si ritrovano su questo terreno.
Nel corso della Seconda Guerra mondiale, il paralitico Roosevelt capì che occorreva parlare al mondo di libertà. Egli ricorse allora a un’astuzia mostruosa: ne parlò al plurale. Le libertà di Roosevelt erano la liquidazione di un singolare troppo ambizioso e troppo interiore all’individuo per essere sostenuto dagli Stati.
Forse, nel corso della sua storia, la libertà ha avuto senso solo su un piano metafisico o economico: la coscienza e gli scambi, il libero arbitrio e il liberalismo. La libertà politica è una lunga e patetica disavventura che contribuisce a formare consumatori modello e beoti telespettatori: esseri condizionati dal monopolio (o dalle tecniche) dell’informazione e dalle leggi dello sviluppo socio-economico. In alcuni di questi esseri, la libertà vegeta allo stato di nostalgia; in altri, sussiste come una sorta di progetto insensato ferocemente difeso contro l’indiscrezione del reale.
[Petite encyclopédie politique, 1969]
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