Venerdì 23 agosto 1929, alla comunità palestinese di Hebron (Al-Khalil, in arabo) erano giunte voci esagerate circa la gravità di alcuni atti di violenza commessi da ebrei contro i palestinesi e la profanazione di luoghi sacri a Gerusalemme. Ciò che era cominciato con un fitto lancio di pietre contro le case degli ebrei da parte di palestinesi inferociti e sfociato nell’accoltellamento a morte di un giovane studente di una yeshivah (scuola ebraica tradizionale dedita allo studio della Torah e del Talmud), era presto esploso in una vera e propria rivolta: la mattina seguente, altri palestinesi avevano fatto irruzione nella comunità ebraica ortodossa di Hebron uccidendo 67 ebrei di diverse età e provenienze — tutti disarmati e che in precedenza si erano rifiutati di collaborare con le milizie sioniste a causa della loro opposizione teologica al sionismo. Nel frattempo, decine di famiglie palestinesi di Al-Khalil offrivano rifugio a centinaia dei loro vicini ebrei, per proteggerli dalle violenze.
L’agosto del 1929 è stato un periodo di proteste diffuse e di violente rivolte scoppiate in tutta la Palestina in risposta alla crescente repressione coloniale britannica, all’agitazione sionista anti-palestinese e alle divisioni ideologiche all’interno del movimento nazionale palestinese. Gli eventi dell’agosto 1929 — che portarono alla morte di 116 palestinesi e 133 ebrei — vengono descritti in modi differenti dalle fonti, a seconda delle rispettive prospettive: «rivolte», «avvenimenti» o, in molti organi palestinesi, «sollevazioni». Spesso, soprattutto nella memoria storica sionista, vengono definiti metonimicamente «il massacro di Hebron» o «il pogrom di Hebron».
Tali eventi hanno cambiato sostanzialmente gli orientamenti politici delle comunità ebraiche al di fuori della Palestina. Fino a quel momento, i giornali yiddish di sinistra e comunisti in America avevano assunto posizioni diverse sul sionismo, che spaziavano dal sostegno passivo all’agnosticismo fino all’esplicito antisionismo. Dopo il 1929, molti di quei giornali hanno virato a destra, abbracciando apertamente aspetti del sionismo che prima rifiutavano, in risposta a quelli che consideravano «pogrom» antisemiti in stile est-europeo, perpetrati da «barbari arabi».
Il giornale anarchico yiddish più letto al mondo, Di fraye arbeter shtime (FAS), offrì un esempio poco noto del discorso ebraico e sulla reazione politica successiva alle immani violenze. Il 30 agosto, nemmeno una settimana dopo il massacro di Hebron, il giornale si discostò dalla sua storica opposizione al sionismo pubblicando un editoriale intitolato Una vergognosa macchia sull’umanità a difesa delle comunità ebraiche e degli insediamenti sionisti in Palestina. «È deplorevole» scrissero i redattori, «ma non abbiamo altra scelta». A differenza del loro rivale comunista, il Morgn frayhayt, che dopo il 1929 si era anch’esso frammentato al suo interno, il FAS non aveva mai assunto una posizione apertamente antisionista. Tuttavia il sionismo era considerato da molti dei suoi collaboratori antitetico ai principi anarchici. E fu proprio questo a rendere così scioccante la loro improvvisa adesione al militantismo sionista: il FAS era passato dal denunciare come fascista la «violenza fisica e brutale» associata al sionismo revisionista e al suo leader Vladimir Jabotinsky, a considerarla l’unica via per garantire la sicurezza della comunità ebraica in Palestina. Questa prospettiva veniva giustificata con rappresentazioni sorprendentemente razziste dei palestinesi, dipinti come «selvaggi» che non sarebbero mai stati in grado di apprendere gli insegnamenti del marxismo e che quindi non avrebbero mai potuto diventare pienamente umani.
Alcuni mesi dopo, un gruppo di giovani anarchici ebrei polacchi espresse pubblicamente il proprio dissenso. Con una prosa yiddish incisiva e potente, condannarono il FAS per quella che definivano simpatia del giornale per «il diavolo sionista» e per l’ipocrita adesione alla politica fascista. Opponendosi alla riduzione dei palestinesi a «pogromisti», equiparavano la difficile situazione del proletariato ebraico a quella dei contadini palestinesi, i fellahin, che a loro avviso avevano più cose in comune con le vittime dei pogrom antisemiti che con i carnefici. Al tempo stesso, ribadivano fermamente il diritto dei palestinesi a rimanere sulla propria terra: «Non dobbiamo nemmeno dimenticare che la costruzione di città e villaggi è stata fatta sui poveri corpi dei [contadini palestinesi]… terra che loro e i loro antenati hanno lavorato per generazioni».
Quasi un secolo dopo, il problema della presunta necessità della rappresaglia e della violenza punitiva persiste allorché lo Stato di Israele presenta la sua campagna genocida a Gaza come una giusta risposta agli attacchi di Hamas del 7 ottobre. Sia il periodo successivo al 1929 che quello successivo al 7 ottobre emergono come tra i periodi più dolorosi e violenti della storia della Palestina, periodi in cui ampie fasce della comunità ebraica globale sono state arruolate in un discorso di violenza sterminatrice «necessaria». Allo stesso tempo, le proteste ebraiche visibili in solidarietà a Gaza — in luoghi simbolo come la Grand Central Station di New York o al fianco dei palestinesi e di altri nei campi studenteschi in tutto il paese — hanno portato alla luce una più ampia frattura comunitaria.
La replica degli attivisti ebrei polacchi del 1929 offre un correttivo alla politica dominante del presente — «Anche il nostro animo è profondamente addolorato per la tragedia che ha colpito tanti ebrei. Tuttavia ciò non giustifica in alcun modo la perdita di se stessi… Più la violenza cresce e s’intensifica, maggiore diventa la nostra responsabilità e il nostro dovere di individuarne la causa e formulare l’analisi corretta» — facendo da contrappeso a quello che consideravano un ciclo di violenza e contro-violenza destinato a ulteriore distruzione.
La politica anti-sionista e socialista dei radicali ebrei polacchi viene troppo spesso liquidata come letale ingenuità che in qualche modo li avrebbe condotti alla morte nel genocidio nazista, oppure viene oscurata a favore di narrazioni sioniste che ignorano l’urgenza delle loro richieste per un mondo migliore. Ma vale la pena ricordare la loro posizione di principio — il rifiuto di politiche reazionarie ed escludenti a favore di una sobria analisi materiale e della solidarietà — nonostante il crescente pericolo che li circondava. Questi articoli offrono uno scorcio di quella tradizione.
La traduzione è stata adattata per motivi di brevità e chiarezza.
Una vergognosa macchia sull’umanità
Comitato editoriale di Di fraye arbeter shtime, 30 agosto 1929
Il sangue ebraico scorre di nuovo a fiumi. Decine di persone sono state assassinate a Gerusalemme, ad Hebron, a Tel Piyot e persino a Tel Aviv. Centinaia sono state ferite nelle città antiche, nei villaggi e nelle colonie di tutta la Terra d’Israele. Ebrei oppressi, umiliati e messi al bando sono sparsi in tutto lo Yishuv(1), cacciati dalle loro case e assai incerti sul futuro che li attende. Una simile distruzione non si abbatteva sul popolo ebraico nella nostra terra ebraica da molti secoli.
Restiamo intimiditi e attoniti di fronte a questi sanguinosi eventi. Ancora non siamo in grado di spiegarci cosa sia accaduto. Chi è responsabile del sangue innocente versato? A chi dobbiamo attribuire la colpa di questi crimini? Si tratta semplicemente di odio razziale? Di fanatismo religioso? Di opposizione all’immigrazione? O dietro questi pretesti si nascondono interessi economici e politici?
Gli arabi, o almeno molti di loro, sono davvero animati dal desiderio di liberare la loro terra dal dominio straniero, come i comunisti cercano di farci credere? Questi pogrom non sono altro che il preludio di una rivolta, un tentativo da parte degli effendi(2) e del governo locale di deviare la rabbia del loro popolo lontano dai veri colpevoli, per indirizzarla verso gli indifesi ebrei che sono da sempre il capro espiatorio?
Chi può sapere e chi può dire con certezza quali poteri possono animare una folla selvaggia e sfrenata, scatenata nell’omicidio e nel massacro? È possibile che tutte le cause e i poteri appena menzionati abbiano agito assieme per produrre queste incredibili immagini di orrore. In ogni caso, adesso non è il momento per le congetture e le sottigliezze. Ciò non fermerà la tragedia in questo momento.
Il destino dell’ebreo è miserabile, qualunque cosa faccia e ovunque si trovi. L’ebreo non trova protezione da nessuna parte: nessuna sicurezza per la sua vita e nessuna possibilità di esistere come una persona uguale. Provenendo da qualsiasi luogo, con grande stanchezza, gli ebrei s’insediano in una terra vuota in cui hanno una qualche pretesa storica. Ne bonificano le paludi, costruiscono città e villaggi, migliorando la qualità della vita dei suoi arretrati e semi-selvaggi abitanti — e poi vengono di nuovo condotti come pecore al macello sotto la cosiddetta protezione di un governo laburista inglese!(3)
La loro esistenza è stata abbandonata. La loro più grande calamità non ispira alcuna empatia nel cuore di nessuno. Persino gli ebrei stessi, per quanto vergognoso possa essere, non sono minimamente commossi dalla difficile situazione sofferta dai loro fratelli!
Molti ebrei di sinistra intelligenti traggono silenziosamente un sadico orgoglio da questi eventi, gridando «Che si possa vivere abbastanza a lungo da vedere altre vendette simili contro gli odiosi sionisti!». In effetti, non mancano gli ebrei che ritraggono gli assassini arabi come eroi, combattenti per la libertà e rivoluzionari. Il barbaro, l’animale — ce ne sono molti tra noi — si scateneranno per distruggere il mondo alla prima occasione.
Sotto molti aspetti il pogrom odierno è una distruzione ben peggiore di eventi analoghi avvenuti nell’ex-Impero russo, o di qualsiasi altro accadimento nella Romania contemporanea. La malevolenza del governo e lo squallore del regime erano i responsabili di quei pogrom — poteri che speravamo di vedere rapidamente perdere di significato [grazie alla rivoluzione].
Ora, persino la speranza e la consolazione ci sono state tolte. La nostra ultima ed unica speranza — speranza triste e spiacevole, non c’è dubbio — è quella di creare in noi, nel nostro popolo, il potere di contrattaccare e combattere la violenza con la violenza. I giovani ebrei devono essere cresciuti, formati e preparati per difendere la propria terra dagli attacchi. In Palestina soprattutto, questa è una necessità incondizionata che non può più essere rimandata.
È deplorevole che nel XX secolo la pura forza fisica sia ancora l’unica protezione contro l’aggressione e il pericolo mortale. È anche spiacevole, poiché ciò porta ad ulteriori conflitti, al fascismo e al rafforzamento della barbarie.
Tuttavia, non abbiamo altra scelta.
Saremo capaci di moralizzare gli arabi selvaggi — insegnare loro un perek(4) del marxismo, illuminarli, trasformarli in popolo e in internazionalisti — solo quando avranno cessato le loro esplosioni, quando sentiranno e sapranno che attaccare gli ebrei significa mettere la loro vita in pericolo.
Le loro vite non troveranno sicurezza in nient’altro.
L’altra faccia della medaglia
Un gruppo anonimo di anarchici polacchi, 8 novembre 1929
Abbiamo letto il vostro articolo, Una vergognosa macchia sull’umanità. A quanto pare, avete concesso cittadinanza a un’ideologia reazionaria nelle vostre menti. Una simile ideologia vi risparmia pensieri difficili e faticosi. E guarda un po’ — avete pubblicato un’opinione che qualsiasi nazionalista fanatico sionista approverebbe senza riserve!
Possiamo comprendere che i fiumi di sangue versato abbiano profondamente turbato il vostro animo. Anche il nostro animo è profondamente addolorato per la tragedia che ha colpito così tanti ebrei. Tuttavia ciò non giustifica in alcun modo la perdita di se stessi. Voi scrivete: «Non è il momento per le congetture e le sottigliezze. Ciò non fermerà la tragedia in questo momento». È il contrario. Più la violenza cresce e si intensifica, maggiore diventa la nostra responsabilità e il nostro dovere di individuarne la causa e formulare l’analisi corretta.
Sappiamo molto bene che l’imperialismo inglese è la Roma moderna, e sappiamo quanto siano ignobili e laidi i suoi artigli. Ci è chiaro che l’Inghilterra vorrebbe che sia gli ebrei che i lavoratori [arabi] non abbiano nulla, stiano zitti e siano contenti di permettere all’Inghilterra di praticare il suo omicidio colonialista e la sua politica del furto. Ma il nostro mondo peccaminoso non ha popoli così contenti. Entrambe le parti avanzano le proprie richieste e lamentele, e l’Inghilterra ricorre all’antico metodo romano: dividere e conquistare. Appiccare il fuoco tra i popoli e poi frustarli per la loro disonestà.
Conosciamo tutto ciò fin troppo bene. Tuttavia sappiamo anche che ciò non sarebbe possibile se non ci fosse già la legna necessaria per il fuoco. È per questo motivo che non possiamo liquidare sbrigativamente i recenti eventi con lo striminzito pretesto degli interessi inglesi. Siamo altrettanto lontani dall’attribuire tutta la colpa al nostro detestato capitalismo e dal dichiarare che si tratta di un tentativo «da parte degli effendi e del governo locale di deviare la rabbia del loro popolo lontano dai veri colpevoli, per indirizzarla verso gli indifesi ebrei che sono sempre il capro espiatorio». Precisamente ora, gli «indifesi ebrei» non sono né indifesi, né capri espiatori.
Il diavolo sionista, con la sua criminale e irresponsabile agitazione demagogica, ha convinto gli «indifesi» ebrei, le masse ingenue, che ritorneranno nella loro patria sotto la protezione delle ali espansive e potenti di quel grande popolo biblico, gli inglesi. Le masse credulone e ingenue hanno preso tutto ciò alla lettera e si sono lanciate alla conquista della terra di Palestina al grido di «Hurrà!», sotto la bandiera britannica e con l’aiuto dei battaglioni inglesi. Questo popolo pietoso, agitato dalla demagogia sionista, non si è accontentato solo di conquistare la terra, di diventarne semplicemente il proprietario, ma ha anche iniziato con gioia una nuova campagna: la conquista del lavoro(5) con lo slogan Swój do swego(6), sotto il quale loro stessi hanno sofferto nella loro terra di Polonia e condannato quale ingiustizia.
Non bastava soltanto rubare la terra agli arabi; avevamo bisogno poi di cacciarli dalla loro terra! Gli ebrei volevano consolidare ogni diritto per sé. Quando pareva che un determinato diritto stesse per cadere nelle mani degli arabi rischiando di far loro del bene, i sionisti iniziavano a gridare: «I Filistei sono su di te, Israele!». L’obiettivo è trasformare l’arabo in una creatura emarginata e degradata che deve sempre tremare di paura al solo pensiero del proprietario terriero ebreo.
Abbiamo avuto modo di parlare con diversi ebrei in Palestina, i quali si vantavano allegramente del fatto che gli arabi tremassero di paura davanti agli ebrei: «Li teniamo nel terrore!»; «Se un arabo si azzarda a fiatare, si becca un pugno in faccia e impara a non farlo di nuovo».
Questa criminale agitazione sionista ha instillato una tale stupida chutzpah(7) contro gli arabi nella psicologia del pubblico ebraico, che questi considera gli arabi peggio di quanto le Centurie Nere(8) dell’epoca zarista considerassero gli ebrei! C’è forse da meravigliarsi, allora, che l’animo arabo abbia accumulato un odio talmente incontrollabile che prima o poi sarebbe inevitabilmente esploso? Certo, sia gli imperialisti inglesi che i cospiratori comunisti, che gli effendi, hanno sfruttato la scintilla per accelerare l’intero processo. Ma anche senza di loro, era inevitabile che si sprigionasse.
Se solo gli ebrei fossero venuti soltanto con la loro «qualche pretesa storica»! Come avete scritto, sono venuti invece per «bonificare le paludi [della Palestina], costruire città e villaggi, migliorando la qualità della vita dei suoi abitanti arretrati e semi-selvaggi». Senza questo, non ci sarebbe stato alcuno scontro! Lo dimostra la storia del Vecchio Yishuv, così come il lungo e tranquillo movimento Hibbat Zion(9) che gli arabi osservavano con calma e lasciarono per lo più in pace. Ma questo non bastava al sionismo politico, il quale voleva sfruttare le sue «pretese storiche» per diventare l’unico proprietario della terra. È per questo motivo che la «pretesa storica» ebraica era destinata a scontrarsi con la rivendicazione concreta degli arabi, i veri proprietari della terra. Gli arabi risposero ai sionisti con un antico proverbio ebraico: Loy meuktsekho veloy miduvshekho — «Non vogliamo il vostro miele e non vogliamo il vostro pungiglione».
Non dobbiamo poi dimenticare che la costruzione di città e villaggi è stata fatta sui corpi dei fellahin [contadini], cacciati dalle proprie terre dagli effendi. Terre che assieme ai loro antenati avevano coltivato per generazioni. Naturalmente, gli effendi non lo fecero per amore del sionismo, ma per amore del denaro ebraico.
Non si può inoltre trascurare il ruolo volgare e vergognoso che i sionisti hanno svolto come prima linea di difesa e mezzo di fortificazione per la ladresca occupazione britannica. Chi di noi non ha familiarità con la sacra e storica missione che i sionisti si sono assunti — difendere gli interessi dell’occupazione britannica e fungere da bastione dell’Occidente contro il selvaggio Oriente?
Ciò conferma soltanto che finché lo Yishuv ebraico non ha avuto pretese di potere esclusivo, è stato lasciato in pace! Quando lo Yishuv ha iniziato a scrivere sulle proprie bandiere «Uno Stato per gli Ebrei», allora si è trovato di fronte il diritto marginalizzato degli arabi, che considerano quella terra la loro patria araba, non con il potere di «privilegi precedenti», ma con l’attuale, concreto e reale privilegio di un popolo che si è stabilito sulla sua terra!
Pensiamo tuttavia che esista una terza via, al di là degli slogan agitatori, inutili e sciovinisti, come «Stato ebraico» e «Patria nazionale». Smettere di fare da baluardo tra l’occupazione inglese e gli arabi. Fare uno sforzo per raggiungere un’intesa con gli arabi — non con gli effendi, ma con i fellahin, i contadini — sempre che non sia già troppo tardi per un simile compito.
1 Letteralmente, «insediamento» o «colonia». Yishuv può riferirsi sia al «Vecchio Yishuv», la comunità ebraica residente in Palestina per secoli prima dell’arrivo del movimento sionista, sia al «Nuovo Yishuv» che si riferisce all’insediamento sionista in Palestina.
2 Titolo ottomano che si riferisce a un signore o a un proprietario terriero. In questo testo, viene usato come parola ottomana che si avvicina al termine yiddish balebos, ovvero «capo», «proprietario terriero». Gli autori si riferiscono alla classe più ricca dei sudditi (post-)ottomani che possedeva gran parte delle terre in Palestina.
3 Gli autori si riferiscono a Ramsay MacDonald, il primo ministro inglese che aveva ripreso il potere dai Conservatori per formare un governo laburista all’inizio di quell’anno.
4 Un perek (in yiddish, peyrek) si riferisce al capitolo di un testo ebraico, come il tanakh. Qui, viene usato in modo ironico in riferimento ai testi marxisti, come se fossero testi liturgici ebraici.
5 L’espressione «conquista del lavoro» si riferisce alla campagna sionista del «Kibbush ha-Avodah», un’iniziativa per boicottare i prodotti e i lavoratori arabi al fine di rafforzare e uniformare il settore ebraico dell’economia. Questa era vista da molti palestinesi sia come un’agitazione razzista, sia come una prova dell’aspirazione dei sionisti a diventare proprietari della terra.
6 Slogan polacco usato dai nazionalisti polacchi durante il boicottaggio polacco dei prodotti ebraici a Varsavia tra il 1912 e il 1914. Letteralmente traducibile con «il proprio attira il proprio», corrisponde al nostro «chi si somiglia si piglia» o «l’acqua cerca l’acqua».
7 Chutzpah è un termine yiddish che indica una sfacciata audacia, impudenza, sfrontatezza, un misto di arroganza e coraggio.
8 Il movimento delle Centurie Nere era un movimento nazionalista russo di estrema destra, filo-zarista, che incitava alla violenza dei pogrom contro gli ebrei.
9 Il movimento Hibbat Zion o Hovevei Zion (che significa «Amore di Sion» o «Amanti di Sion») fu il primo movimento sionista, secondo alcuni «proto-sionista», a raggiungere la Palestina. Pur non avendo avuto grande successo, il movimento Hibbat Zion riuscì a fondare il primo insediamento sionista in Palestina, Rishon LeZion (La prima di Sion) nel 1882, dando così inizio al «Nuovo Yishuv».

