Il senso comune suggerisce l’esistenza di una sola verità, di cui le esperienze soggettive di ognuno sono storture inesatte e per questo non valide. Pare esistere un’oggettività con cui misurare l’universo, a cui affidarsi per stabilire cosa è giusto o sbagliato, importante o trascurabile, vero o falso. Parametri arbitrari che restituiscono una chiave di lettura specifica della realtà, lenti calibrate in modo da captare soltanto alcuni e determinati aspetti del pianeta e di chi lo abita, occhi artificiali attraverso cui classificare e schedare ogni cosa. L’inquantificabile e l’inqualificabile non sono concepibili, restano invisibili; minano le certezze che legittimano i rapporti gerarchici tra le individualità oppresse e gli oppressori.
Se non ci fossero delle necessità più necessarie di altre sarebbe impensabile distruggere interi ecosistemi per rimpiazzarli con allevamenti-lager in cui rinchiudere, torturare e macellare milioni di individui; andrebbe oltre ogni comprensione annichilire intere regioni lanciando bombe e massacrando chi le abita; sarebbe assurdo impedire alle persone di muoversi liberamente basandosi su linee immaginarie e pezzetti di carta. Delle necessità ovviamente ci sono e le spiegano gli stessi che prendono decisioni e dispongono di miliardi di vite in nome della pacificazione, del profitto e del potere; in numerosissimi criticano, ferocemente si può dire, gli orrori del capitalismo e chi li perpetra. Tuttavia una ragione che mette tutti d’accordo c’è ed è incontraddicibile; si tratta del fondamento che sta alla base di tutte le argomentazioni ragionevoli che giustificano questa merda: la proprietà privata. Irrinunciabile, affermare il contrario è un po’ come dire di credere alle fate.
Se il concetto di proprietà, in un momento, venisse a mancare o perdesse la sua centralità, l’attimo seguente sancirebbe la fine del mondo per come lo conosciamo. A che servirebbe lavorare per comprare qualcosa che si può prendere in ogni momento, soltanto perché lo si desidera? A che scopo accumulare ricchezze per sé, quando chiunque può allungarvi le mani? Se non ci sono sbirri a difenderla e gabbie per rinchiudere chi la minaccia, che ce ne facciamo di un recinto che la definisce o di una legge che la istituisce? Come può esistere uno Stato se non è possibile tracciarne i confini? E chi detta le regole se mancano il luogo e gli individui a cui applicarle, i servi per farle rispettare e i modi per punire chi le viola? Eppure sotto sotto si sa, la gente senza qualcuno che gli dica cosa fare e cosa non fare è perduta, tra chi ammazza i vicini e commette atrocità indicibili e chi subisce senza nessuno che lo protegga. A pensarci bene però, in questo mondo ordinato gli individui vengono già sfruttati, torturati, rinchiusi e ammazzati. Tuttavia fa parte delle regole le quali, che piaccia o meno, servono perché tutto questo continui a funzionare. Quindi è necessario che si indossino correttamente gli occhiali, per continuare a vedere il senso nel mondo-prigione, altrimenti insopportabile, e per relegare nei confini dei sogni irrealizzabili le infinite alternative. Dopotutto questo è il migliore dei mondi possibili e, ad oggi, anche l’unico. Ma se, sbirciando oltre le lenti, divenissero visibili altri sensi, altri modi e altre ragioni del vivere e se questi fossero tanti quanti sono gli individui della Terra, perché ognuno vedrebbe con i propri occhi, calibrati sulle proprie e personalissime percezioni, allora, alla domanda: «Credi nelle fate?» — qualcuno potrebbe rispondere che no, non ci crede perché non ne ha bisogno: infatti riesce benissimo a vederle da sé.
Una volta buttati alle ortiche i metri di misura e i parametri su cui si fonda l’ordine esistente, sarebbe forse possibile vedere ed esperire cose altrimenti neanche immaginabili.
[Latebre, maggio 2026]

