Georges Henein
[…] Una delle conseguenze più singolari dell’antisemitismo moderno è proprio la creazione dello Stato d’Israele. Nella migliore delle ipotesi (ce ne sarebbero altre decisamente sinistre), le potenze che hanno sancito la creazione di questo Stato hanno inteso offrire agli israeliti riparazione per secoli di maltrattamenti. Questo gesto propagandistico maschera un’ipocrita scappatoia, poiché è nei luoghi in cui l’ingiustizia è stata commessa che si deve offrire una riparazione ed è solo lì che essa assume il suo pieno significato. Se l’Occidente è incapace di considerare gli Ebrei, una volta per tutte, come cittadini con le stesse qualità di tutti gli altri, aggrava notevolmente la sua responsabilità avviandoli verso una terra straniera. Ciò è talmente vero che ancora oggi i movimenti antisemiti che si manifestano in Europa non sono considerati tentativi criminali di dividere la nazione, ma intimazioni agli Ebrei di andarsene in Israele. È come se l’Occidente insistesse ad espandere le sue morbose manie e le sue insane ossessioni. Era di sua competenza insegnare alle popolazioni arabe che c’era un problema ebraico. Ma l’imbroglio è palese, ed è stato un grande scrittore ebreo ad evidenziarlo. In una lettera a un confratello cristiano, Manès Sperber inserisce questa apostrofe: «La lotta accanita contro l’antisemitismo è una faccenda vostra. Perché se questo odio è un pericolo talvolta mortale per noi, esso è la vostra malattia, un male vostro» (Le Talon d’Achille).
La psicologia dell’esclusione – su cui si fonda l’antisemitismo – è sempre stata estranea all’Islam e agli Arabi. In ogni conquista c’è un moto passionale. Ma nella conquista araba c’è anche un elemento di misura e di adattamento umano di cui la Storia propone qualche esempio. Laddove avanzavano, gli Arabi hanno raramente cercato di pressare le popolazioni, di forzarne l’adesione alla fede islamica o di proibire la partecipazione dei non-convertiti alla vita della comunità. La storia degli Arabi contiene innumerevoli episodi di rivalità sanguinose e di violenze, ma niente che assomigli a quegli esercizi di caccia all’uomo e di soppressione dell’altro la cui vergogna si è espansa nel corso dei secoli sull’Europa – dalla distruzione degli Albigesi fino a dopo l’Inquisizione. Nella celebre opera di A. Vasiliev, Storia dell’Impero bizantino, si può leggere: «Quando alla fine dell’XI secolo gli Spagnoli ripresero agli Arabi la città di Toledo, con loro grande stupore vi trovarono chiese cristiane rimaste intatte e appresero che le funzioni vi erano celebrate regolarmente. Allo stesso modo, quando alla fine dello stesso secolo i Normanni conquistarono ai Musulmani la Sicilia, vi trovarono un gran numero di cristiani che praticavano liberamente la loro religione, sebbene il dominio arabo nell’isola risalisse a più di duecento anni».
Ed è quasi superfluo ricordare che migliaia di Ebrei spagnoli in fuga dagli orrori dell’Inquisizione ricevettero asilo in terra d’Islam. Ritengo che la creazione dello Stato d’Israele abbia gravemente compromesso i rapporti umani che da lunga data consentivano agli Ebrei e agli Arabi di coabitare e di comprendersi. È infinitamente riprovevole che con la pretesa di chiudere una ferita si sia riusciti ad aprirne un’altra – quella del milione di rifugiati arabi che conoscono, a loro volta, la sventura dell’esodo.
La civiltà di domani, per procurare l’abbondanza agli uomini, dovrà ridurre le loro divisioni fittizie. Sarà un momento di chiarezza in cui bisognerà pure che si sbrogli il pugno del passato. Creare nuovi sradicati col pretesto di riassorbire l’effetto delle persecuzioni che non si è saputo impedire non fa che ritardare quel momento. Se ogni persecuzione è sterile, ancora più sterile è costruire uno Stato sul ricordo di tali persecuzioni.
[Études méditerranéennes, n. 8, novembre 1960]
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