A proposito di etnocidio

Pierre Clastres

Fino a qualche anno fa, il termine etnocidio non esisteva. Beneficiando del favore passeggero della moda e, più verosimilmente, della sua capacità di rispondere a una richiesta, di soddisfare una certa esigenza di precisione terminologica, l’uso di questa parola ha ampiamente e rapidamente travalicato il suo luogo d’origine — l’etnologia — per finire in pratica nell’ambito pubblico. Ma la repentina diffusione di un vocabolo può garantire all’idea che ha il compito di trasmettere di mantenere la coerenza e il rigore auspicabili? Non è scontato che la comprensione tragga beneficio dalla diffusione di un termine e che, in definitiva, si sappia in modo chiaro di cosa si parla quando ci si riferisce all’etnocidio. Nelle intenzioni di chi l’ha coniato, il vocabolo era sicuramente destinato a tradurre una realtà che nessun altro termine esprimeva. Se è stata avvertita la necessità di crearne uno nuovo è perché c’era qualcosa di nuovo su cui riflettere, o magari qualcosa di antico ma non ancora considerato. In sostanza, un’altra parola di uso comune da più tempo — genocidio — è stata ritenuta inadeguata o insufficiente a soddisfare questa nuova esigenza. Di conseguenza, non si può avviare una seria riflessione sull’idea di etnocidio senza prima tentare di determinare cosa distingua il fenomeno così designato dalla realtà che indica il genocidio.
Creato nel 1946 durante il processo di Norimberga, il concetto giuridico di genocidio è il riconoscimento sul piano del diritto di una tipologia di crimine fino a quel momento sconosciuta. Più precisamente, esso si riferisce alla prima manifestazione di detto crimine, debitamente registrata dalla legge: lo sterminio sistematico degli ebrei europei da parte dei nazisti tedeschi. Il crimine giuridicamente definito genocidio affonda quindi le sue radici nel razzismo, ne è il prodotto logico e, in ultima analisi, necessario: un razzismo che si sviluppi liberamente, come avvenne nella Germania nazista, non può che portare al genocidio. Le guerre coloniali che si sono susseguite a partire dal 1945 in tutto il Terzo Mondo, e che in alcuni casi sono ancora in corso, hanno d’altronde dato luogo a specifiche accuse di genocidio contro le potenze coloniali. Ma le dinamiche delle relazioni internazionali e la relativa indifferenza dell’opinione pubblica hanno impedito la creazione di un consenso analogo a quello di Norimberga; non ci sono mai stati procedimenti giudiziari.
Se il genocidio antisemita perpetrato dai nazisti è stato il primo ad essere giudicato nel nome della legge, in compenso non è stato il primo ad essere commesso. La storia dell’espansione occidentale nel XIX secolo, la storia della formazione degli imperi coloniali da parte delle grandi potenze europee, è costellata da metodici massacri di popolazioni autoctone. Tuttavia, a causa della sua estensione continentale e della vastità della caduta demografica che ha provocato, il genocidio che ha attirato maggiore attenzione è quello di cui furono vittime gli indigeni americani. A partire dalla scoperta dell’America nel 1492 si è messa in moto una macchina di distruzione degli indiani. Questa macchina continua a funzionare laddove sopravvivono, lungo la grande foresta amazzonica, le ultime tribù «selvagge». Nel corso degli ultimi anni, massacri di indiani sono stati denunciati in Brasile, Colombia e Paraguay. Sempre invano.
Orbene, è principalmente a partire dalla loro esperienza americana che gli etnologi, e in particolare Robert Jaulin, sono stati indotti a formulare il concetto di etnocidio. Questa idea si riferisce inizialmente alla realtà indigena del Sud America, dove esiste un terreno favorevole, per così dire, alla ricerca della distinzione tra genocidio ed etnocidio, essendo le ultime popolazioni indigene del continente vittime al tempo stesso di entrambi quei crimini. Mentre il termine genocidio rimanda all’idea di «razza» e alla volontà di sterminare una minoranza razziale, quello di etnocidio non indica la distruzione fisica delle persone (nel qual caso rimarremmo in una situazione di genocidio), ma la distruzione della loro cultura. L’etnocidio è quindi la distruzione sistematica dei modi di vita e di pensiero di persone diverse da coloro che compiono quell’operazione di distruzione. In breve, il genocidio assassina i popoli nei loro corpi, l’etnocidio li uccide nel loro spirito. In entrambi i casi si tratta pur sempre di morte, ma di un tipo differente: la soppressione fisica e immediata non è la stessa cosa della soppressione culturale, coi suoi effetti a lungo termine, a seconda della capacità di resistenza della minoranza oppressa. Non si tratta qui di scegliere il male minore: la risposta è fin troppo ovvia, meno barbarie è sempre meglio di più barbarie. Ciò detto, è sul vero significato di etnocidio che occorre riflettere.
Esso condivide con il genocidio un’identica visione dell’Altro: l’Altro è la differenza, certo, ma è soprattutto la differenza negativa. I due atteggiamenti divergono sulla natura del trattamento da riservare alla differenza. L’anima, si fa per dire, genocida preferisce semplicemente negarla. Gli altri vengono sterminati perché sono assolutamente malvagi. Viceversa l’etnocidio riconosce la relatività del male nella differenza: gli altri sono malvagi, ma possono migliorare costringendoli a trasformarsi fino a diventare possibilmente identici al modello che viene loro proposto, che è loro imposto. La negazione etnocida dell’Altro porta ad una sua assimilazione. Si potrebbero contrapporre genocidio ed etnocidio come due forme perverse di pessimismo e ottimismo. In Sud America, gli assassini di indiani portano all’estremo come differenza la posizione dell’Altro: l’indiano selvaggio non è un essere umano, ma solo un animale. L’omicidio di un indiano non è un atto criminale, il razzismo viene totalmente rimosso in quanto, per esercitarsi, comporta di fatto il riconoscimento di un minimo di umanità nell’Altro. Monotona ripetizione di un’antichissima infamia: affrontando l’etnocidio ante litteram, Claude Lévi-Strauss ricorda in Razza e Storia come gli Indiani delle isole si domandassero se i nuovi venuti spagnoli ​​fossero dèi o uomini, mentre i Bianchi s’interrogavano sulla natura umana o animale degli indigeni.
D’altra parte, da chi è praticato l’etnocidio? Chi aggredisce l’anima dei popoli? In prima fila, in Sud America ma anche in molte altre regioni, ci sono i missionari. Seminatori militanti di fede cristiana, tentano di sostituire alle credenze barbariche dei pagani la religione dell’Occidente. L’approccio evangelizzatore implica due certezze: in primo luogo, che la differenza — il paganesimo — sia inaccettabile e da rifiutare; in secondo luogo, che il male di detta differenza negativa possa essere mitigato e addirittura abolito. È in tal senso che l’atteggiamento etnocida è piuttosto ottimista: si presume che l’Altro, malvagio a priori, sia suscettibile di miglioramento, riconoscendogli i mezzi per elevarsi, attraverso l’identificazione, alla perfezione rappresentata dal Cristianesimo. Rompere la forza della credenza pagana significa distruggere la sostanza stessa di quella società. Ed è proprio questo il ​​risultato cercato: condurre l’indigeno, attraverso il cammino della vera fede, dallo stato selvaggio alla civiltà. L’etnocidio si realizza per il bene del Selvaggio. Il discorso laico non dice nulla di diverso quando enuncia, ad esempio, la dottrina ufficiale del governo brasiliano riguardo la politica indigenista. «I nostri Indios, proclamano i responsabili, sono esseri umani come gli altri. Ma la vita selvaggia che conducono nelle foreste li condanna alla miseria e alla sventura. È nostro dovere aiutarli a liberarsi dalla servitù. Essi hanno il diritto di elevarsi alla dignità di cittadini brasiliani, onde partecipare pienamente allo sviluppo della società nazionale e di godere dei suoi benefici». La spiritualità dell’etnocidio è l’etica dell’umanesimo.
L’orizzonte su cui prendono forma lo spirito e la pratica dell’etnocidio è determinato in base a due assiomi. Il primo proclama la gerarchia delle culture: alcune sono inferiori, altre superiori. Il secondo afferma l’assoluta superiorità della cultura occidentale. Questa cultura non può quindi avere con le altre, e in particolare con le culture primitive, che un rapporto di negazione. Si tratta tuttavia di una negazione positiva, che vuole eliminare l’inferiore in quanto tale per elevarlo ad un livello superiore. Si sopprime l’indianità dell’indio per farlo diventare un cittadino brasiliano. Nella prospettiva dei suoi agenti, l’etnocidio non può essere di conseguenza un’impresa di distruzione: al contrario, è un compito necessario, richiesto dall’umanesimo inscritto nella cultura occidentale.
La vocazione a misurare le differenze con il metro della propria cultura si chiama etnocentrismo. L’Occidente è etnocida in quanto etnocentrico, perché si pensa e si considera la civiltà. Si pone tuttavia una domanda: la nostra cultura detiene il monopolio dell’etnocentrismo? L’esperienza etnologica consente di rispondervi. Consideriamo il modo in cui le società primitive stesse si definiscono. Ci accorgeremo che in realtà non esiste auto-definizione, in quanto in modo ricorrente le società si chiamano quasi sempre in un unico e medesimo modo: Uomini. Per illustrare con alcuni esempi questo tratto culturale, ricordiamo che gli indiani Guaraní si chiamano Ava, che significa uomini; che i Guayaki dichiarano di essere Aché, «Persone»; che i Waika del Venezuela si proclamano Yanomami, «Gente»; che gli Eschimesi sono Innuit, «Uomini». Si potrebbe allungare all’infinito l’elenco di questi nomi propri che compongono un dizionario in cui tutte le parole hanno lo stesso significato: uomini. Per contro, ogni società indica sistematicamente i propri vicini con nomi dispregiativi, sprezzanti e offensivi.
Ogni cultura opera dunque una suddivisione dell’umanità: da una parte se stessa, che si afferma come rappresentazione per eccellenza dell’umanità, e dall’altra gli altri che partecipano solo in misura minore all’umanità. Il discorso che le società primitive tengono su se stesse, discorso condensato nei nomi che si conferiscono, è quindi etnocentrico in tutto e per tutto: affermazione della superiorità del proprio sé culturale, rifiuto di riconoscere gli altri come eguali. L’etnocentrismo appare così la caratteristica più ampiamente condivisa al mondo e, almeno da questo punto di vista, la cultura occidentale non si distingue dalle altre. È persino appropriato, spingendo un po’ oltre l’analisi, considerare l’etnocentrismo una proprietà formale di ogni formazione culturale, immanente alla stessa cultura. È insito nell’essenza della cultura l’essere etnocentrica, proprio perché ogni cultura si considera la cultura per eccellenza. In altre parole, l’alterità culturale non è mai percepita come una differenza positiva, ma sempre come un’inferiorità su un asse gerarchico.
Sta di fatto che, se ogni cultura è etnocentrica, solo quella occidentale è etnocida. Ne consegue che la pratica dell’etnocidio non dipenda necessariamente dalla convinzione etnocentrica. Altrimenti, qualsiasi cultura sarebbe etnocida: cosa che non è. Su questo piano ci pare si possa riscontrare una certa insufficienza nella riflessione condotta da tempo dai ricercatori, preoccupati a giusto titolo dal problema dell’etnocidio. Non basta, infatti, riconoscere e affermare la natura e la funzione etnocide della civiltà occidentale. Finché ci si accontenta di ritenere il mondo bianco un mondo etnocida, si rimane sulla superficie delle cose, si insiste nella reiterazione — legittima, certo, poiché nulla è cambiato — di un discorso già pronunciato persino dal vescovo Las Casas che, ad esempio, agli albori del XVI secolo denunciava in termini molto precisi il genocidio e l’etnocidio che gli spagnoli stavano infliggendo agli indiani delle Isole e del Messico. Dalla lettura delle opere dedicate all’etnocidio si ricava l’impressione che per i loro autori la civiltà occidentale fosse una sorta di astrazione, senza radici socio-storiche, una vaga essenza che in ogni epoca racchiudeva in sé lo spirito etnocida. Ma la nostra cultura non è affatto un’astrazione, è il prodotto costruito lentamente di una storia, rilevabile da una ricerca genealogica. Cosa rende etnocida la civiltà occidentale? È questa la vera domanda. L’analisi dell’etnocidio implica, oltre alla denuncia dei fatti, un’indagine sulla natura storicamente determinata del nostro mondo culturale. È quindi alla storia che occorre rivolgersi.
Così come non è un’astrazione extratemporale, la civiltà occidentale non è una realtà omogenea, un blocco indifferenziato identico in tutte le sue parti. Eppure è questa l’immagine che sembrano darne gli autori sopra citati. Ma se l’Occidente è etnocida come il Sole è luminoso, allora questo fatalismo rende inutile e persino assurda la denuncia dei crimini e l’appello alla protezione delle vittime. Non può essere invece che, proprio perché la civiltà occidentale è etnocida anzitutto al suo interno, possa diventarlo anche all’esterno, cioè contro le altre formazioni culturali? Non si può concepire la vocazione etnocida della società occidentale senza collegarla a questa particolarità del nostro mondo, particolarità che è anche il criterio classico di distinzione tra Selvaggi e Civilizzati, tra mondo primitivo e mondo occidentale: il primo comprende tutte le società senza Stato, il secondo è costituito da società statali. Ed è su questo punto che bisogna cercare di riflettere: è possibile contestualizzare legittimamente queste due caratteristiche dell’Occidente, la cultura etnocida e la società statale? Così facendo si capirebbe perché le società primitive possono essere etnocentriche senza essere etnocide, poiché sono per l’appunto società senza Stato.
L’etnocidio viene considerato la soppressione delle differenze culturali ritenute inferiori e malvagie, la realizzazione di un principio di identificazione, di un progetto di riduzione dell’altro al medesimo (l’indio amazzonico eliminato in quanto altro e ridotto al medesimo in quanto cittadino brasiliano). In altri termini, l’etnocidio porta alla dissoluzione del molteplice nell’Uno. E che dire allora dello Stato? In sostanza è l’ingerenza di una forza centripeta che tende, quando le circostanze lo esigono, a schiacciare le forze centrifughe opposte. Lo Stato si pretende e si proclama il fulcro della società, la totalità del corpo sociale, il padrone assoluto dei vari organi di quel corpo. Scopriamo così, al centro dell’essenza dello Stato, la forza agente dell’Uno, la vocazione a rifiutare la molteplicità, la paura e l’orrore della differenza. All’attuale livello formale in cui ci troviamo, constatiamo che la pratica etnocida e la macchina statale funzionano allo stesso modo e producono i medesimi effetti: dietro le sembianze della civiltà occidentale e dello Stato, riscontriamo sempre la volontà di ridurre la differenza e l’alterità, il significato e il sentore dell’identico e dell’Uno.
Abbandonando il piano formale e in un certo senso strutturalista per affrontare quello della diacronia, della storia concreta, consideriamo la cultura francese come un caso particolare della cultura occidentale, una raffigurazione esemplare dello spirito e del destino dell’Occidente. La sua formazione, radicata in un passato secolare, sembra strettamente collegata in modo flessibile all’espansione e al rafforzamento dell’apparato statale, prima nella sua forma monarchica, poi in quella repubblicana. Ad ogni sviluppo del potere centrale corrisponde una crescente estensione del mondo culturale. La cultura francese è una cultura nazionale, una cultura di ciò che è francese. L’estensione dell’autorità statale si traduce nell’espansionismo della lingua di Stato, il francese. La nazione può considerarsi costituita, lo Stato può proclamarsi detentore esclusivo del potere quando le persone su cui si esercita l’autorità dello Stato parlano la sua stessa lingua. Questo processo d’integrazione passa ovviamente per la soppressione delle differenze. È così che agli albori della nazione francese, quando la Francia era solo Francomania e il suo re un pallido signore del nord della Loira, la crociata degli Albigesi si abbatté sul Sud per abolirne la civiltà. L’estirpazione dell’eresia catara, pretesto e strumento d’espansione per la monarchia capetingia, avendo tracciato i confini quasi definitivi della Francia appare come un puro caso di etnocidio: la cultura del Mezzogiorno — religione, letteratura, poesia — venne irreparabilmente condannata e i linguadociani diventarono sudditi fedeli del re di Francia.
La Rivoluzione del 1789, consentendo il trionfo dello spirito centralista dei Giacobini sulle tendenze federaliste dei Girondini, portò a compimento l’impresa politica dell’amministrazione parigina. Le province, unità territoriali, si basavano ciascuna su una realtà antica, omogenea dal punto di vista culturale: lingua, tradizioni politiche, ecc. Furono sostituite dall’astratta suddivisione in dipartimenti, utile per rompere ogni riferimento alle particolarità locali e quindi per facilitare ovunque la penetrazione dell’autorità statale. La tappa finale di questo movimento, attraverso il quale le differenze svanirono una dopo l’altra di fronte al potere dello Stato, fu la Terza Repubblica, che trasformò definitivamente gli abitanti dell’esagono in cittadini grazie all’istituzione della scuola laica, gratuita e obbligatoria, seguita dal servizio militare obbligatorio. Ciò che restava di un’esistenza autonoma nel mondo provinciale e rurale dovette soccombere. Il processo di francesizzazione era completato, l’etnocidio consumato: le lingue tradizionali perseguitate in quanto dialetti arretrati, la vita dei paesi ridotta al rango di spettacolo folcloristico destinato al consumo turistico, e così via.
Per quanto breve, questo sguardo alla storia del nostro paese può bastare a dimostrazione che l’etnocidio, in quanto soppressione più o meno autoritaria delle differenze socio-culturali, è insito nell’essenza e nel funzionamento dell’apparato statale, che avanza uniformando il rapporto che lo lega agli individui: lo Stato riconosce soltanto cittadini uguali davanti alla Legge.
Affermare, a cominciare dall’esempio francese, che l’etnocidio appartiene all’essenza unificatrice dello Stato porta alla logica conclusione che qualsiasi formazione statale sia etnocida. Esaminiamo rapidamente il caso di un tipo di Stato forte diverso dagli Stati europei. Gli Inca erano riusciti a costruire nelle Ande una macchina governativa che suscitò l’ammirazione degli spagnoli, sia per la vastità della sua estensione territoriale sia per la precisione e la meticolosità delle tecniche amministrative che consentivano all’Imperatore e ai suoi numerosi funzionari di esercitare un controllo pressoché totale e permanente sugli abitanti dell’Impero. L’aspetto propriamente etnocida di quella macchina statale si manifestava nella sua tendenza a rendere Inca le popolazioni appena conquistate: non solo obbligandole a versare tributi ai nuovi sovrani, ma soprattutto costringendole a celebrare prioritariamente il culto dei conquistatori, il culto del Sole, ovvero dello stesso Inca. Una religione di Stato, imposta con la forza, anche a scapito dei culti locali. È anche vero che la pressione esercitata dagli Inca sulle tribù soggiogate non raggiunse mai la violenza dello zelo maniacale con cui gli spagnoli annientarono in seguito l’idolatria indigena. Per quanto abili diplomatici, gli Inca sapevano comunque usare la forza all’occorrenza e la loro organizzazione reagiva con la massima brutalità, come fa qualsiasi apparato statale quando il suo potere viene messo in discussione. Le frequenti rivolte contro l’autorità centrale di Cuzco, dapprima spietatamente represse, furono poi punite con la deportazione di massa dei vinti in regioni assai distanti dal loro territorio natale, caratterizzato dalla rete dei luoghi di culto (sorgenti, colline, grotte, ecc.): sradicamento, deterritorializzazione, etnocidio…
La violenza etnocida, come negazione della differenza, fa parte dell’essenza dello Stato, sia negli imperi barbari che nelle società civilizzate occidentali: ogni organizzazione statale è etnocida, l’etnocidio è la normale modalità di esistenza dello Stato. C’è dunque una certa universalità dell’etnocidio, caratteristico non solo di un vago e indeterminato «mondo bianco», ma di tutto l’insieme di quelle società che sono statali. La riflessione sull’etnocidio passa attraverso un’analisi dello Stato. Ma dovrebbe forse fermarsi lì, attenersi alla constatazione che l’etnocidio è lo Stato e che, da questo punto di vista, tutti gli Stati si equivalgono? Ciò significherebbe ricadere nello stesso peccato di astrazione che abbiamo rimproverato alla «scuola dell’etnocidio», significherebbe ancora una volta trascurare la storia concreta del nostro mondo culturale.
Dove risiede la differenza che impedisce di mettere sullo stesso piano, o di mettere snello stesso sacco, gli Stati barbari (Inca, Faraoni, dispotismi orientali, ecc.) e gli Stati civilizzati (il mondo occidentale)? Questa differenza è identificabile innanzitutto nella capacità etnocida degli apparati statali. Nel primo caso, tale capacità è limitata non dalla debolezza dello Stato ma, al contrario, dalla sua forza: la pratica etnocida — che abolisce la differenza qualora diventi opposizione — cessa non appena la forza dello Stato non corre più alcun rischio. Gli Inca tolleravano una relativa autonomia delle comunità andine quando queste riconoscevano l’autorità politica e religiosa dell’Imperatore. Viceversa vediamo che nel secondo caso — gli Stati occidentali — la capacità etnocida non ha limiti, è sfrenata. Ed è proprio per questo che può portare al genocidio, che di fatto si può parlare del mondo occidentale come assolutamente etnocida. Ma da dove deriva questo? Cosa contiene la civiltà occidentale che la rende infinitamente più etnocida di qualsiasi altra forma di società? È il suo regime di produzione economica, spazio appunto dell’illimitato, spazio senza luoghi in quanto è un continuo passo indietro del limite, spazio infinito di una fuga in avanti permanente. Ciò che differenzia l’Occidente è il capitalismo, in quanto impossibilità di restare al di qua di un limite, in quanto passaggio al di là di ogni limite; è il capitalismo, sistema di produzione per cui nulla è impossibile, tranne il non essere fine a se stesso: che sia liberale e privato come nell’Europa occidentale, o pianificato e statale come nell’Europa orientale. La società industriale, la più formidabile macchina di produzione, è per questo stesso motivo la più terrificante macchina di distruzione. Razze, società, individui; spazio, natura, mari, foreste, sottosuolo: tutto è utile, tutto deve essere utilizzato, tutto deve essere produttivo, di una produttività spinta ad un regime di massima intensità.
Ecco perché non si poteva dare tregua alle società che abbandonavano il mondo alla sua tranquilla improduttività originaria; ecco perché era intollerabile agli occhi dell’Occidente lo spreco rappresentato dal non sfruttamento di immense risorse. La scelta lasciata a queste società era un dilemma: o cedere alla produzione, o scomparire; o l’etnocidio, o il genocidio. Alla fine del secolo scorso, gli indigeni delle pampa argentine furono totalmente sterminati pur di permettere l’allevamento estensivo di ovini e bovini, che costituì la base della ricchezza del capitalismo argentino. All’inizio di questo secolo, centinaia di migliaia di indio amazzonici perirono sotto i colpi dei cercatori di caucciù. Attualmente, in tutto il Sud America, gli ultimi indigeni liberi stanno soccombendo sotto l’enorme pressione della crescita economica, soprattutto in Brasile. Le strade transcontinentali, la cui costruzione sta accelerando, costituiscono il fulcro della colonizzazione dei territori attraversati: guai agli indigeni incontrati sulla via! Quale peso possono avere poche migliaia di selvaggi improduttivi rispetto alla ricchezza in oro, minerali rari, petrolio, allevamento di bestiame, piantagioni di caffè, e via dicendo? Produrre o morire, è questo il motto dell’Occidente. Gli indiani del Nord America l’hanno imparato sulla loro pelle, sterminati per consentire la produzione. Uno dei loro carnefici, il generale Sherman, lo aveva dichiarato candidamente in una lettera indirizzata a un famigerato assassino di indiani, Buffalo Bill: «In base a una mia stima, nel 1862 c’erano circa 9 milioni e mezzo di bisonti nelle pianure tra il Missouri e le Montagne Rocciose. Sono tutti scomparsi, uccisi per la loro carne, le loro pelli e le loro ossa. […] Nello stesso periodo, c’erano circa 165.000 Pawnee, Sioux, Cheyenne, Kiowa e Apache, la cui alimentazione ogni anno dipendeva da quei bisonti. Anche loro sono spariti e sono stati sostituiti dal doppio o dal triplo di uomini e donne di razza bianca, che hanno fatto di questa terra un giardino e che possono essere censiti, tassati e governati secondo le leggi della natura e della civiltà. Questo cambiamento è stato salutare e sarà compiuto fino in fondo».
Il generale aveva ragione. Il cambiamento sarà compiuto fino in fondo, finirà quando non ci sarà più nulla da cambiare.

[Encyclopaedia Universalis, 1974]