Günther Anders
Nel 1982, nel pieno dell’invasione israeliana del Libano, Günther Anders inviò la seguente lettera alla comunità ebraica di Vienna. Come Fredy Perlman, che scrisse anch’egli un testo critico e personale sulla guerra del Libano del 1982 (Antisemitismo e pogrom di Beirut), Anders rimase disgustato per le atrocità commesse dalle forze armate israeliane in Libano, atrocità difese dai membri della sua stessa comunità. Egli non poté restare a guardare mentre la (sua) comunità ebraica rimaneva in silenzio o, ancor peggio, sosteneva il terrore del governo di Menachem Begin. Per questo motivo decise di scrivere questa lettera aperta, in quanto ebreo contrario a qualsiasi uso dell’identità o della storia ebraica per giustificare simili aberranti azioni.
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17 giugno 1982
Egregi signori,
Vi prego di non prendere alla leggera questa lettera e la decisione in essa comunicata. Perché io non sono solo il contribuente Günther Stern menzionato nelle vostre liste, ma anche qualcun altro. Il mio amico Friedrich Heer, che di recente ha pronunciato una laudatio nei miei riguardi, ha chiesto nell’ultimo Jüdische Echo: «Fra gli ebrei di Vienna, chi lo conosce?». In breve: sono Günther Anders, noto a livello internazionale, vincitore del Premio Culturale dello Stato austriaco e della città di Vienna (di cui solo voi non avete mai preso nota), probabilmente l’ebreo austriaco più rinomato a livello internazionale, a parte il cancelliere e il signor Wiesenthal. Inoltre, a differenza del primo, sono un ebreo molto consapevole che sul «tema» di Auschwitz ha scritto così presto (40 anni fa) e così costantemente come pochi altri hanno fatto (più di recente in Discesa all’Ade, Monaco 1979). In un testo pubblicato da una casa editrice protestante (Il mio ebraismo, Kreuzverlag) troverete la seguente mia frase: «di nulla mi vergogno di più che quando incontro un ebreo che si vergogna di essere ebreo». E ad un congresso a Varsavia sono riuscito a far deporre agli arabi, sui gradini del monumento del ghetto dove stavo parlando, una corona di fiori per gli ebrei morti.
Quindi, quando vi comunico che ho deciso di lasciare la comunità locale, non potete spiegare questa decisione con «l’odio degli ebrei verso se stessi» (cosa che detesto). La mia famiglia vive in Israele, fra l’altro, ed è composta esclusivamente da israeliani. E la mia visita a Gerusalemme rimane per me indimenticabile. (…)
Gli ebrei con cui provo un senso di appartenenza e di cui sarei orgoglioso, se si potesse essere orgogliosi di altri, sono figure come Isaia, Maimonide, Spinoza. Ma in nessuna circostanza includerei coloro che hanno un disprezzo illimitato per ogni dignità umana e per tutti i diritti umani. Sapete di chi sto parlando. Se quest’uomo — stavo quasi per dire: questo pover’uomo — è diventato quello che è ora, probabilmente è per via del trattamento barbaro subito dal suo popolo che ha contribuito a renderlo barbaro. Come vedete, non sto dicendo cose ingiuste. Tuttavia, ciò che [Menachem] Begin ha fatto ora — e allo stesso modo, cosa che spezza il cuore, il popolo israeliano (che gli obbedisce ciecamente, come il popolo tedesco obbediva a Hitler quando sterminava 6 milioni di noi) — ciò che Begin ha fatto ora va oltre qualsivoglia cosa che possa essere difesa come «ritorsione» o «autodifesa». Begin è riuscito davvero a far sì che io, che odio l’odio verso se stessi, arrossisca al pensiero dell’appartenenza.
È completamente indegno ed un’imposizione morale ingiustificabile il fatto che voi — uomini e donne della comunità ebraica — difendiate la sanguinosa infamia che è colà avvenuta. Addirittura ci chiedete, come avete appena fatto, di difendere verbalmente il massacro, ovunque. Mi vergogno di appartenere ad una comunità simile. Ormai quasi ottantenne, non voglio vedere la mia dignità deteriorarsi insieme alla mia forza fisica. Ecco perché rinuncio alla mia appartenenza alla comunità ebraica!
Naturalmente, questo non significa che sto abbandonando l’ebraismo. Ciò è impossibile. Nemmeno un ebreo del tutto privo di fede come me può farlo. E anche se si potesse, parafrasando la famosa frase di Lueger dichiarerei: «Decido io se sono o non sono ebreo».
(…) Shalom!
[Das Argument 136, 1982]

