Alla ricerca del colpevole

[Peter Werbe]

«Senza governo la vita è brutale, brutta e breve»
Thomas Hobbes

Chiunque osservi anche solo per caso la sordida storia del governo si rende conto che l’affermazione hobbesiana è un’assurdità, e che in realtà è vero esattamente il contrario: è con il governo che l’umanità ha avuto una tale vita. Considerare lo Stato politico organizzato il colpevole della miseria universale presente nelle vicende umane è prassi della tradizione anarchica e libertaria e, come teoria, per certi versi non è priva di merito. Altri tentativi storici di individuare il colpevole negli spiriti maligni, nel Diavolo, nella natura umana o persino nel capitalismo, sono certo molto più miopi in quanto non riescono a fornire una spiegazione del meccanismo quotidiano attraverso il quale le persone sono state soggiogate nell’èra della Civiltà.
L’apparizione sul pianeta dello Stato politico, così come delle classi sociali, della proprietà privata, del patriarcato, eccetera, definisce gli apparati del dominio, ma il quadro più ampio in cui si manifestano — il codice dominante, quello della Civiltà stessa — di solito viene dato per scontato e soltanto di recente è stato fatto oggetto di analisi critica.
Il saggio di Marshall Sahlins intraprende tale analisi attraverso lo specchio delle società che hanno immediatamente preceduto l’istituzione della Civiltà. La volontà di accusare l’intero edificio della Civiltà d’essere responsabile della lunga storia della miseria umana si discosta da altre teorie sociali e apre la strada a un’analisi più ampia dell’intera esperienza umana sul pianeta, non solo a quella degli ultimi diecimila anni. E, pur essendo l’argomento di Sahlins volutamente limitato, esso suggerisce direttamente molti altri interrogativi.
Ad esempio: cosa ha generato, in un periodo di tempo relativamente breve, quei cambiamenti epocali che hanno fatto abbandonare cinquanta millenni di vita condotta in piccole bande, caratterizzata da livelli di tecnologia estremamente bassi, popolazioni numericamente stabili e membri del gruppo altamente integrati nei più intimi particolari dell’ecosfera in cui vivevano? Quali caratteristiche hanno portato bande nomadi di cacciatori-raccoglitori a diventare i «cittadini» addomesticati di Stati nazionali emergenti, alterando drammaticamente lo scopo della loro vita in quello di riempire le casse dello Stato, diventando carne da cannone per un improvviso stato di guerra universale e consumatori di ideologie che li hanno resi meno, anziché più, capaci di comprendere le loro vite e le relazioni sociali che avevano attorno?
Porre la tecnologia al centro di questa equazione, come facciamo noi, incontra resistenze pressoché da ogni parte. Eppure, anche il più semplice sviluppo tecnologico è stato parte di un costante processo di separazione dal mondo che per primo ha sostenuto e aiutato la nostra specie emergente, fino alla situazione in cui ci troviamo ora all’apice di questa separazione, stranieri sul nostro pianeta, completamente separati dal mondo che ci circonda. Invece di possedere le abilità, le conoscenze e le capacità che hanno permesso 5.000.000 di anni di evoluzione umana, oggi dipendiamo quasi esclusivamente da esperti e funzionari per nutrirci, vestirci e svolgere funzioni che un tempo venivano eseguite dagli stessi individui.
I legami tra tecnologia, civiltà e dominio appaiono quasi immediatamente ad un esame. Il più drammatico sviluppo tecnologico nella storia umana è stato la Rivoluzione Neolitica — il passaggio dalle economie di raccolta e caccia dell’età della pietra (Paleolitico) a un modo di produzione basato su popolazioni stanziali dedite all’agricoltura e in grado di produrre un surplus espropriabile. Questa innovazione dell’agricoltura come mezzo di sussistenza ha garantito una popolazione facilmente influenzata da un’ideologia di dominio che includeva l’impulso sociale e psicologico di massa necessario a cancellare ogni passato desiderio di essere liberi e selvaggi, sostituendolo con il desiderio di sottomissione.
I marxisti considerano questo processo di civilizzazione come «progressivo» — una dinamica intrisa di miti che dovrebbe alla fine sfociare nel socialismo — così che ogni orrore, ogni privazione viene giustificata come un passo necessario verso un futuro utopico in cui ogni schiavo, ogni servo, ogni lavoratore salariato diventi parte di un continuum che alla fine libererà l’umanità. Il problema di questa prospettiva è che, a meno che non si sia disposti ad accompagnare questa visione mistica delle vicende umane con religiosa certezza, ci si ritrova con una quantità impressionante di sacrifici per null’altro che la riproduzione della società dominante.
La civiltà è stata giustamente descritta come una «spada insanguinata» e quando le sue crescenti vittime vengono messe sullo stesso piano di una ricompensa per i sopravvissuti, è difficile perorarne la causa. L’argomento dell’«elevato tenore di vita» per giustificare la civiltà cerca sempre di mascherare il fatto che i benefici di una data epoca vengono goduti solo da pochi a scapito dei molti e spesso per brevi periodi di tempo. Oltre a queste aspettative, la miseria quotidiana vissuta dalla maggior parte delle persone si affianca a calamità di tale portata da essere difficilmente comprensibili. La carneficina umana è di per sé così vasta — cento milioni di morti in diecimila anni di guerra (si prega di calcolare la media annuale), decine di milioni di morti per malattie direttamente attribuibili all’eccessiva densità di popolazione, altri milioni di morti e feriti in «incidenti» causati da macchinari (milioni di morti solo negli incidenti stradali), carestie così come esplosioni, disastri minerari, incidenti chimici, ecc. — da far definire l’epoca della società organizzata come un’epoca grondante sangue. Inoltre, c’è una curva ascendente sia dello sviluppo tecnologico e dei massacri, sia dello sviluppo tecnologico e dell’oppressione — tutti indissolubilmente legati.
Preveniamo quei critici che ci accuseranno di voler «tornare ai tempi delle caverne» o di volerci mettere in posa — ovvero di goderci tutti i comfort della civiltà, pur criticandoli accanitamente. Non stiamo proponendo l’età della pietra come modello per la nostra utopia, né stiamo suggerendo un ritorno alla raccolta e alla caccia come mezzi di sostentamento. Piuttosto, una ricerca sulle modalità pre-civilizzate contrasta l’idea che gli esseri umani abbiano sempre vissuto di sveglie mattutine e fabbriche. Attacca la diffusa amnesia manifestata dalla specie riguardo alle proprie origini e alle varietà di aggregazioni sociali esistite per decine di migliaia di anni prima dell’avvento dello Stato. Ribadisce che il lavoro non è sempre stato la pietra di paragone dell’esistenza umana e che città e fabbriche non hanno sempre deturpato il territorio. Afferma che c’è stata un’epoca in cui le persone vivevano in armonia fra loro e con il loro ambiente naturale, con una profonda reciproca conoscenza.
Nell’epoca moderna i marxisti sono i principali esponenti dell’adozione della tecnologia attuale come punto di partenza per la loro visione del futuro — un futuro che, una volta realizzato, ha sempre prodotto Stati di polizia da incubo. Ridotte ai loro elementi base, le discussioni sul futuro dovrebbero essere sensibilmente fondate su ciò che desideriamo socialmente e da lì determinare quale tecnologia sia possibile. Tutti noi desideriamo il riscaldamento centralizzato, i servizi igienici con lo scarico e l’illuminazione elettrica, ma non a scapito della nostra umanità. Forse sono tutte cose possibili insieme, ma forse no.

Questo testo, apparso senza firma nel giugno 1979 sul giornale Fifth Estate, è un’introduzione a L’originaria società opulenta di Marshall Sahlins, saggio che costituisce il primo capitolo di L’economia dell’età della pietra, edito prima da Bompiani (1980) e poi da Eleuthera (2020).