Atti di brutale onestà

«E soprattutto voi, mio corpo e mia anima, guardatevi bene dall’incrociare le braccia nell’atteggiamento sterile dello spettatore, poiché la vita non è uno spettacolo, poiché un mare di dolore non è un palcoscenico, poiché un uomo che grida non è un orso che balla…»
Aimé Césaire, Diario del ritorno al paese natale

Ma oggi i corpi sono intimoriti dalla sorveglianza esteriore, e le anime irreggimentate dalla formattazione interiore. Il Grande Fratello paralizza le mani, il soma stordisce i pensieri. E gli schermi che attraggono spettatori, come il miele le mosche, sono nelle tasche di tutti. Si finisce col sentirsi con le spalle al muro, impotenti davanti agli orrori del mondo. Privi di forza si diventa fatalisti, ci si abbandona agli impulsi esterni: perché cercare di darsi una prospettiva propria, se tutte le azioni e tutti i pensieri sono già predeterminati, se si è privati di ogni iniziativa autonoma?
Certo, per sentirsi ancora in forma qualche movimento di tanto in tanto bisogna farlo. Un simulacro di vita fa bene alla sopravvivenza. Ma non potendo più fare ciò che si vuole, si finisce col persuadersi di volere ciò che si fa. Inutile inquietarsi troppo, in fondo come insegna il filosofo «tutto scorre». Tutto, quindi anche il cadavere del nostro nemico. Basta sedersi sulla collina ed aspettare. E più si è seduti comodi, più si è in grado di aspettare per vederlo passare trasportato dalla corrente.
Sulla collina dell’attendismo le teorie auto-consolatorie su cui discettare per ingannare il tempo non mancano. Per i più moderati, c’è Dio che non ci abbandona mai, anche quando tutto appare buio, oppure c’è il progresso scientifico che tramite le sue scoperte troverà una soluzione ad ogni problema, anche a quello del riscaldamento globale o delle scorie radioattive. Per i più estremisti la fine del capitalismo è ineluttabile, prima o poi l’accumularsi delle sue contraddizioni creerà le condizioni per il comunismo, prima o poi la Storia seguendo il pensiero (o la natura) arriverà all’anarchia, prima o poi ci sarà il collasso della civiltà industriale che ci farà riscoprire la bellezza di un’esistenza bucolica.
Parole di delicata menzogna, di cui per altro ha bisogno anche chi provoca quel mare di dolore. Parole di delicata menzogna con cui veniamo ingozzati, giorno dopo giorno, fino a soffocare. Ma cosa succede quando davanti alle urla disperate di sempre più uomini e donne, la testa ribolle e il cuore esplode? Cosa succede quando le parole di delicata menzogna non irretiscono più?

Un mare di dolore. È quello in cui annegano i malati che negli Stati Uniti si rivolgono alle compagnie di assicurazione sanitaria. Non esistendo in quel paese un sistema sanitario nazionale gratuito, chi è malato deve pagarsi tutte le cure ed è quindi costretto a ricorrere alle assicurazioni. La più importante del paese è la UnitedHealthcare, un colosso da 100.000 dipendenti e 49 milioni di clienti, con un fatturato che nel solo 2023 è stato di 281 miliardi di dollari. Ovviamente una compagnia assicurativa ha un solo mezzo per guadagnare tanto: risarcire poco o niente ricorrendo a cavilli burocratici e dilazioni di pagamento. Mors tua vita mea dovrebbe essere il suo motto, ma la UnitedHealthcare preferisce presentarsi così: «la nostra missione è aiutare le persone a vivere una vita più sana e a migliorare il sistema sanitario per tutti. Ci dedichiamo a questo ogni giorno per i nostri membri, essendo presenti in ciò che conta nei momenti grandi e piccoli, dai primi giorni di vita agli anni lavorativi e fino alla pensione».
Lo scorso 4 dicembre c’è chi ha posto fine a queste parole di delicata menzogna nel solo modo possibile, con un atto di «brutale onestà». È proprio con questi termini che Luigi Mangione ha definito la propria azione, l’omicidio di Brian Thompson, amministratore delegato della UnitedHealthcare. Sulle pallottole aveva inciso tre parole: ritardare, negare, deporre, cioè la strategia seguita dalle assicurazioni per sottrarsi ai loro impegni.
All’indomani dell’incredibile notizia (giovane laureato aspetta di primo mattino davanti ad un albergo l’arrivo di un miliardario, gli spara e scappa via indisturbato in bicicletta), mentre fra le persone comuni dilagava la solidarietà nei confronti dell’assassino vendicatore, i portavoce del potere e del denaro piangevano la vittima. Davanti all’omicidio di un uomo che guadagnava oltre 10 milioni di dollari all’anno sfruttando le sofferenze altrui, i responsabili dell’invisibile massacro quotidiano di poveri in mezzo pianeta tuonavano: «non c’è alcuna giustificazione per la violenza». Quanto ai portavoce della rivolta, soprattutto fra gli anarchici a cui Mangione è stato paragonato dai giornalisti, se non hanno sprecato lacrime per un amministratore delegato defunto, hanno comunque invitato a non prendere spunto da cattivi esempi individuali, e a seguire quei buoni esempi collettivi con cui difficilmente si rischia di arrivare al «martirio».
Verrebbe proprio da chiedersi se i versi scritti da Giuseppe Ciancabilla — amico, compagno e secondo alcuni ispiratore di Gaetano Bresci — siano così antiquati come sembrano:
«Ci scorre nelle vene troppo sangue annacquato,
di languide parole ci hanno troppo inebbriato:
il dolciume rettorico d’amor, di fratellanza,
ci penetrò ne l’anima con mendace speranza.
I nostri morti, intanto, dai patiboli atroci
pendono invendicati, e massacri feroci,
e vendette e torture e sanguinosi insulti
ci sferzano la faccia impuniti ed inulti.
Quando più ne l’inerzia noi poltriamo codardi,
cullati al sogno placido di lieti giorni tardi,
perduti ne l’etere conquiste vaporose
di comodi ideali a latte, miele e rose,
e ci diciam fratelli in languido abbandono,
e ci tendiam l’olivo di pace e di perdono,
ecco, l’ora propizia coglie il borghese esperto,
(ei che non sa i languori né il tentennare incerto),
e a freddo tradimento, sicuro ne l’agguato,
ci conficca nel dorso lo stile avvelenato».

Un oceano di dolore. È quello in cui stanno affogando i palestinesi nella Striscia di Gaza, da oltre 600 giorni sottoposti ad uno sterminio diventato ormai genocidio da parte dello Stato di Israele. Un numero impressionante, incalcolabile, di morti (quasi 60.000 la stima ufficiale, per difetto se si pensa ai corpi rimasti sepolti sotto tonnellate di macerie), di feriti, di sfollati che vagano sempre più disperati ed emaciati in una regione di 360 km2 bombardata senza sosta. E laddove non sono i missili o i proiettili israeliani, sarà la fame e la sete e le malattie a fare strage dei palestinesi sopravvissuti. Secondo Netanyahu e i suoi ministri, la vita di Israele passa per la morte o l’allontanamento dei palestinesi dalla loro terra. Parere che sarebbe condiviso da ben l’82% della popolazione israeliana, concorde nel sostenere «l’esercito più morale del mondo» mentre sta esercitando il «diritto all’autodifesa», sterminando gli «animali umani» palestinesi che infestano la Striscia di Gaza.
Lo scorso 21 maggio, sempre negli Stati Uniti, c’è chi ha posto fine a queste ennesime parole di meno delicata menzogna nel solo modo possibile, con un atto di «brutale onestà». Due impiegati dell’ambasciata israeliana a Washington sono stati uccisi all’uscita di un evento che si teneva al Museo ebraico. L’omicida si è consegnato alla polizia all’urlo di «Palestina libera». Nel suo ultimo messaggio l’autore del duplice omicidio, Elias Rodriguez, scriveva: «Le atrocità commesse dagli israeliani contro i palestinesi sfidano ogni descrizione e quantificazione. Anziché leggerne le descrizioni, le vediamo svolgersi davanti ai nostri occhi sugli schermi, a volte in diretta. […] L’impunità che i rappresentanti del nostro governo provano nel favorire questo massacro dovrebbe quindi essere smascherata come un’illusione. L’impunità che vediamo è la peggiore per chi di noi si trova nelle immediate vicinanze dei responsabili del genocidio», concludendo dicendosi sicuro «che oggi almeno ci siano molti americani per cui questa azione sarà assai comprensibile e, in un certo qual modo divertente, l’unica cosa ragionevole da fare».
A tutta la canea politica e mediatica che ha bollato l’azione di Rodriguez di «antisemitismo», inorridita per la morte violenta di due funzionari statali mentre rimane indifferente davanti al quotidiano genocidio di un intero popolo, ma anche ai militanti che storcono il naso dinanzi al «confusionismo» di tali gesti estremi, vorremmo rammentare le parole con cui Giustizia e Libertà commentò l’omicidio di Giovanni Gentile per mano di un gruppo di partigiani. L’autore è Carol Botti, pseudonimo dietro cui si celava Carlo Dionisotti, critico letterario, filologo e storico della letteratura, il quale sul primo numero dei Nuovi Quaderni di Giustizia e Libertà (maggio-giugno 1944) aveva scritto:
«La fine violenta di Giovanni Gentile non è più €che un episodio della crisi che l’Italia attraversa: comunque giustifica la pausa d’un esame e impone anche la responsabilità d’un giudizio da parte nostra.
È anzitutto, per intendere la situazione politica attuale, a chi ancora non l’abbia intesa, un monito chiaro. Per anni il fascismo ha giocato senza rischio né ritegno con la giustizia e la libertà e la vita stessa degli uomini, sistematicamente eliminando gli avversari, popoli e individui, e alla crudeltà dei fatti aggiungendo l’irrisione delle parole: “pietismo” è parola che il fascismo per l’appunto ha innovato con una significazione memorabile anche quale documento della ignoranza sua presuntuosa e massiccia fino al grottesco. Ora il gioco è finito, e si combatte un duello ad armi eguali su d’un terreno chiuso e stretto che non dà scampo né di spazio né di tempo. Le parole non hanno più suono, la discussione è proscritta, proteste o preghiere non valgono. Urgono tutt’intorno le rovine e le ingiurie del passato, e sopra, di ora in ora, si cumulano quelle presenti e nuove, come in uno scavo febbrile.
Così lo spazio si stringe, e da una parte o dall’altra bisogna morire. Anche il diritto alla vita, una volta che sia stato messo in questione o negato, non regge più che sulla forza. Il fascismo porta la responsabilità di aver negato nel nostro secolo, entro o contro la civiltà moderna, il diritto di vivere a uomini avversi o anche solo diversi. Pertanto chi sta col fascismo condivide, chiunque esso sia, quella responsabilità, e partecipa del destino di violenza e di sangue che ne consegue».

Le parole non hanno più suono, la discussione è proscritta, proteste o preghiere non valgono. Logos è morto, per sempre, come Dio. Restano solo i sussulti di una coscienza ferita, atti di brutale onestà. In un certo qual modo divertente, l’unica cosa ragionevole da fare.