«Non ripeteremo gli argomenti classici contro la pena di morte.
Essi ci paion menzogne, quando li sentiamo sostenere da chi è poi
partigiano dell’ergastolo ed altri disumani surrogati della pena di morte»
Così si esprimeva il più noto anarchico italiano all’inizio degli anni 30. La protesta contro la pena di morte è una menzogna in bocca a chi è favorevole alla detenzione a vita. Lo Stato che toglie la vita non cessa di essere ripugnante allorquando si limita ad impedire la vita, passa solo da una brutale sincerità ad una torbida ipocrisia. La seconda punizione è solo un disumano surrogato della prima. Ma questo esempio non costituisce forse una perfetta metafora per illustrare la sostanziale corrispondenza esistente fra due sistemi di potere ritenuti diametralmente opposti — la dittatura che condanna a morte e la democrazia che condanna all’ergastolo?
È quanto non capisce chi si indigna oggi davanti ai ripetuti paragoni fra gli orrori del passato (perpetrati in uniforme militare) e quelli del presente (commessi in camice bianco). Dittatura e democrazia sono diverse e contrapposte, è vero. Come lo sono le due facce di una medesima medaglia, quella del totalitarismo. Perché totalitario è lo Stato che pretende di decretare, organizzare e controllare ogni minimo aspetto della vita — al di là sia delle forme politiche che può assumere il suo governo e sia dei mezzi tecnici a sua disposizione. Nessuno degli Stati fascisti o comunisti o imperialisti del ventesimo secolo avrebbe potuto sognare il livello di dominio raggiunto oggi, con una quasi totale sottomissione ed obbedienza da parte della popolazione.
Oggi, a chi ad esempio rifiuta di sottoporsi a trattamento vaccinale non viene tolta la vita, viene impedito di vivere. Come s’è visto, non vi è alcuna fondamentale differenza. Inutile fare sottili distinguo. Se, attraverso il controllo e la repressione, un essere umano non può più incontrarsi con gli altri né svolgere tutte le attività che lo rendono vivo, fra cui quella che gli permette semplicemente di procurarsi le risorse necessarie alla mera sopravvivenza, allora impedire di vivere equivale ad uccidere. Si tratta di un assassinio legale, asettico, privo di spargimento di sangue. Ecco perché sfugge alla vista, perché lo sguardo non coglie alcun segno esteriore di violenza. Ed è proprio su questo che contano i suoi autori per sottrarsi alla propria responsabilità. Sulle loro mani bianche.

