Aldous Huxley
— La lotta politica è una completa idiozia. — disse Rampion con voce resa acuta dall’esasperazione — Bolscevichi e fascisti, radicali e conservatori, comunisti e British Freemen, sai per che cosa si accapigliano? Per decidere se andremo all’inferno con il treno espresso dei comunisti oppure con l’automobile da corsa dei capitalisti, con l’autobus individualista oppure con il tram collettivista che marcia sulle rotaie del controllo statale. La destinazione però è sempre la stessa: tutti quanti sono diretti all’inferno o, se vuoi, alla stessa impasse psicologica e al collasso sociale che deriva da quella. L’unica differenza fra loro è: come arrivarci? Per un uomo che ragiona, interessarsi a battibecchi del genere è completamente impossibile. Per lui, infatti, la cosa importante è l’inferno e non il mezzo di trasporto da usare per arrivarci. Per l’uomo di buonsenso la domanda è: vogliamo andare all’inferno, oppure no? La sua risposta sarà: no, non vogliamo. Così stando le cose, quell’uomo si terrà alla larga da tutti i politici, i quali senza eccezione vogliono trascinarci all’inferno. Lenin come Mussolini, MacDonald come Baldwin.
— Qualcuno di loro, forse, ci condurrebbe più adagio — osservò Philip.
Rampion alzò le spalle. — Una differenza di velocità così minima che non cambierebbe niente. Tutti quanti auspicano l’industrializzazione nelle sue varie forme, l’americanizzazione. Prendi l’ideale bolscevico: è l’America potenziata, l’America con i ministeri al posto delle società anonime e i funzionari di Stato al posto dei capitalisti. E poi, prendi l’ideale del resto d’Europa: sempre la stessa storia, ma lasciando al loro posto i capitalisti. Macchine e funzionari là; macchine e Alfred Mond, o Henry Ford, qua. Le macchine per portarci all’inferno, i capitalisti o i funzionari per guidarle. Tu credi che un gruppo sappia guidare con maggior prudenza dell’altro? Forse hai ragione. Ma a me non pare che ci sia nessun motivo valido per scegliere uno dei due. Hanno ugualmente fretta. In nome della scienza, del progresso e della felicità umana; a tutto gas e amen!
Philip annuì. — È vero che hanno fretta e vogliono andare avanti. È il progresso. In direzione del pozzo senza fondo, probabilmente, come dici tu.
— Gli unici punti di discussione che i riformatori sono capaci di trovare sono la forma, il colore e i dispositivi di sterzo del veicolo. Non si accorgono, quegli imbecilli, che l’importante è la direzione? Che siamo sulla strada sbagliata e che dobbiamo tornare indietro, preferibilmente a piedi, dopo aver abbandonato la macchina? Accidenti!
— Forse hai ragione tu — disse Philip — ma per sfortuna, visto com’è fatto il mondo, non si può tornare indietro e gettare via la macchina. Cioè, non si può, a meno di essere disposti a eliminare la metà del genere umano. L’industrializzazione ha permesso di raddoppiare la popolazione mondiale in un secolo. Se vuoi sbarazzarti dell’industrializzazione, devi tornare al punto di partenza e ammazzare la metà degli uomini e delle donne oggi viventi. Magari sarebbe un’ottima cosa, sub specie aeternitatis o semplicemente historiae. Ma come misura politica è difficilmente praticabile.
— Certo, al giorno d’oggi non lo è. — convenne Rampion — Ci vuole la prossima guerra e la prossima rivoluzione per metterla in pratica, perfino in eccesso.
— Può darsi. Però non si dovrebbe contare sulle guerre e sulle rivoluzioni. È un modo infallibile per farle scoppiare.
— Scoppieranno di sicuro, che uno ci conti o no. — disse Rampion — Il progresso industriale genera sovrapproduzione, genera la necessità di conquistare nuovi mercati, la concorrenza internazionale, la guerra. Il progresso meccanico provoca l’aumento della specializzazione e della standardizzazione del lavoro, l’aumento dei divertimenti omologati, la diminuzione dell’iniziativa e della creatività; provoca l’aumento dell’intellettualismo e l’atrofia progressiva di tutti gli aspetti vitali e fondamentali della natura umana; provoca l’acuirsi della noia e dell’irrequietezza; provoca in ultima analisi una specie di pazzia individuale che sfocerà inevitabilmente nella rivoluzione sociale. Anche senza contare su di esse, le guerre e le rivoluzioni sono inevitabili, se le cose vanno avanti come stanno andando.
— Allora il problema si risolverà da sé — disse Philip.
— Soltanto con la distruzione totale. Quando l’umanità sarà distrutta, è chiaro che non ci saranno più problemi. Non è una soluzione molto felice. Sono convinto però che ce ne possa essere un’altra, perfino all’interno dell’attuale sistema. Sarebbe un rimedio provvisorio, in attesa che il sistema sia modificato in vista di una soluzione stabile. L’origine del male sta nella psicologia individuale, perciò è da lì che si deve incominciare. Il primo passo consiste nel convincere le persone a vivere dualisticamente, in due diversi scomparti: in uno come lavoratori industrializzati, nell’altro come esseri umani. Come idioti e come macchine per otto ore su ventiquattro, e come veri esseri umani per il resto della giornata.
— Non è quello che stanno già facendo?
— Neanche per sogno. Vivono sempre come idioti e come macchine, al lavoro e nel tempo libero. Eppure credono di vivere come uomini civili, addirittura come dèi. La prima cosa da fare è insegnar loro a riconoscere che nelle ore lavorative sono delle macchine e degli idioti. «Poiché la nostra civiltà è quello che è», bisognerà spiegare: «dovete passare otto ore al giorno in uno stato intermedio fra quello dell’imbecille e quello della macchina per cucire. Lo so che è molto spiacevole e umiliante, ma non potete sottrarvi. Altrimenti l’intera struttura del nostro mondo andrà in pezzi e moriremo tutti di fame. Fate meccanicamente il vostro lavoro, dunque, e impiegate il tempo libero a vivere come uomini e donne completi. Non mescolate le due parti della vostra vita; mantenete stagne le paratie che le dividono. La cosa importante è la vita veramente umana del tempo libero, il resto è soltanto un lavoro sporco che si deve pur fare. Non dimenticatevi mai che è un lavoro sporco e, tolta la sua funzione di nutrirvi e di tenere insieme la società, non ha alcuna importanza per l’esistenza umana autentica. Non lasciatevi ingannare dai farabutti ipocriti che parlano della santità del lavoro e del servizio cristiano che gli industriali rendono ai loro simili: è una manica di bugie. Malauguratamente, la follia dei vostri antenati ha reso necessario lo sporco e odioso lavoro che fate. Loro hanno accumulato una montagna di rifiuti e a voi tocca spalarla via, maledicendo i responsabili, per timore che con il suo tanfo vi avveleni. E non crediate di tirarvi su il morale facendo finta che l’odioso lavoro meccanico sia un lavoro nobile: non è nobile, è sporco, e voi non fate altro che degradare la vostra umanità. Se credete nella santità del lavoro, riuscirete soltanto a diventare degli idioti meccanici ventiquattr’ore su ventiquattro. Quindi, tappatevi il naso e lavorate per otto ore, poi pensate solo ad essere veramente umani nel tempo libero. Umani e completi, e non lettori di giornali, fanatici del jazz o della radio. Gli industriali che forniscono alle masse gli svaghi preconfezionati cercano di far di voi degli imbecilli meccanici anche nel tempo libero. Non permetteteglielo. Fate lo sforzo di essere umani». Ecco, questo bisogna dire alla gente, questa è la lezione da insegnare ai giovani. Bisogna convincere tutti quanti che la potente civiltà industriale è soltanto una nube puzzolente, e che la vita vera e importante si vive lontano da essa. Ci vorrà molto tempo prima che il vivere degno di esser vissuto e il puzzo industriale possano riconciliarsi. Forse sono addirittura irriconciliabili; è tutto da vedere. Nel frattempo, comunque stiano le cose, dobbiamo spalare i rifiuti, sopportare stoicamente il puzzo e cercare di vivere una vita davvero umana negli intervalli.
— Il programma è interessante — disse Philip — ma non credo che ti farebbe ottenere molti voti alle prossime elezioni.
— Così è, purtroppo. — Rampion corrugò la fronte — Li avrei tutti contro, poiché l’unica cosa su cui sono d’accordo, i conservatori come i liberali, i socialisti come i bolscevichi, è la bontà intrinseca di questo schifo di sistema industriale, e la necessità di estirpare ogni traccia di autenticità maschile o femminile dalla razza umana mediante la standardizzazione e la specializzazione. E poi vorrebbero che ci interessassimo alla politica.
[Punto contro punto, 1955]

