Max Picard
Il puro aspetto del fenomeno nazista
I
Questo è l’aspetto del nazismo, e tale è quando lo si guarda soltanto, quando si dimentica ciò che ne fu detto e scritto: dalla mole di un nulla enorme si lancia un urlo, escono grida, non si sa se di chi comanda o di chi è comandato ed oppresso; si levano braccia, non si sa se di chi percuote per uccidere o di chi, percosso, si mette sulle difese, non si sa se di chi impicca o di chi è impiccato… segue poi un breve silenzio, ma non si sa bene donde venga questo silenzio, come prima non si sapeva donde venissero le grida. È il nulla stesso che urla e provoca il silenzio quando ingoia le proprie grida. Dal nulla si sprigiona poi di nuovo un urlo possente e non è che urlo: è il nulla che si scinde e sfocia urlando in ciò che percuote: una famiglia nella quale il grido irrompe disperdendo il marito, la moglie e i figli, o tutto un popolo su cui si avventa dilacerandolo.
Queste grida di comando con le quali gli abitanti della Foresta Nera e gli Olandesi vennero strappati dal loro paese e deportati in Russia, o con le quali i Tedeschi orientali furono spinti nella Lorena, non tenevano tanto a che l’ordine fosse eseguito, a che l’ordine avesse effetto, quanto piuttosto a che il grido fosse diffuso: il nulla si era scisso in grida e gridando rovesciava e distruggeva tutto quanto gli si parava davanti.
Così si esprime in grida soltanto il nulla che sa di non essere e con le grida vuol provare a sé e ad altri la propria esistenza.
Questo è l’aspetto fenomenologico del nazismo. Così non si presenta né un fenomeno politico né un fenomeno sociologico o psicologico. Un aspetto così lo ha soltanto un fenomeno demoniaco.
Soltanto un uomo che non abbia continuità interiore, che viva di momento in momento senza alcuna coerenza, deve urlare la propria esistenza ai quattro venti per accorgersi che esiste. Ogni momento si urla se stessi a sé e agli altri perché ogni momento si dimentica che si è. Ogni momento infatti si scompare nel proprio vuoto e nella propria incoerenza. Le parole d’ordine che il nazismo urlava ad ogni pie’ sospinto non erano rivolte soltanto agli spettatori, al popolo, ma erano indirizzate soprattutto agli stessi urlanti: gli urlanti, Hitler, Goebbels e tutti gli altri volevano con quelle grida dimostrare a se stessi la propria esistenza. Il dittatore stesso è così vuoto e senza nesso che soltanto al grido di una parola d’ordine si accorge che è. Egli dà la parola d’ordine più a se stesso che agli altri, con questa egli crea se stesso e deve ripetersela ad ogni istante perché ad ogni istante egli riscompare nel proprio vuoto e nella propria incoerenza. Ma anche gli altri, quelli che ascoltano, nascono soltanto in virtù di quel grido, si fanno creare da esso. Sono così legati al Führer appunto perché sono creati da lui.
È come se un albero esclamasse continuamente «io sono un albero», meglio, come se un pezzo di latta blaterasse continuamente «io sono un pezzo di latta rotta» per dimostrare di essere ancora. Cosa buffa e paurosa ad un tempo. Così è il vociare del nazismo: buffo e pauroso ad un tempo.
Il nulla c’era anche prima di Hitler, ma non aveva ancora la sua particolare espressione. L’hitlerismo diede al nulla la espressione che gli corrisponde: il grido, non il linguaggio, poiché il nulla non ha linguaggio.
Il nazismo ha solo completato lo stato dell’uomo intimamente senza nesso. Non ci vuol molto per passare dal vivere di momento in momento al vivere nel nulla, e il vivere nel nulla è un gridare nel nulla.
II
Il nazista non vive della durata e della quiete, ma del momento e del moto. Eppure la cosa più spaventevole non è la sua irrequietezza, il suo dinamismo, bensì la sua quiete, la sua immobilità. Quando è dinamico, il nazista deve pur fare movimenti che usano anche nel mondo degli altri uomini, il movimento delle gambe, delle braccia e anche dei muscoli del viso non può essere molto diverso da quello degli altri uomini, anche se egli esagera quei movimenti fino a farne cattive azioni. Ma nella quiete, nell’immobilità egli appartiene soltanto a se stesso, alla propria terribilità.
«Per comprendere infatti puramente e profondamente la vera fisionomia d’un uomo, bisogna osservarlo quando è solo e abbandonato a se stesso. Già la compagnia e la conversazione con altri getta su lui un riflesso estraneo, per lo più a suo vantaggio, poiché azione e reazione lo mettono in moto e con ciò lo innalzano. Quando invece egli è solo e abbandonato a se stesso, nel brodo dei suoi pensieri e delle proprie sensazioni: soltanto allora egli è pienamente lui. Allora uno sguardo fisiognomico profondamente penetrante può afferrare d’un colpo, in generale, tutta la sua natura. Nel viso infatti, in sé e per sé, è impresso il tono fondamentale di tutti i suoi pensieri e di tutte le sue aspirazioni, l’arrêt irrévocable di ciò che egli ha da essere e di ciò che interamente si sente soltanto quando è solo» (Schopenhauer, Zur Physiognomik).
Non vi è nulla che possa incutere più terrore di un nazi tranquillamente seduto senza far niente. Ma non ci si spaventa perché si pensa che quella sia solo una pausa del dinamismo, una pausa nella quale il nazi stia riflettendo a cose ancor più spaventevoli di quelle eseguite finora. Non si pensa a ciò che verrà, anzi non si pensa affatto: si rimane soltanto atterriti. Ci si spaventa di quella vista, di ciò che si scorge nel nazi immoto: è il dinamismo fatto cemento, il dinamismo che si è barricato dentro il cemento in attesa della propria eruzione.
A rigore non esiste un dinamismo fatto cemento, eppure tale è il nazista immoto. Egli ha precisamente l’intenzione di non lasciarsi inserire nell’esperienza umana, di rappresentare dunque qualcosa che non esiste nell’umana esperienza: di essere immobile nel moto, dinamismo fatto cemento. E proprio questo confonde gli uomini e incute il massimo terrore.
Il nazi immobile incute spavento con la sua sola presenza, come un idolo. Egli sbalordisce e ammalia. Perciò il nazismo fece vittime non solo quando fu attivo, non solo quando avanzò pretese, ma anche quando se ne stette muto. Era una cosa insopportabile e perciò gli uomini si arresero, poiché esso solo esisteva, l’idolo.
Ma non è l’idolo che aspetta di essere adorato, è l’idolo che ha già divorato gli adoratori e ormai adora se stesso: idolo e idolatra nello stesso tempo.
L’immobilità dell’idolo è quella che irrigidisce ogni cosa. Questa immobilità irrigidisce ogni movimento e ogni quiete reale, appartenente al mondo della creazione divina; è l’immobilità che ha già schiacciato tutto ciò che si muove in maniera vivente, è il rigore della Gorgone la quale si irrigidisce in anticipo al pensiero del rigore che produrrà.
Non solo il nazista ma tutto il mondo della discontinuità incute più terrore nel riposo che nell’azione.
Le macchine di una fabbrica in un giorno in cui non si lavora sembrano una congiura: l’aria nella sala delle macchine è più vuota del solito, i bracci grigi sembrano maligni semafori d’acciaio che debbano dare da un momento all’altro l’ordine di aggredire gli uomini cui devono servire.
[continua]

