Hitler in noi stessi • 3

Max Picard

L’uomo senza memoria

Il professor X, contrario alla pena di morte, mi domandava che cosa si dovesse fare del nazi, di questi tormentatori, per le torture inflitte al prossimo, per le camere a gas; mi chiedeva se si potrà abituarli ancora a una vita giusta e ordinata.
Risposi: «Il nazista che ha usato il gas contro il prossimo si riabitua facilmente, troppo facilmente al giusto ordine. Lei lo trova a Monaco, se va a comperare francobolli, allo sportello della pista, o le vende sigari in una tabaccheria o è direttore d’albergo e la saluta cortesemente, e se per caso pagando il conto lei gli dà per errore cinquanta pfennig in più, le correrà dietro, magari un quarto d’ora, per restituirle i cinquanta pfennig e durante il percorso darà a un bambino che piange un cioccolatino che aveva destinato al proprio figliolo».

È spaventevole che si possa riammettere l’assassino nella sua professione borghese, come se non avesse mai commesso un assassinio col gas o con altro. Un uomo simile è ancora più temibile di quei giovani che vogliono sempre la guerra e non si lasciano costringere in una professione borghese. È spaventevole che un uomo così non sappia nulla delle sue stragi, come quando uccideva non ricordava più di aver venduto francobolli o sigari qualche settimana prima di o di aver salutato gli ospiti dell’albergo, e mentre ora sta di nuovo allo sportello della posta o nella tabaccheria, domani potrà ammazzare di nuovo come se non avesse mai fatto altro che ammazzare. Questo è l’uomo la cui vita interiore è del tutto senza nesso. Quando vende francobolli o sigari non vi è in lui altro che questa attività. Ma non basta: è persino come se prima non avesse mai fatto altro; in questo momento egli è tutto vendita di francobolli o di sigari; e così è quando uccide: in quel momento non vi è in lui altro che strage, come in uno che non abbia mai fatto altro. Quel che fa in questo momento non è collegato con alcun avvenimento precedente; nulla dunque lo ostacola e perciò egli può uccidere senza alcun impedimento. E come non sa più che cosa sia avvenuto, così non sa neanche più che qualche altra cosa potrà avvenire; egli non aspetta nulla e perciò continua ad uccidere. Egli non è determinato da niente altro se non da ciò che fa nel momento, anzi è il momento stesso che lo crea.
Il nazista dimentica tutto perché non ha continuità. Dentro di lui c’è soltanto ciò che il momento vi getta. Egli ne vive, ne esiste; in lui non v’è altro se non ciò che il momento gli ha portato.
Dentro un uomo simile non vi è mai nulla del passato. Ecco la ragione per cui tutto può avvenire nel presente: l’uomo osa tutto, rischia tutto e perciò vuol incominciare tutto dall’inizio, vuol rinnovare tutto; egli non riconosce che qualcosa è già stato fatto.
Egli intraprende le peggiori azioni che cadono e scompaiono nel vaneggiamento della memoria. Qui una vita umana non conta. Dove infatti non c’è nulla, dove tutto affiora e riscompare, si butta via facilmente una vita umana, facilmente la si distrugge.
Ecco dunque il lato caratteristico del nazista: egli non solo ammazza, ma soprattutto dimentica che ammazza.
Il Tedesco ha dimenticato oggi tutte le sconfitte che ha subito ieri. El Alamein, Stalingrado, tutto ciò non esiste per lui, non è mai esistito, ma non perché egli voglia fingere di non essere stato sconfitto e mentire a se stesso, tutt’altro; tutto ciò è avvenuto nel passato ed egli non è legato in alcun modo al passato come non è legato a nulla. Il passato esiste per lui come un museo storico, aperto la domenica dalle 10 alle 12, non come una realtà viva. Perciò la sconfitta non gli insegna nulla, e in genere è restio ad apprendere. E così incomincia domani un’altra guerra, non perché sia bellicoso, ma perché ha dimenticato che ieri vi era la guerra e che è stato lui a farla.
In questo mondo nazista si può bollare la Russia come nemico n. 1 e poco dopo allearsi con essa e poco dopo ancora dichiararla nuovamente nemico n. 1. Certo, anche presso altri popoli le alleanze mutano, e forse allo stesso modo. Ma negli altri popoli questi mutamenti sono determinati da considerazioni politiche, non da reazioni psicologiche. E perché il mutamento sia accettato, gli altri popoli devono superare una resistenza, e i governanti devono ricorrere alla verità o alla menzogna per rendere comprensibile il mutamento stesso: nel mondo nazista invece la menzogna è soltanto il soprammercato, non è neanche necessaria; tanto, tutto si dimentica, subito. Non occorre neanche motivare il mutamento; tutto è fin dall’origine mutamento, caos, incoerenza: infatti il mondo dei nazi è basato sulla mancanza di coesione. Qui si lancia una guerra facilmente e facilmente la si dimentica, e facilmente si ricomincia da capo. In nessuno dei paesi che fecero la guerra del 1914-18 essa fu dimenticata dopo il 1918 così rapidamente come in Germania. La guerra aveva attraversato i Tedeschi e non si era ancorata nel ricordo di alcuno.

Dopo questa guerra gli Inglesi si sono meravigliati che coi prigionieri tedeschi si potesse discorrere di tutto. Certo, con un Tedesco si può discorrere di filosofia esistenziale, della produzione di zucchero dal legno, dell’uccisione di uomini mediante il gas, del pittore Paolo Uccello; e si può parlare di questi argomenti uno dopo l’altro, soltanto perché egli non è legato ad alcuno, perché nessun argomento è in lui oltre la durata della conversazione. Colui che uccide col gas non ha un legame con queste uccisioni, in lui non ne è rimasta traccia: è una brava persona di levatura mediocre che non sa neanche che cosa sia quell’impiego di gas, si presenta come uno che non ha mai fatto nulla, sembra vergine, accessibile a ogni cosa buona, dunque educabile, e questo è il suo lato seducente e demoniaco. Ma tutto ciò che l’educazione gli inculcasse di buono rimarrebbe in lui soltanto per un istante. Tanto è intimamente senza nesso che nulla gli rimane dentro.

Si esige che i Tedeschi si pentano. Ma il tedesco non si ricorda di nulla, e soltanto quando l’uomo ha dentro di sé ciò che ha fatto, soltanto allora può vedere e giudicare le azioni passate e provare pentimento dei suoi delitti. Affinché una cosa possa essere mutata ed emendata, essa deve esserci; dentro costui invece non c’è nulla, quel che entra vi sta soltanto un momento e vi entra solo per sparire dopo un istante. Senza continuità interiore non vi è pentimento, e perciò neanche emendamento. Il delitto, come tutto ciò che è accaduto nel passato, è per i Tedeschi staccato dal presente in cui vivono, cioè non è affatto. Perciò tutti i tentativi di modificare con libri o dottrine un Tedesco che vive nella discontinuità, sono vani. L’insegnamento è bensì percepito, ma siccome l’intimo non ha una struttura coerente, né continuità, l’insegnamento non trova dove appigliarsi; esso vagola per un istante nel vuoto e scompare subito perché nell’istante successivo vi è qualcos’altro che si libra in quel vuoto.
Così abbiamo detto essere il nazi, senza memoria, senza continuità interiore, senza coerenza. Ma così sono oggi tutti i Tedeschi, anche se non così spiccatamente come i nazisti, e così sono anche quasi tutti gli Europei e gli Americani, ma non in egual misura come i Tedeschi; negli altri Europei e Americani questa è una proprietà accanto a molte altre, ed essi non ne sono caratterizzati come i tedeschi e soprattutto come i nazisti.

[…]

L’uomo del momento

Nel mondo della discontinuità il tempo esiste dunque non come durata, ma solo come momento.
E in questo mondo del momento non si ha il tempo di vivere con l’uomo e di riconoscerlo. Lo si sbriga su due piedi rubricandolo secondo caratteri razziali o indizi grafologici o esami psicologici. E non si ha una continuità interiore nella quale si possa conservare l’incontro con un uomo: l’uomo lo si tiene dentro di sé, nel ricordo, come uomo, ma soltanto per la sua razza o in base alle tabelle grafologiche o psicologiche.

Quando una cosa dura solo un istante, non si osserva come essa sia, ma soltanto come rapidamente appaia e scompaia. Non occorre più un atto particolare perché un uomo ci sia, il suo esserci non significa nessuna realtà, né occorre un atto particolare perché un uomo scompaia: perciò la vita di un uomo è facilmente spinta nel nulla, distrutta; facilmente, perché tutto emerge soltanto e scompare.
Il meccanismo della vita momentanea pareggia ogni cosa, ogni cosa perde ugualmente la sua importanza, non vi sono più distinzioni, neanche la distinzione tra il bene e il male; qui non è più l’amoralista che è «al di là del bene e del male», la morale è tolta di mezzo non con un procedimento antimorale ma in modo puramente meccanico: per il meccanismo della vita momentanea il bene e il male diventano uguali.
Quello che ancora al tempo di Nietzsche si doveva fare con uno sforzo dello spirito e con la fatica del peccato, mettersi cioè al di là del bene e del male, ora lo fa il meccanismo della momentaneità. Bene o male sono soltanto etichette che devono allettare o atterrire. Ma siccome ciò che oggi deve allettare domani serve per atterrire, ne viene una grande confusione tra gli uomini, e questa confusione attiva a proposito per i dominatori di questo mondo senza nesso.

Hitler sapeva meglio di tutti gli altri che oggi non vi è più tempo né durata né evoluzione nel tempo: per questo operò servendosi del momento, di modo che l’uomo non ebbe neanche il modo di distinguere il male dal bene.
In questo mondo momentaneo Hitler trovò quella totalità che concentrava tutto in un istante e in un istante tutto distruggeva. La materia che ha bisogno di tempo per prendere forma, operazione per la quale mancava il tempo, egli la sviluppò come quantità, mostruosamente, operazione a cui basta il momento; la parola che richiede tempo divenne il grido del momento, il grido che non riempie il tempo, ma soltanto lo spazio, e l’azione che anch’essa richiede tempo divenne per opera sua l’aggressione del momento. Hitler non solo fece crollare in un istante il tempo ma anche lo spazio e lo bruciò in un baleno: nella guerra lampo.

L’uomo senza evoluzione

Dove c’è soltanto il momento non vi è tempo perché una cosa cresca lentamente, organicamente; vi è soltanto l’aumento di quantità. La quantità delle cose aumenta enormemente e non si lascia loro il tempo di formarsi in modo vario e molteplice. Dove non vi è durata ma soltanto il momento, una cosa può pullulare in fretta solo esteriormente, estendersi rapidamente nello spazio con un aumento di massa senza che subisca altri mutamenti all’infuori di quello quantitativo. Qui non ha luogo uno svolgimento, uno sviluppo in virtù della forma, ma soltanto un aumento di massa; non occorre più che le cose siano formate dallo spirito dell’uomo ma si ordinano o, meglio, si depositano quasi secondo la legge fisica della gravità. La massa propriamente non ha bisogno di tempo per crescere, le basta lo spazio. E questo è opprimente: il fatto che la massa può aumentare. Non vi è limite perché non vi è forma: e perciò anche una grande città o una grande fabbrica è opprimente, sembra infatti che non sia compiuta, che sia in cammino per empire tutto lo spazio.

E anche il nazismo fu opprimente perché continuava ad aumentare nella massa ed era sul punto di empire tutto. Aumentava, ma non si sviluppava. E questa mancanza di sviluppo, questa sua rigidità, come se non esistessero cose alle quali l’uomo debba adattarsi, questo era il suo lato tremendo, disumano. Il nazionalsocialismo non si adattò a nulla, non si modificò per nulla, neanche col tempo come tutte le altee cose umane. Immutabile era, e ciò gli conferiva una parvenza sovrumana, che era invece soltanto mancanza di umanità. Tutte le possibilità genetiche, evolutive, tutte le cause per cui il nazionalsocialismo era sorto o sarebbe potuto sorgere, erano assorbite nel suo presente terribile e violento. Mostruoso era appunto il fatto che il nazismo fosse così presente e irritante come se prima di esso non ci fosse stato mai nulla, come se al mondo non ci fosse mai stato altro: e perciò agiva sugli uomini.

Nel mondo della discontinuità una cosa è simile all’altra perché nessuna può evolversi e quindi differenziarsi dalle altre; le cose sono senza nesso, strappate da qualcosa che non si conosce nemmeno, sbriciolate nella loro natura, e perciò non vi sono più differenze tra le cose. Senza nesso sono tutte le cose e tutti gli uomini: fra loro si assomigliano soltanto per la mancanza di coesione.
Facile per Hitler attuare il livellamento. Ogni cosa era già uguagliata, uguale nella frammentarietà, nella nullità, nell’impotenza: facile livellare ogni cosa.

L’uomo che tutto rinnova

L’uomo o abusa del momento per imitare la durata, e allora fa crescere le cose enormemente in quantità, o prende il momento come momento, e allora è sempre all’inizio, è ad ogni istante a un nuovo inizio.
Hitler poté quindi esercitare facilmente la sua influenza, rinnovare facilmente ogni cosa, poiché bastava che ogni cosa valesse per un momento; non si badava a che il nuovo avesse anche una sua durata; quel che contava era il nuovo in sé, il suo contenuto era indifferente.
[…]

L’uomo della radio

I

Nell’interno dell’uomo tutto è senza collegamento. L’uomo non ha più un inventario interiore e perciò cerca di mettere insieme meccanicamente un inventario di cose nel mondo esteriore.
Con le automobili, le ferrovie, gli aeroplani si cerca di avvicinare meccanicamente le cose; si abbrevia lo spazio affinché le cose si accostino almeno nello spazio, affinché almeno lì una cosa sia vicina all’altra, se non secondo la sua natura almeno esteriormente, meccanicamente. Per l’uomo che non ha più memoria né continuità l’accostamento meccanico ed esteriore delle cose deve sostituire la continuità interiore: nel mondo esterno le cose sono accozzate da celeri connessioni meccaniche: quantunque non siano composte in un ordine, esse sono tuttavia giustapposte: la tecnica stringe insieme tutte le cose e fa le veci della memoria. In questo modo l’uomo non si accorge nemmeno che gli manca la continuità interiore, tanto è ovvio il funzionamento esteriore della continuità meccanica.
Tutte le cose sono unite nello spazio mediante l’automobile, la ferrovia, l’aeroplano; con la velocità del moto esteriore si elimina il tempo: non esiste altro che lo spazio. Il tempo è come se non ci fosse più e perciò non si pensa neanche alla durata, men che meno a una durata interiore; non si sente la mancanza della continuità interiore. Eppure l’uomo trova un monito nel lento divenire delle cose nella natura; dovrebbe sapere che le cose richiedono tempo e non soltanto spazio!
L’uomo odierno non sa nemmeno che una cosa può essere intesa nella sua natura solo quando è accolta nella interiore continuità dell’uomo; siccome le cose sono più di quanto possa esprimersi nel momento, la conoscenza della loro vera natura è possibile soltanto nella continuità interiore.

Nella ferrovia, nell’automobile, nell’aeroplano si nota ancora che dietro vi è un uomo il quale prende e raccoglie rapidamente il mondo esterno. Nella radio invece vi è soltanto l’apparecchio senza uomini che allinea ogni cosa senza collegamento. Anche qui importa l’allineamento stesso; che cosa si allinei non importa. L’apparecchio vuol funzionare: le cose e gli eventi allineati servono soltanto ad attivare l’apparecchio. La radio allinea senza interruzione tutte le cose e tutti gli avvenimenti di modo che l’uomo non pensa nemmeno che la sua natura richiede una continuità interiore. Come oggi egli non fa personalmente le addizioni, le sottrazioni, le moltiplicazioni ecc., ma si serve della macchina calcolatrice, così ha la radio, la macchina che registra gli avvenimenti e lo esonera dal percepire personalmente. L’uomo pare che stia al di fuori degli avvenimenti, la radio glieli reca in casa, e come se fosse un Dio, egli si degna di fissare lo sguardo sugli avvenimenti che la radio gli fa passare davanti.
Tutto è rotto e lacerato nell’anima e nel mondo: durevole è soltanto l’incessante rumore della radio. Importante è solo la continuità del rumore, questa almeno c’è e dura. L’uomo non pensa più a collegare le cose tra loro: a questo provvede il rumore della radio.

[…]
La radio non solo percepisce per gli uomini; essa raccoglie tutto ciò che è e accade con una tale sicurezza, come se non solo percepisse e registrasse cose e avvenimenti ma persino li producesse. Pare che la radio non solo riferisca ma faccia la storia. Dalla radio pare che il mondo abbia origine. Non che l’uomo non veda le cose e gli avvenimenti: ma questi gli diventano reali solo dopo che la radio li ha riferiti e il giornale illustrato li ha riprodotti. La radio percepisce, registra e giudica per lui. L’anima è collegata direttamente soltanto con la radio, non più con gli organi dei propri sensi. L’uomo non ha più una storia interiore ma la radio è oggi la sua storia, dalla radio egli riceve la propria esistenza.
Con un simile apparecchio era facile per Hitler creare l’esistenza dell’uomo a propria immagine e somiglianza.

II

La macchina in genere corrisponde a questo interno senza continuità che vive soltanto nel momento. Essa è costruita per un solo movimento, ad esempio per imprimere una data matrice, e questo movimento che dura un solo istante la macchina lo ripete continuamente. Dunque ciò che empie il solo momento diventa durevole per il moto continuamente ripetuto della macchina, ma è una durata falsa, una durata sterile. Il fascino che emana dalla macchina proviene dal fatto che ciò che è momentaneo assume una parvenza di continuità. Di qui viene però anche la confusione: la distinzione precisa fra il momento e la durata sembra annullata e l’uomo non sa più distinguere fra ciò che è momentaneo e ciò che è veramente duraturo: egli vive con ciò che veramente dovrebbe essere momentaneo e distrugge ciò che veramente dovrebbe durare: la sua interiorità, l’interiorità che egli sgretola nel momento. Perciò la macchina guasta l’umanità.
«La tecnica unisce l’uomo all’universo e allo spazio infinito. La tecnica gli dà la coscienza della sua forza, gli apre la possibilità di conquistare il mondo infinito» dice Berdiajev. Ma l’uomo osa questa conquista soltanto come uomo nuovo che non distingue più fra momento e durata e neanche tra finito e infinito. […]

La nascita di un mondo dalle deficienze dell’uomo

I

Ogni uomo vive di quando in quando incoerentemente, senza continuità, e anche nella storia vi sono epoche la cui incoerenza dà nell’occhio.
La mancanza di continuità è dunque in ogni uomo e in ogni mondo. Ma la natura della discontinuità, dell’incoerenza, sta nel durare un solo istante, nell’essere smozzicata, breve, provvisoria. Perciò la discontinuità fu in altri tempi sempre solo una parte d’un altro mondo, più grande, il mondo della continuità dominante. Questa aveva valore, non il suo contrario; la continuità era la struttura del singolo e del mondo, anche se essi talvolta apparivano discontinui.
Oggi invece la struttura del singolo è discontinua e così è il mondo intorno a lui.
Non appena una data condizione arriva a un certo grado, essa assume una propria forma: la discontinuità in Germania era, prima di Hitler, solo una proprietà accanto a molte altre, ma poi andò crescendo con tale violenza e fu dappertutto e così stabilmente che cessò di essere una qualità e divenne natura; la quantità divenne qualità; l’uomo tedesco e la mancanza di coesione furono una cosa sola. L’incoerenza stessa si fece uomo, si fece mondo. Assunse una forma precisa e fu la forma del nazista e del suo mondo.
Prima del nazismo la discontinuità era invisibile, non appariscente. Il nazismo la mise in vista, ne fece un mondo.
[…]
Il mondo dunque e l’uomo di oggi sono discontinui a priori, per questo non occorre un atto particolare dell’uomo, tutto accade originariamente in maniera discontinua. La discontinuità non ha più alcun rapporto col tutto dal quale è staccata. Persino l’inferno ha ancora un legame col cielo da cui ha defezionato: questo mondo discontinuo invece non è legato a nulla. Non rimane altro che l’incoerenza. Che cosa contenga è indifferente. Qui non si trattava nemmeno di proclamare grande e significativo ciò che era nullo e meschino, si trattava solo di proclamare qualche cosa; quel che contava era il mutamento. In questo mondo senza coesione si sarebbe potuto mettere al centro anche il bene, ma sarebbe stato senza effetto. Uomini e fatti pare non abbiano più valore per quello che sono ma soltanto per il fatto di essere incoerenti; servono soltanto ad esprimere la discontinuità, sono soltanto termini indicatori nel mondo discontinuo. È come nei quadri cubisti dove il contenuto degli oggetti non vale più ed è ovvio che non valga, mentre importa soltanto collocare una cosa accanto all’altra, indipendentemente da quello che significa. Uomini e cose devono servire soltanto a scandire l’incoerenza universale.
[…]
La discontinuità che era soltanto una particella del singolo e del mondo ha invaso oggi interamente il singolo e il mondo: essi constano di discontinuità. Oggi questa non c’è soltanto per breve tempo, ma è sempre presente. È come se un fantasma che per natura dovrebbe soltanto apparire un istante e poi sparire, stesse qui di continuo. È paradossale che ciò che per natura può essere solo un istante, sia qui oggi durevolmente. Gli uomini ne restano confusi e sedotti.
Si poté erigere a sistema d’un mondo la discontinuità, ossia proprio quello che distrugge il mondo. Del non-mondo si riuscì a fare un mondo.
[…]

II

In questo mondo del momento si è dimenticato che il tempo è soprattutto durata, che la sua essenza sta nella durata; nel momento invece al quale oggi è ridotto, esso ha la morte e reca la morte.
In contrasto con la momentaneità che tutto distrugge esiste anche un’altra momentaneità nella quale nasce la vera realtà; esiste quel momento che è tolto dal decorso comune e si contrappone all’eternità. Ogni atto veramente buono ha luogo in un simile momento. Esso non è più unito all’andamento del mondo ma all’eternità e da questa riceva la durata. In quanto l’uomo li avvicina all’eternità, i momenti della sua vita interiore acquistano durata, e così nasce l’interiore continuità.
Il tempo che passa fa sì che gli eventi degli uomini non solo si allontanino ma diventino anche meno importanti; perciò l’uomo rischia di non parteciparvi in quella misura alla quale hanno diritto. […]

L’uomo degli orrori

I

Si dice che alla fine dell’impero romano o al tempo dell’invasione degli Unni gli uomini fossero altrettanto crudeli quanto sono oggi i nazionalsocialisti.
Non è vero. Le crudeltà degli Unni erano come la crudeltà della natura. Le migrazioni degli Unni erano come il passaggio di una bufera che abbatte tutto ciò che incontra. La natura stessa si era fatta selvaggia nell’uomo, la natura si manifestava nell’uomo come nel terremoto o nell’inondazione.
I delitti possono erompere anche dalla passione dell’essere umano, come nella Rivoluzione francese: allora erano mala passione fattasi carne.
I delitti dei nazi invece sono calcolati, sperimentati come nelle provette degli industriali, sono crudeltà scientifiche, crudeltà da ingegneri e chimici. Non sono natura né passione prorompente, sono come una produzione industriale e perciò si moltiplicano enormemente come la produzione nelle fabbriche. La quantità di crudeltà è come la quantità delle esportazioni e per questo la crudeltà dei nazi appare così trascurabile, viene dimenticata come le cifre dell’esportazione, pare che non riguardi gli uomini, pare che questi non se ne ritengano responsabili.
È assolutamente falso credere che i delitti nazisti siano effetto di sessualità repressa e dire che vi abbia trovato sfogo un incoercibile sadismo. Questi delitti non sono legati alla sessualità, non sono neanche un pervertimento, in genere non sono legati a nulla di umano e per questo sono così sfrenati e mostruosi: tanto mostruosi che non si possono spiegare con alcun motivo umano, con alcun motivo riconosciuto entro l’ordine umano.

Il fatto nuovo e terribile della crudeltà nazista è appunto questo: che essa non ha più la misura umana ma una misura extra umana, la misura di un dispositivo da laboratorio e da fabbrica. Persino la crudeltà di Nerone e Caligola era almeno legata a questi uomini, alla loro carne dissoluta, ai loro sensi corrotti; nel delitto c’erano per lo meno frantumi umani, c’era ancora un nesso con l’uomo, il delitto proveniva direttamente dall’uomo. La crudeltà nazista invece viene da un macchinario industriale o da un uomo diventato ormai macchinario totale.
Se l’uomo vuole superare la misura umana del male, deve cessare di essere uomo, deve diventare apparato: questo è smisurato, perché mira soltanto alla quantità, e può essere potenziato mostruosamente.
Erano orrori così enormi che pareva volessero dare una dimostrazione di se stessi, pareva non fossero compiuti da uomini e per uomini, ma parevano orrori che contemplassero se stessi: l’orrore per l’orrore.
[…]
Quando Tamerlano prese corpi umani viventi, come fossero macigni, e teste umane, come fossero pietre, per costruire mura impastandovi insieme pietre e macigni, eseguì un atto ben chiaro: egli murava con teste e corpi umani e fino ad oggi si ode nei secoli lo scricchiolio di quelle ossa e di quei crani, come se lo scricchiolio di quelle ossa infrante e i gridi umani avessero incrinato l’aria irrigidita alla vista di ciò che avveniva e come se il vento fischiando da quelle incrinature facesse nuovamente risuonare i lamenti e i gemiti. Quel delitto è sempre presente, inconfondibile.
Gli orrori dei nazi invece sono commessi come per incidenza; come eseguiti da impianti che possono produrre anche altre cose. In questo momento l’impianto dà delitti, nel momento successivo beneficenza o concerti di Bach o educazione infantile. Sono orrori come per gioco o per esperimento. Perciò sono così vari, non però vari come la natura, ma soltanto molteplici come esperimenti. E le crudeltà sperimentate sono così enormi perché tutto avviene senza la misura dell’uomo, tutto ha solo la misura dell’impianto che è senza limiti.
Distruzione industriale, apparecchiatura scientifica: così si tolsero di mezzo i ricoverati negli ospedali e nei manicomi pensando di poter migliorare la qualità del popolo intero. Ma riconoscendo il diritto di vivere solo in base allo scopo esteriore dell’utilità visibile e eliminando i malati e i pazzi «inutili», non solo si diminuì la natura dell’uomo, ma anche se stessi: chi giudica l’uomo soltanto con concetto unilaterale psicologico-vitale vede unilateralmente, cioè male, anche tutti gli altri fenomeni. I nazi estirparono gli idioti, ma estirparono anche da se stessi non solo la moralità, bensì anche la capacità di vedere il fenomeno nel suo insieme. […]
Agli occhi dei nazi l’uomo ebbe valore soltanto per la sua utilità, come materiale per il grande macchinario dell’utile puro. Questo macchinario doveva girare, indifferente che cosa vi si buttasse: bestia, uomo o Dio.

II

Gli orrori vengono commessi senza passione, senza che l’uomo vi abbia parte. Non vi è colpa; anche l’impianto è senza colpa poiché produce delitti come per caso, tant’è vero che lo si può voltare ad altra produzione.
Questa è la ragione per cui tutto l’apparato nazista e, in genere, tutto l’apparato germanico che precedette l’impianto degli orrori, incuteva spavento già prima di questi orrori: si intuiva che sarebbe bastato un tocco sulle macchine per spostare l’apparato economico e culturale e puntarlo sulla produzione di orrori. Già prima di questa guerra mondiale taluni osservavano con apprensione la produzione degli strumenti di precisione di Jena o di medicinali nella I.G. Farben-Industrie. Già si vedeva la lancetta che nel quadrante sarebbe bastato spostare su «orrori» per produrli. I delitti erano uno dei tanti reparti dell’immenso apparato produttivo nazista. Per ogni cosa vi era un reparto speciale: per carri armati, per la cultura, per l’eugenìa, per i delitti, per gli orrori: e ogni reparto badava a produrre il massimo, ogni reparto per sé come se gli altri non fossero esistiti: unico legame il vuoto smisurato nel quale ogni cosa poteva aumentare indisturbata senza intralciare le altre: carri armati, cultura, eugenìa, misfatti.

Tutto l’impianto era senza coesione e perciò non c’è da stupirsi che Himmler fosse un buon interprete di Bach e che Heydrich, il dirigente degli orrori nella Cecoslovacchia, piangesse nei concerti a sentire la musica di Mozart. Mozart e l’omicidio, la camera a gas e la sala dei concerti stanno l’una accanto all’altra; anzi sono la medesima sala: ora è camera a gas e dopo un istante sala da concerto. C’è un’unica porta di ingresso e solo il caso decide di ciò che avviene nell’interno.
Mozart prima e dopo l’impiego dei gas, Hölderlin nello zaino delle SS, Goethe nella biblioteca dei guardiani di un campo di concentramento; ciò è possibile soltanto in un mondo nel quale le cose non esistono più nella loro essenza, ma solamente nel dissolvimento. C’è bensì la musica di Mozart, Mozart presentato dal migliore direttore d’orchestra: ma questa musica di Mozart è come un sosia malvagio che ha tutti i movimenti della vera musica mentre da un momento all’altro questi movimenti potrebbero voltarsi in atti di strage.
La musica è veramente sospesa in questo mondo nazista, è bensì la musica di Mozart, ma solo per il momento in cui è ascoltata; la musica è nel momento, non nell’uomo, e anche la strage non è oltre il momento in cui un uomo è impiccato. Invece dell’uomo, si sarebbe potuto appendere un quadro di Caspar David Friedrich: come avvenne nella sala di ricevimento del Berghof di Adolf Hitler.
Persino l’omicidio è degradato, quadro o omicidio sono degradati insieme. Non importa che cosa riempia l’istante: una uccisione o Bach, il gas asfissiante o Hölderlin. La mano di Himmler che accarezza teneramente un braccio infantile, passa un istante dopo sulla leva che immette il gas nelle camere della morte. Tutto è riempitivo del momento, tutto è senza legame, e tutte le cose si possono dare una dopo l’altra senza nesso tra loro.
È la medesima struttura del caos: non esiste un ordine graduale, si butta nell’uomo e se ne cava fuori ora questo ora quello, ora musica ora stragi. L’uomo non è che l’imbuto del caos. E non è che si dimentichi l’uccisione, quando un momento dopo vi si versa la musica: non si dimentica nemmeno, si inghiotte soltanto. Nel caos infatti non si dimentica, nel caos si ingolla, e si ingoiano i peggiori misfatti. Si può persino rimane atterriti nel caos, ma anche lo spavento dura solo un istante ed è inghiottito.
[…]
Nel mondo della discontinuità totale non si può infatti vedere.
Ecco una qualità di questo mondo: non si può riconoscere, perché non si ha tempo di guardare. È il mondo del momento: si assolve tutto momentaneamente e il momento è breve, stretto, quasi una fessura: non si può guardare. Per guardare ci vuol tempo. Qui invece si sfiora soltanto con lo sguardo ciò che si ha davanti, magari durevolmente, e l’occhio non è avvezzo a guardare. Non si lancia neanche lo sguardo al di là e al di sopra: si sbircia soltanto. L’uomo del momento non guarda, sbircia solamente. È vero che giornali e riviste sono pieni di fotografie degli avvenimenti quotidiani, ma l’uomo non bada all’immagine, bada solo al movimento di ciò che è rappresentato, e fa soltanto scivolare lo sguardo da un avvenimento all’altro. […]

[continua]