Hitler in noi stessi • 4

Max Picard

La parola degradata a parola d’ordine

I

Il linguaggio ha una sua forza di coesione. Nella proposizione chi fa, il soggetto, è legato con ciò che esso fa, il predicato, e inoltre l’azione è legata all’oggetto sul quale l’azione si svolge. Nella lingua tutto ciò che va unito è strettamente collegato. Vi è una coerenza nel modo in cui soggetto, predicato e oggetto sono collegati fra loro, in cui la proposizione principale tiene stretta la secondaria che contiene le cose meno importanti, in cui persino l’incerto, l’indeterminato è unito all’insieme con proposizioni dipendenti, e in cui anche le cose più lontane cercano di avvicinarsi al nucleo centrale legandovisi con le congiunzioni «ma» o «tuttavia» o «però». […]
La lingua è coerente perché nella lingua deve esprimersi la verità. La verità è norma, è coesione. Per esprimere la sua natura la verità ha bisogno dell’elemento coesivo e ordinatore della lingua. La struttura della verità corrisponde alla struttura della lingua.

È un paradosso: la parola esiste fintanto che è udita, scompare mentre viene pronunciata, ma la verità che la parola ha recato resta e non solo ha una sua durata ma crea la durata. Intorno ad essa si raccolgono le cose e gli uomini, si forma un mondo, dunque una continuità e una coerenza.
Mentre l’uomo parla, la lingua lo fa partecipe della propria continuità. E spesso gli è dato più di quanto egli abbia: molte cose che starebbero per disunirsi vengono strette insieme quando arrivano alla parola, quando sono comprese in una proposizione, proprio così: comprese. La lingua aiuta l’uomo ad essere coerente, a vivere nella continuità. […]

II

Quando l’uomo è intimamente scisso e discontinuo, la lingua ne rimane distrutta. La potenza coesiva e normativa della verità non può essere allora nella lingua, la verità non trova espressione, diventa menzogna poiché nella discontinuità non vi può essere verità.
La discontinuità spinge l’uomo alla menzogna, già per il fatto che l’incoerenza ha la stessa struttura della menzogna. Basta questa struttura per rendere l’uomo bugiardo. La menzogna snerva la forza coesiva della lingua, la menzogna che è frantume e frantuma, frantuma pure la lingua, è un’irruzione nella continuità della lingua.
Nel principio, all’inizio dell’epoca incoerente e bugiarda, il linguaggio si mantiene ancora serrato nel proprio ordine. Il linguaggio è ancora saldo, così ben connesso che la dissoluzione e la menzogna che esso è costretto a comunicare non fa che mettere in rilievo la saldezza formale della lingua. Sembra che unica cosa certa sia la salda forma della lingua. La menzogna la sfiora soltanto e sulle prime pare non la tocchi; la lingua si mantiene ancora salda. Sembra che questa forma aspetti di veder ritornare anche il contenuto solido e la verità. C’è la durata nella forma salda del linguaggio; l’uomo che si è allontanato dalla verità vi trova l’occasione di ritornarvi; la forma coesiva della lingua attende la coerenza dell’uomo e la verità.
Ma se la lingua aspetta invano, ben presto si nota la discrepanza fra la forma ancor salda e il contenuto incoerente e dissolvente. […] La forma è soltanto facciata, è vuota, ma sotto il vuoto della forma si sente ancora quel che manca, cioè la coerenza interiore, e ancora non si capisce se questa coerenza è scacciata per sempre dal mondo di costoro o se è ancora aspettata. L’incoerenza, il dissolvimento non sono ancora autonomi; la coesione c’è ancora per lo meno nella forma.
Ma quando poi il contenuto non ritorna più alla forma, essa si decompone come si decompone il contenuto che le scivola attraverso. […]

Ma infine il dissolvimento diventò autonomo, non si fece più guidare dalla potenza coesiva della lingua, non accettò più nulla da essa, anzi la costrinse a diventare anch’essa incoerente. Quando la corruzione si mantiene a lungo nella lingua, questa s’incatorzolisce e si corrompe. Allora la lingua cessa di essere segno di coesione, di ordine spirituale, di verità e diventa segno di dissolvimento. Diventa suono senza contenuto, indica che qualche cosa accade, ma non produce più alcun accadimento, non è più creatrice, è soltanto comando: quello che agisce è il fischio, il grido di comando. La realtà è comandata, non più creata.
Così la parola fu ridotta a segno, un segno che si conosce dal suono esteriore, non più dal significato. La parola cessò di aver senso: il senso ha bisogno di durata per avverarsi: la parola divenne schiamazzo del momento: e così si arriva allo strillo hitleriano. La parola è degradata a parola d’ordine, a richiamo, che non produce più l’azione ma dà soltanto all’azione già preparata l’urto verbale perché si manifesti. La parola è degradata a etichetta che si appiccica sull’azione per rubricarla. Ma non per questo l’azione acquista senso.
Le azioni si compiono allora fuori della parola e del suo logos, e perciò non ne ricevono una misura: sono smisurate e indicibili, al di là della parola. Sono azioni non controllate dalla parola e appunto perciò terribili. Sono senza senso perché sono al di là del logos, e cercano quindi un senso in se stesse. Le azioni devono susseguirsi, ogni azione deve dare un senso e una spiegazione alla precedente e perciò si seguono senza posa.
Ma la parola d’ordine che non ha più un nesso reale con l’azione (la parola invece lo ha, in quanto conferisce all’azione spirito e misura), è seducente appunto perché è il breve comando che porta all’azione: sembra la parola magica che tutto crea, e Hitler è il grande incantatore alla cui breve parola magica le azioni nascono o, meglio, escono da un nascondiglio che solo il mago Hitler conosce. Parve una cosa sovrumana, una cosa superiore ai rapporti umani alla quale si dovesse assoggettarsi. Anzi non vi erano più rapporti, vi era soltanto la parola d’ordine con la quale Hitler produceva ogni cosa per opera di magia.

Ma molto tempo prima del nazismo l’uomo non agiva più con la parola né la parola agiva su di lui: già molto tempo prima parecchie cose avvenivano in seguito a parole d’ordine lanciate da partiti, da governi, dalla pubblica opinione, e l’uomo non faceva altro che aspettare la parola d’ordine. Ma ciò avveniva in un mondo nel quale la parola poteva ancora agire. Hitler introdusse non solo la dittatura politica ma anche la dittatura della parola d’ordine. Questa prese a regnare, non più la parola. Il fischio della parola d’ordine indica che la macchina statale cammina, come il fischio della locomotiva indica che la macchina c’è e corre.

III

La parola d’ordine regnava talmente sovrana che creava non solo le cose ma anche l’uomo: l’uomo, l’ascoltatore di Hitler era così incoerente, così dissolto nel nulla che soltanto una parola d’ordine poteva ridargli un fulcro esteriore, intorno al quale raggruppare il caos della sua anima. Egli nacque per la parola d’ordine e in essa trovò un centro. […]
La parola ha durata e perciò la parola può creare la storia, ciò che è durevole. Le parole d’ordine invece vengono dal momento, cercano di condensare possibilmente molte cose nel momento e appunto così fanno scoppiare il momento e se stesse. Dalle parole d’ordine non nasce storia, esse distruggono la storia.
[…]
Già prima di Hitler la parola non andava più d’accordo col suo oggetto, non era congruente con l’oggetto, non rispondeva alla natura di esso, si limitava a mettere l’etichetta sull’oggetto.
Infatti un complesso di edifici nel quale lavorano centomila uomini, mentre si estende su un piano a perdita d’occhio, non è più una «fabbrica». La parola fabbrica non concorda più con la cosa che definisce. Qui non è più una fabbrica ma un tratto di spazio pauroso nel quale muri, uomini e macchine sono mescolati insieme. Qui era già il piano di un mondo senza misura come venne in seguito, qui la parola e la cosa erano già distaccate l’una dall’altra, la parola non corrispondeva più alla cosa che denominava. Ma tutto ciò avveniva in un mondo nel quale aveva ancora valore la parola, si trattava soltanto di un’irruzione nel mondo della parola.
Con Hitler e il nazionalsocialismo invece non solo oggetti singoli, come la fabbrica o singole azioni, si separarono dalla parola, ma tutto un mondo divenne alogico. La parola si è ridotta schiava della parola d’ordine, e tutto ciò che avviene non è neanche contro la parola, ma lontano dalla parola; non si arriva nemmeno a un’antitesi o a una discordanza.
Le cose non sono più ordinate dalla parola alla quale lo spirito e la verità conferiscono misura e perciò essa stessa è misura; ma ogni cosa sorge e accade all’infuori della parola e perciò fuori della misura, dipendendo soltanto dalla materia che occorre per crescere. Perciò tutto cresce a dismisura. […] Come sarebbe possibile descrivere con la parola umana l’enormità delle fabbriche di gas contro gli uomini, delle fabbriche di tortura nelle quali c’era anche un reparto speciale per la concia della pelle umana da far paralumi! Non si possono accogliere nella parola umana questi delitti mostruosi meccanizzati, perché l’azione avviene al di là della parola umana, come non si può accogliere con l’occhio una luce che abbia più vibrazioni di quelle che l’occhio umano comporta. […]
Con la parola si possono condurre gli uomini solo fino all’orlo dell’abisso nel quale vivono questi mostri. Sull’orlo dell’abisso dove la parola cessa, dove essa è arrivata al proprio margine, alla propria fine, qui alla fine della parola dove non vi è posto nemmeno per un «ahi», qui alla fine della parola è l’orlo dell’abisso nel quale avvengono le mostruosità.
L’uomo è preso da un brivido di orrore non solo perché è al cospetto delle mostruosità della nuova Germania, ma più ancora perché è sull’orlo estremo della parola, là dove la parola cessa; infatti, dove la parola cessa, cessa anche l’uomo; egli è divenuto uomo mediante la parola. Stando sull’orlo degli avvenimenti nella nuova Germania l’uomo è arrivato alla propria fine.

Preghiera per gli inguaribili

Affrettati, Tempo esitante, a condurli all’assurdo,
che credano e vedano quanto son privi di senno;
soltanto così capiran che son pieni di senno.
Corro, corrompili e portali al nulla tremendo,
soltanto così crederan quanto siano corrotti.
Non si convertono, gli stolti, mai, se non han le vertigini;
non si convertono mai, se non vedon la putrefazione.

(Hölderlin)
[…]

La constatazione sostituita alla verità

In questo mondo discontinuo lo spirito non può esserci poiché lo spirito esiste per amore della verità, lo spirito deve contenere la verità: ma la verità vuol durare, vuole un mondo coerente in cui espandersi, vuole l’ordine, la potenza e la molteplicità di un mondo. Dove invece manca il mondo coerente che possa essere afferrato dallo spirito, lo spirito, seppure c’è nel mondo dell’incoerenza, brilla di luce violenta e brucia se stesso, si consuma nel proprio fuoco poiché non ha un mondo su cui estendere la luce della verità.
Nel mondo della discontinuità e della momentaneità la pura constatazione di un fatto sta per verità. La constatazione è estratta dal momento e vale soltanto per il momento. Essa sostituisce la verità. Si agguanta una situazione momentanea e vi si fa una constatazione, la quale è per lo più giusta, ma è giusta soltanto per la situazione momentanea e per un mondo nel quale si vive per il momento, non è giusta invece per il mondo che dura. La constatazione è un’accidentalità del momento, non contiene nemmeno la natura di ciò che è nel momento ma soltanto ciò che nel momento venne casualmente staccato.
La verità invece riguarda l’essenza nella durata.
Nel mondo dell’incoerenza si fanno ogni giorno migliaia di constatazioni; le fa la scienza, la psicologia, la grafologia. Persino nell’arte, nella poesia, nella musica e nella filosofia, dove dovrebbe trattarsi di mostrare il mondo nella durata e come durata, si fanno soltanto constatazioni del momento. Perciò vi assumono importanza gli avvenimenti personali: le cose vissute infatti sono prodotti del momento e danno luogo a un’infinità di constatazioni. Il campo sessuale assume una particolare importanza perché è tutto momento e fatto personale.
In questo mondo che non è più determinato dalla verità ma dalla constatazione, Hitler doveva fare molti proseliti; non poteva essere diversamente dato che egli andava solo a caccia di constatazioni e le cedeva ai suoi seguaci come una preda attesa, perché di essa vivevano; constatazioni, ad esempio, sul numero di abitanti del proprio paese e dei paesi da aggredire, sulle esportazioni, sulle nascite, sui disoccupati. Cifre, continuamente cifre. Consta, per esempio, che quando Hitler «salì al potere» vi erano in Germania sette milioni di disoccupati e nel 1939 soltanto pochissimi uomini senza lavoro. È una constatazione. Ma non è una verità. È anzi una menzogna, benché la constatazione sia giusta, poiché la riduzione del numero di disoccupati non avvenne col metter ordine in un mondo disordinato, ma perché Hitler rese ancor più disordinato quel mondo di disordine dando lavoro ai disoccupati nella grande macchina che preparava la guerra.

La verità e l’errore come casualità

In questo mondo del momento la verità e l’errore non sono chiaramente contrapposti. […] Nel mondo discontinuo l’errore non è più dovuto a un atto falso dello spirito ma è soltanto un’enunciazione provvisoria che dopo un istante è sostituita da un’altra enunciazione. Non più l’errore aspetta la verità, ma la provvisorietà di un momento la provvisorietà di un altro momento. Vero o falso, non è il caso di prenderla sul serio; tanto, l’enunciazione non ha durata. Il meccanismo della vita momentanea in questo mondo senza coesione annulla l’antitesi fra errore e verità.
Hitler non ha fatto altro che innalzare da impresa privata a organizzazione statale il meccanismo della momentaneità incoerente col quale si annulla ogni divario fra verità ed errore.

Il meschino e il futile resi assoluti

In questo mondo discontinuo si eleva sempre all’assoluto una particella o un’idea, qualche cosa o qualche uomo. E a questo assoluto tendono poi tutti i pensieri, i desideri, le azioni per breve tempo, poi lo si butta via perché frammentario e si stabilisce un’altra meta di tutte le aspirazioni e così via, ma per ogni particella si pone ogni volta l’esigenza dell’assoluto. Ogni cosa esiste per sé, non ha nulla accanto a sé con cui possa essere confrontata, e perciò la si può dichiarare grande. Ciascun frammento di questo mondo discontinuo non è nulla se non vi si fissa l’attenzione, ed è tutto se lo si assolutizza. […]
Isolata e portata all’assoluto, la «razza» rompe ogni freno e così hanno origine gli «uomini nordici» dai capelli biondi che sono più biondi di quanto possa essere mai biondo un uomo nel mondo della misura: è un biondo che sembra tinto col perossido d’idrogeno, eppure è il biondo della natura, ma della natura isolata e traviata. E gli occhi di questi «uomini nordici» sono così violentemente, così sfacciatamente azzurri come se il colore fosse fornito dalla I. G. Farben-Industrie, eppure è l’azzurro della natura, ma della natura fustigata, distrutta.
Un’idea qualunque è resa assoluta in questo mondo incoerente. Quando non vi è nulla di sicuro all’infuori dell’idea che uno ha per caso nella testa, questa idea diventa principio, centro e anche fine della vita. Qui sta la causa del radicalismo nazionale hitleriano: l’idea vera che l’uomo debba essere collegato con la sua nazione è portata all’assoluto dove l’uomo è vittima e vittimario ad un tempo. […]
In questo mondo discontinuo non si riesce nemmeno a vedere intero ciò che è ancora intero, e perciò si fotografa, per esempio nei libri d’arte, una gamba di sedia staccata dal resto: in questo modo si vorrebbe far vedere più distintamente la gamba della seggiola. Non si capisce più che la parte è chiarificata solo dall’unione col tutto, non già attraverso un isolamento artificiale. La gamba della seggiola è presentata quasi in una solitudine umana e in una grandezza soprannaturale, paurosa e pretenziosa ad un tempo, come se dovesse reggere il peso del mondo intero.
Anche Hitler atterriva e soggiogava gli uomini con qualche fatto che egli estraeva dall’insieme e presentava in un isolamento impressionante. Hitler eseguiva in grande il disgregamento delle cose solide quasi si servisse di macchine e gli uomini si spaventavano e nello stesso tempo si sottomettevano pur di poter vedere e udire il signore supremo del macchinario disgregatore.

[continua]