Max Picard
Capitolo V
L’ «ordine nuovo» fra gli uomini
L’uomo senza realtà
Ecco una nota caratteristica dei tedeschi: al tempo di Guglielmo II poco contava l’imperatore per loro, molti pareva preferissero la repubblica; quando poi ebbero la repubblica gli uni desiderarono di riavere l’imperatore, gli altri riposero tutte le loro speranze in Hitler o nel bolscevismo: e quando finalmente Hitler ebbe il governo, quegli stessi che lo avevano eletto (o almeno molti di loro) desiderarono di ritornare alla democrazia o al bolscevismo. E se ora, dopo la caduta di Hitler, si desse loro una democrazia, i tedeschi vorrebbero certamente ritornare subito a Hitler o aspirerebbero al bolscevismo. […]
I Tedeschi dunque non hanno rapporti con la realtà che hanno davanti. Vale soltanto ciò che non è presente: vale il passato o l’avvenire. Ma nell’avvenire non si vuol vivere quando è diventato presente; lo si vuole soltanto finché è l’altro. E così si vive in uno spazio vuoto fra un presente che non si riconosce e un futuro che non si vuole seriamente.
È evidente come un uomo, il quale vive in ogni dove senza chiarezza, debba poi essere aperto agli ordini del dittatore che gli presenta una realtà ben definita. Un uomo simile tenterà, è vero, di staccarsi da questa precisa realtà dittatoriale perché egli vuole sempre quel che non c’è: ma da principio la risolutezza del dittatore gli viene a proposito come reazione psicologica alla sua costante incertezza. Ciò non muta il suo atteggiamento fondamentale per cui egli non può riconoscere alcuna realtà.
Questo stato indistinto e impreciso cerca una corrispondenza nella risoluta chiarezza della dittatura. Il fenomeno stesso dell’incertezza importa un complementare fenomeno di chiarezza. La determinatezza, la precisione della dittatura è frutto dello stato indeterminato dell’uomo, e quanto più ogni cosa è incerta ed evanescente, tanto più il dittatore cerca di porre davanti agli uomini un mondo deciso e mostruoso.
[…]
I Tedeschi sono talmente staccati dalla realtà (ma non solo i Tedeschi, anche quasi tutta l’Europa e l’America), che non si crede più neanche a ciò che si vede coi propri occhi e si ode con le proprie orecchie. Si osservi la gente quando avviene qualcosa, quando un noto uomo politico arriva in una città o quando passa un corteo o un tram si scontra con una automobile: tutto ciò è percepito esteriormente con la retina o col labirinto auricolare, ma non vale. La realtà che l’uomo vede non ha valore, la si considera vera e confermata solo quando l’avvenimento visto personalmente il giorno prima è raccontato dalla radio. Ecco la realtà dell’uomo moderno: il resoconto radiofonico, non la realtà immediata.
Quest’uomo dunque non ha più rapporti diretti con la realtà. Il resoconto della radio si è interposto fra gli uomini e la realtà immediata. La radio offre loro macchinalmente la realtà intera e la forma indiretta.
Pertanto l’uomo è allontanato da ogni naturale immediatezza con l’apparato universale della radio e della vita odierna. Fu facile quindi per Hitler ridurre a indirette tutte le cose che dovrebbero essere dirette, e imporre agli uomini la mancanza di naturalezza, sostituendo, per esempio, l’educazione diretta dei figli da parte dei genitori con l’educazione statale, e gli fu facile far da tutore agli uomini e provvedere a tutti i loro bisogni: da gran tempo l’uomo aveva cessato di mettersi direttamente di fronte alla realtà.
Dalla radio dunque, non più direttamente l’uomo accoglie la realtà. Questa esiste soltanto attraverso la radio. Per conseguenza si può trasmettere per vero anche tutto ciò che non è mai accaduto. E a questo fine Goebbels si è servito della radio: ai tedeschi avvezzi a ricevere la realtà della radio egli fece trasmettere quelle notizie che in loro dovevano diventare realtà.
Ma la vera realtà abbandonata dall’uomo è oggi in una grande solitudine. Infatti non solo l’uomo appartiene alle cose reali ma le cose stesse tendono verso l’uomo per aver durata nella sua durata. Ma se all’uomo manca la durata, anche le cose si ritraggono e un grande abbandono le avvolge. L’abbandono, del quale l’uomo non sa più nulla perché non sa neanche di aver perduta la realtà, l’abbandono è nelle cose stesse della realtà.
La comunità degradata ad associazione coatta
I
In questo mondo discontinuo non è possibile la comunità. Qui vi è soltanto la registrazione degli uomini, il loro raggruppamento, la regolamentazione. Gli uomini staccati da tutto e da tutti e da se stessi vengono contati da una burocrazia pedante, suddivisi per segni esteriori, dopo di che i singoli gruppi ricevono le «direttive». Si provvede a che i singoli gruppi non si intralcino nei loro movimenti: l’incoerenza è sottoposta a regolamento. La ripartizione hitleriana della discontinuità, la divisione in gruppi non annulla dunque l’incoerenza; al contrario ne fa un sistema, a tal punto che gli uomini non se ne accorgono. L’incoerenza funziona senza attriti e la dittatura hitleriana non ha che da sfruttare questa macchina per conto proprio. Gli uomini non vengono raggruppati perché possano realizzare meglio la loro natura e i loro interessi, ma soltanto perché la dittatura se ne possa servire meglio per i propri scopi.
Quella non era una comunità, era la negazione della comunità: era una associazione di gente senza coesione. In genere questa gente aveva associazioni e gruppi, ma non una comunità. Era un’«associazione per la tutela degli interessi degli incoerenti» e il loro interesse, quello cioè di poter continuare ad essere incoerenti e di poter aumentare ancora la loro incoerenza, era tutelato dal presidente della società, Adolf Hitler.
II
Non vi era una vera comunità, ma si cercava di imitarne gli aspetti esteriori. Non era però neanche una mascherata che dovesse parodiare una comunità (in un mondo così privo di umorismo mancava la superiorità che ci vuole per organizzare una mascherata), la «comunità» era quasi fornita dal laboratorio di una fabbrica di «comunità», pareva venisse da una stazione sperimentale per la fabbricazione di comunità e fosse collaudata in un impianto sotterraneo accanto al quale si studiavano scientificamente le bombe volanti. C’era un impianto scientifico per la produzione di comunità, su per giù come si producono le resine artificiali.
[…]
IV
In questo mondo incoerente non vi può essere conversazione fra gli uomini, non esiste il dialogo. Si parla soltanto a se stessi, si fanno monologhi. Il monologismo, il conversare soltanto con se stessi è segno che degli altri non si sa nulla, che non si riconosce l’esistenza dell’altro, che manca l’amore: il monologismo e la mancanza di amore si corrispondono.
Le grida rumorose servono a far credere che non si parla con sé, ma con gli altri.
Già molto tempo prima di Hitler non usavano le conversazioni fra gli uomini né in campo politico né in riunioni di scienziati e di artisti. I discorsi nei parlamenti erano soliloqui, ciascuno quando parlava era uno strano allievo che si era assegnata la lezione e se la provava; nessuno lo stava a sentire tranne che lui stesso: era un monologo. E così accadeva nei discorsi degli scienziati e degli artisti.
Hitler potenziò il monologismo. Nessuno dei suoi discorsi ha mai aspettato risposta. I suoi discorsi erano immensi cumuli di grida monologiche; e come il monumento colossale di pietra fa effetto sugli uomini solo perché si innalza isolato da un piano, ed è indifferente che sia bello o brutto, poiché il colosso agisce da solo quando è isolato, così quei colossali monumenti di grida che erano i discorsi hitleriani si elevavano davanti agli uomini e li sgominavano.
Ecco il modo peggiore in cui i popoli «marciscono» nella vita civile: «tai popoli a guisa di bestie si erano accostumati di non ad altro pensare ch’alle particolari proprie utilità di ciascuno ed avevano dato nell’ultimo della dilicatezza, o per me’ dir, dell’orgoglio, a guisa di fiere che, nell’essere disgustate d’un pelo, si risentono e s’infieriscono, e sì, nella loro maggiore celebrità o folla de’ corpi, vissero come bestie immani in una somma solitudine d’animi e di voleri, non potendovi appena due convenire, seguendo ogniun de’ due il suo proprio piacere o capriccio…» (Vico, La Scienza Nuova).
V
Nel mondo della continuità invece l’altro, quello a cui si rivolge la parola, è sempre presente a chi parla, anzi il colloquio continua muto fra gli uomini anche quando tacciono.
Si veda per esempio il carteggio fra Goethe e Schiller: la lettera dell’amico continua anche se è terminata, la parola va ancora silenziosa da uno all’altro; le lettere sono soltanto i punti divenuti manifesti di un colloquio che continua anche nel silenzio.
[…]
Le parole dell’uomo nel mondo della continuità pareva non incominciassero da lui, pareva ch’egli le continuasse soltanto, gli erano quasi trasmesse da parte di un altro, erano come i movimenti degli operai in una costruzione i quali si porgono i mattoni dal suolo fino all’altezza del tetto e le loro mani pare siano una strada sulla quale i mattoni viaggiano.
Le parole di quegli uomini erano la parte percettibile di una conversazione che veniva da lontano e proseguiva, e in quelle parole parlavano gli uomini vissuti in altri tempi, e quando ci si arrestava ad una parola, pareva si volesse ascoltare quello che dicevano i trapassati o i venturi.
La generazione precedente non era, come nel mondo discontinuo, soltanto la depositaria dell’inventario storico dal quale si va a prendere ciò che garba a un dato momento. Le generazioni passate agivano ancora, non si potevano utilizzare, ma erano esse che utilizzavano le generazioni viventi.
[…]
L’occupazione della natura
I
I nazi, e non loro soltanto, ma in genere gli uomini degli ultimi trent’anni hanno affermato di essere legati alla natura più strettamente che gli uomini di altri tempi. Dicono che vogliono soltanto «vivere»; vivere come vive la natura, senza la consapevolezza dello spirito, e che in tal modo sono vicini alla natura.
Ma l’uomo non diventa natura per aver distrutto lo spirito. L’uomo che distrugge lo spirito, cioè il proprio fondamento, non diventa natura: è soltanto rifiuto di se stesso e diventa, nella natura, rifiuto.
L’uomo che in sé distrugge lo spirito distrugge anche i suoi rapporti con la natura, poiché una cosa distrutta, frammentaria come un uomo senza spirito, non può essere legata a nulla; senza lo spirito l’uomo è soltanto un mutevole fastello di incoerenze e non può certo essere collegato con la natura poiché la natura incosciente non aspetta altro che di poter incontrare la coscienza dello spirito umano […].
II
L’uomo distrutto, senza coesione, che vive soltanto in frammenti e saltella da frammento a frammento, che incomincia mille cose ma è senza continuità perché non ha più spirito, quest’uomo crede che il continuo saltellare, l’eterno ricominciare sia la natura. Egli scambia ciò che è semplice scatto con la spontaneità, prende gli scatti dell’uomo privo di continuità per la spontaneità della natura, la quale incomincia mille cose per sua ricchezza, mentre l’uomo distrutto le incomincia per deficienza. L’uomo incoerente si considera un essere nel quale sorgono, come nella natura, un’infinità di cose, poiché in lui e intorno a lui vi è un turbine di cose incessante. Senonché egli dimentica che esiste un turbine di creazione iniziale nella natura, e un turbine sterile, incoerente, finale, nell’uomo che ha rinnegato lo spirito, cioè la propria essenza.
Se l’uomo incoerente avesse nella sua rovina almeno una traccia di veri rapporti con la natura, questi veri rapporti non permetterebbero che egli trascini nella natura anche la propria incoerenza. Allora egli non oserebbe neanche avvicinarsi alla natura. Ne avrebbe la voglia, questo sì, ma servendosi di quel resto di rapporti con la natura egli la onorerebbe evitando di accostare il proprio essere disgregato alla natura intatta. Se non si confidasse di possederla, proprio così, probabilmente la possiederebbe in realtà: quei resti di pudore e di verginità nell’uomo sarebbero rafforzati e così pure la vera relazione con la natura.
Il modo invece in cui oggi l’uomo si volge alla natura è senza pudore. Basta guardare quelli che alla fine della settimana «vanno fuori, nella natura»: sono quasi soldati mobilitati che marciano contro la natura, sembra quasi che non intraprendano la marcia contro la natura neanche volontariamente, ma per ordine ricevuto, per la parola d’ordine del weekend. Gli attendamenti sulla riva dei laghi sono come accampamenti di eserciti. Gli uomini aggrediscono la natura, la occupano come terra nemica, la raggiungono e la conquistano. Quest’aggressione della natura «per svago» è più pericolosa e dannosa che l’assalto alla natura a scopo di sfruttamento industriale.
[…]
La natura stessa sembra sconvolgersi quando la natura umana è sconvolta. L’uomo sconvolto è sempre stato accompagnato da una natura sconvolta: la natura ha sempre preso parte all’essenza dell’uomo. Il suo smarrimento si manifesta con le malattie, le epidemie, i terremoti, le perturbazioni del clima. La natura si lamenta.

