I recinti dell’anima

Questa immagine è stata riprodotta esattamente dieci anni fa da una fotografa tedesca durante la sua permanenza nell’arcipelago norvegese delle Svalbard, nel Mar Glaciale Artico: un’orsa polare ridotta a pelle ed ossa, intirizzita e abbarbicata su una lastra di ghiaccio, divenuta in breve tempo un simbolo della grave minaccia che il riscaldamento globale fa pesare sui delicati equilibri ecologici del pianeta.

Tre anni dopo, nel 2018, sarà un video girato in Indonesia dai volontari di un’associazione animalista a lanciare un monito analogo. Il video mostra un orango rosso disperato, che corre sul tronco di un albero abbattuto e si scaglia contro la ruspa che sta distruggendo la (sua) foresta. Una lotta impari, senza speranza.
La civiltà avanza, lasciando alla natura selvaggia una sola alternativa: scomparire o sopravvivere all’interno di uno spazio chiuso, artificiale, appositamente predisposto, simulacro di un passato ormai perduto e rievocato come mero spettacolo di intrattenimento. In effetti, una volta sciolti i ghiacciai e rase al suolo le foreste, non restano che le gabbie dello zoo per mettere al sicuro la fauna non addomesticabile.
Soluzione finale che non vale solo per gli orsi o i primati, ma anche per gli esseri… umani. E non ci riferiamo tanto alle popolazioni indigene che in tutto il pianeta rischiano di estinguersi, vittime del progresso; più in generale, ad avere le ore contate è ogni essere vivente incompatibile coi valori di scambio, con le norme, coi valori della civiltà moderna dominante. E se gli habitat selvaggi, allo stesso modo degli animali selvaggi, così come gli esseri umani selvaggi, sembrano avere il destino segnato… che dire del pensiero selvaggio?
L’idea di un mondo senza denaro, ad esempio, è diventata rara quanto una giungla impenetrabile, una tigre bianca, una tribù primitiva. Ma se tutto si tiene, come soleva ripetere qualcuno — tant’è che la deforestazione che in Indonesia minaccia la vita dell’orango rosso, minaccia anche quella delle tribù di Hongana Manyawa (che nella loro lingua significa appunto «popolo della foresta») — proviamo a soffermarci sulle parole di uno sconosciuto scrittore francese: «La scomparsa di popoli differenti e quella di certe province del pensiero (pensiero visivo, analogico) sono un solo e identico movimento».
Se questa frase risultasse troppo sibillina, proviamo ad applicarla all’atroce realtà degli ultimi due anni. Oggi come oggi, è parere pressoché unanime che la sola possibilità per porre fine all’odierno genocidio della popolazione palestinese sia la nascita e il riconoscimento dello Stato palestinese. Come a dire che, finché rimarranno senza un vero Stato, riconosciuto dai suoi simili in ambito internazionale, è ovvio che i palestinesi (gli straccioni) siano destinati a venire massacrati dal regime e dai coloni israeliani (i benestanti). Ovvio, comprensibile e pure giusto. Giusto perché, in fin dei conti, il governo israeliano non ha fatto altro che interpretare alla lettera le parole pronunciate nel 2022 dal massimo diplomatico dell’Unione Europea, Josep Borrell: «Siamo fortunati. Abbiamo costruito un giardino. Tutto funziona… Il resto del mondo non è esattamente un giardino. La maggior parte del resto del mondo è una giungla, e la giungla può invadere il giardino. I giardinieri devono averne cura, ma non proteggeranno il giardino costruendo muri. Un bel giardinetto circondato da alte mura per tenere lontana la giungla non è la risposta. Perché la giungla ha una forte capacità di crescita e il muro non sarà mai abbastanza alto per proteggere il giardino».
Insomma, bisogna pur appianare e ripulire la giungla, sterminando le bestie feroci che la infestano, se si vuole avere un giardino tranquillo e ordinato — o, sul mare, un’amena riviera per turisti. Il giardino è uno Stato, possibilmente democratico, al passo con l’innovazione tecnologica che favorisce un controllo capillare dei corpi e delle menti, fondato sul lavoro e sul denaro. Tutto il resto è erbaccia da estirpare.

Una flora incontaminata può sopravvivere, sì, ma solo all’interno di una nicchia-parco sotto tutela governativa. Una fauna selvatica può sopravvivere, sì, ma solo all’interno di una nicchia-zoo sotto tutela amministrativa. Un popolo come quello palestinese può sopravvivere, sì, ma solo all’interno di una nicchia-Stato sotto tutela occidentale. E il pensiero selvaggio? può sopravvivere, sì, ma solo all’interno di una nicchia-opinione sotto tutela accademica. Antiche tradizioni o recenti utopie, non fa differenza — purché, per essere accessibili al pubblico, visibili e visitabili, vengano ridimensionate e annacquate. Da irriducibili tensioni vitali interiori devono necessariamente adeguarsi alla realtà circostante, limitandosi a ribadire plausibili riferimenti culturali-politici esteriori.

Due esempi? La negritudine (nata fuori dall’Occidente) sarà anche sorta come battagliera reazione al colonialismo bianco, ma quando i suoi fondatori diventano deputati, sindaci o docenti universitari, non sono forse loro stessi le prime vittime di quella assimilazione che intendevano combattere? L’anarchismo (nato in Occidente) sarà anche sorto contro lo Stato, ma quando i suoi esponenti pretendono il rispetto di norme e diritti, denunciano stati d’eccezione e svolte autoritarie, invocano destituzioni e abolizioni, non sono forse loro stessi le prime vittime di quel recupero che non smettono di criticare? Nell’uno come nell’altro caso, si è davanti a un’interiorizzazione dei concetti dominanti, quella che induce a farli percepire, se non proprio innati, perlomeno ineludibili, e di conseguenza non rifiutabili.
In questo modo e in questo mondo diventa letteralmente impensabile una vita senza autorità, senza industria, senza economia, senza tecnologia… condannandosi all’eterno ritorno dell’esistente. Ma se è vero che tutto si tiene, allora la difesa dei popoli in via di estinzione dovrebbe essere parte di un unico movimento con la difesa di certe regioni del pensiero. Così, dal fiume al mare, da cosa deve essere libera la Palestina se non dall’intromissione di ogni potere, di ogni autorità, quale che sia la bandiera che sventola? Sostenere una simile possibilità esige una irragionevolezza che, anziché prendere posizione in una discussione polarizzata fra giustificazione del governo israeliano da una parte ed esaltazione della resistenza palestinese dall’altra, la sovverte introducendovi un elemento di contrasto, una dissonanza, una nota stonata che non è gradita da nessun coro.
Difendere il pensiero selvaggio non significa rendergli saltuariamente omaggio in nome del pluralismo e della tolleranza, né riconoscerne l’originalità in vista di meglio sfruttarlo. Tanto meno significa considerarlo un fardello ingombrante e sgradevole, che non fa che ostacolare il divenire, una sorta di autocompiacimento annichilente e paralizzante. Significa sostenerne ragioni e passioni, significa respingere i tentativi delle sirene politiche e accademiche che vorrebbero integrarlo, mettendolo al proprio servizio. Non sono i pochi che vivono o vogliono vivere nella giungla a costituire oggi una minaccia mortale, sono i molti che vivono o vogliono vivere nel giardino.
Bisogna decidere. Bisogna scegliere. O foresta, o fabbrica.