Roger Renaud
… Nel suo alloggio, scavato come un pozzo di frescura nella terra spaccata del deserto tunisino, un uomo mi accoglie con i miei amici. Seduto per terra, parla o tace a lungo, sorride, prepara il tè con gesti meticolosi e lenti. Cerco di leggere sul suo volto, nel movimento delle mani, di percepire il segreto del suo modo d’essere, cerco una complicità impossibile da stabilire. Eppure mi piacerebbe entrare in quella vita, che per certi aspetti immagino più ricca della mia e che d’altronde ritengo sia estremamente minacciata. Ma tra la sordida curiosità da turista, il cedimento alle facilità dell’esotismo e l’imbecille sentimentalismo da missionario, quale strada possono imboccare la mia simpatia e la percezione reciproca, mia e del mio ospite, dei comuni nemici? Per lui io sono inevitabilmente il simbolo dei padroni, l’indifferenziato rappresentante di una civiltà al tempo stesso così oppressiva nei suoi poteri e così lontana nella sua realtà, da rendere ogni nostro rapporto alterato e corrotto a priori. Nello specifico, nessun confronto può farci incontrare. E, da entrambi i lati del muro, sono prima di tutto le idee ad apparire più incomunicabili, impotenti, inutili. Mi si dirà che non può essere altrimenti, in quanto quell’uomo, isolato dal mondo moderno, «recluso» in condizioni di vita difficili e arcaiche, non è ancora entrato nella storia. Sarebbe più giusto dire: nella nostra storia, fuori dalla quale, decisamente, non esiste nulla, senza la quale non c’è salvezza possibile e che sola può insegnare la dignità umana, in un universo di fabbriche, orari, divise, diritti astratti e doveri meccanici.
È in virtù di un simile postulato che i nomadi mongoli vengono trasformati in sedentari dai marxisti che li governano. Ovunque sulla terra ci sono popoli strappati alla loro realtà di sempre, per essere gettati in uno spazio e in un tempo che sono loro estranei. Le «università», civili o militari, di Parigi, Londra, Mosca o di altrove, sfornano a getto continuo indigeni disciplinati che un domani faranno beneficiare «utilmente» il proprio popolo di soluzioni che non avrà né deciso, né inventato, e che potranno coinvolgerlo solo con la forza e lo stupro mentale. I dibattiti di idee a proposito del Terzo mondo sono ridicoli: chi parla di neo-colonialismo e di diritto dei popoli all’autodeterminazione? Un diritto che non è mai stato concesso loro se non a condizione, non da poco, di diventare simili a noi. Le legioni romane o le missioni cristiane non erano strumenti di un pensiero differente. In ogni caso, quale che sia il pretesto ideologico avanzato, si tratta semplicemente di assimilare gli altri a sé, di romanizzarli. Il senso della storia cercato dai teorici è presto detto: è il senso romano, o l’etnocidio, come l’ha definito Robert Jaulin (La pace bianca).
Non si può non interrogarsi allora sulla qualità realmente emancipatrice di idee il cui effetto principale è di contribuire all’etnocidio. Il marxismo non ha modificato nulla della legge di Roma nella parte del mondo in cui è nato; ma ha contribuito ad estendere irresistibilmente la sua influenza sul resto della terra: nell’agricola Europa dell’est, presso i popoli della Siberia, in Cina, a Cuba. Discutere se nei vari contesti esso sia stato tradito o meno, è il genere di dibattito da cui non può uscire nulla. Constatiamo che ha sempre tradito le speranze che vi erano state riposte. Ci si può anche sorprendere di essere stati ingannati, ma bisogna ammettere che, malgrado le sue pretese universali, ha sempre preso in considerazione solo la realtà e la storia dell’uomo europeo.
Ecco il vizio nascosto in fondo a tutti i nostri ragionamenti e che rende illegittima la nostra filosofia. Incapaci di risolvere le specifiche contraddizioni che ci assalgono, riteniamo che siano caratteristiche di tutta l’umanità, a cui riusciamo effettivamente a comunicarle poco alla volta, moltiplicandone la disastrosa influenza. Approfondendo prospettive visibili solo ad essa, traendo definizioni che altrove non corrispondono a niente, il nostro pensiero — di cui andiamo così fieri — è un circolo chiuso su noi stessi. Persone così diverse come un Hopi, un Sioux o un Kwakiutl, avevano gli strumenti per comprendersi reciprocamente, benché ognuno di loro, fondamentalmente e a dispetto della catalogazione che abbiamo fatto della sua vita, ci risulti indecifrabile. Siamo abituati a ragionare davanti a un muro che ci «libera» da un mondo di cui rifiutiamo la presenza, la realtà e la diversità. Quattro secoli di contatti analoghi tra l’Occidente e il resto della Terra hanno portato, in questa epoca di distanze ridotte, a rendere gli uomini perfettamente estranei gli uni agli altri e a vietare loro ogni terreno d’intesa che ne rispetti la verità. E continuiamo a vivere a tutt’oggi in tale situazione di conquista del mondo ad opera dei valori europei, il che impedisce che vengano definite le condizioni di un reale incontro fra gli esseri umani. Le nostre idee sono impotenti a realizzare questo auspicio perché ci incastrano nella nostra storia e nella nostra relatività, di cui rafforzano e giustificano necessariamente l’espansione, quando sono espresse al di fuori. Incompatibile col normale sviluppo degli altri, il nostro particolare sviluppo ha frantumato l’universo e ha infranto il tempo. I calendari non coincidono più. Chi mai può regolare il proprio orologio e per quale appuntamento?
Ma consideriamo piuttosto le nostre città: è da parecchio tempo che i loro orologi si sono fermati e non sembra affatto che le lancette arrugginite stiano per riprendere a breve la loro corsa. Tutto il rumore delle strade è una chimera, ed è indifferente. Cosa possono difendere, cosa possono avere a cuore, ad esempio, le poche persone che in Francia si rifanno apertamente al surrealismo, che non sia stato difeso, che non sia stato valorizzato già nel XIX secolo? Alcuni, sempre in cerca di distrazioni, ci intimeranno prontamente ogni giorno di trovare cose nuove, cose che facciano realmente avanzare. Avanzare? quando siamo palesemente gli utopisti del nostro stesso passato, e forse di un passato assai remoto… Le lancette della storia girerebbero al contrario? Piuttosto furbo, o magari ingenuo, colui che sa con certezza quale direzione prendere.
Mentre la sorte riservata alle più belle idee non varia affatto, masse umane restano agitate e preoccupate da nozioni che da parecchio tempo abbiamo giustamente relegato «nel dimenticatoio della storia». Inutile redigerne un catalogo. Non ci prendiamo neanche più la briga di combatterle, avendole già minate alla base.
Sì, è stato fatto, pure rifatto, a tal punto che oggi potremmo solo scavare nel vuoto. Eppure le mura sono ancora in piedi; sono rette da nulla, ma reggono e ci sono ancora persone protese alla loro finestra.
Questa constatazione è generale. Niente più dovrebbe autorizzare gli uomini a credere a ciò che fanno solitamente, talmente evidente e dimostrata ne è l’assurdità. Niente di essenziale collega qualcuno alle forme della realtà attuale. A quindici anni, si sbadiglia all’unisono. Un Indiano può suicidarsi, o lasciarsi morire, perché è scomparso un pezzo dell’orizzonte della sua vita. Ma il nostro orizzonte dov’è? Per la scomparsa di cosa potremmo morire? Moriamo piuttosto per non possedere nulla di cui ci importi la scomparsa. Tutto ciò a cui sembriamo tenere non ha mai contato per gli esseri umani.
[Bulletin de Liaison Surréaliste, n. 4, 1972]

