Il Districabile

Raymond Borde

Un ronzino

Le pance sono piene. Le strade si coprono di auto. Il silenzio è murato di rumori. Il tempo che passa non ci appartiene più. Appare altro, un fascismo alla rovescia dove la moltitudine oppressa da un individuo diventa l’individuo oppresso dalla moltitudine. Siamo trafitti. I domani che cantano sono domani che urlano. Evolviamo ai limiti del tollerabile con l’amarezza di avercela messa tutta affinché sia così.
Ancora ieri, percorrevamo il divenire, il cuore colmo di gioia pesante. «Il nostro paese va verso l’aurora», diceva un ritornello di sinistra che cantavamo con occhi umidi, a squarciagola, sul sentiero ciottoloso che conduceva verso l’aurora. L’alba era là, estasi fraterna, a portata di sciopero. Già le mani si tendevano. La farandola del proletariato scongiurava gli ultimi brandelli della notte. Avanzavamo fra le erbe di giugno, la rugiada sul ventre. «Biondina mia, senti fischiare in città le fabbriche e i treni?». È ovvio che la bionda in questione sentiva quel baccano, che le impediva di godere perché all’amore occorre un magico silenzio. Ma lei rispondeva sì come si vota comunista. Eravamo portati dal vento della Storia. Superavamo il circolo polare, così sicuri di Germinal, così pieni di Messidor, che la felicità per uno, per due, per tre, si annientava nel sogno della felicità per tutti.
Vorrei che il tempo che passa non occulti ciò che fu una fede, una presa in giro, una truffa. Salivavamo come i cani di Pavlov. Veniva suonata una campanella perché ingollassimo l’eucarestia del socialismo. I muri della cappella si aprivano maestosi sui piani quinquennali, nel giardino del Paradiso dove si poteva lavorare fino alla fine dei secoli. Già si profilava il grande mutante muscoloso. L’uomo nuovo non avrebbe più avuto complessi d’Edipo, né cattivi pensieri. I lillà sbocciavano nelle fabbriche dell’abbondanza. Sulle macerie del profitto il lavoro sarebbe stato l’incantesimo perpetuo dei battaglioni di ferro del proletariato.
Nessuno pareva aver sondato questa utopia.
Eravamo abbagliati dalla felicità universale. Dipendeva dal grande fuoco purificatore. Detestavate i bambini? Li avreste fatti per il Partito. Compagni, la felicità è all’ordine del giorno. Abolizione e risorgimento. Fusione nella massa. Massa d’acciaio. Acciaio di gioia. Metallo caldo del lavoro della squadra unita. Stalin, Stalin, veemente palpitazione, sei la matrice dell’aurora…
Con varie sfumature, eravamo tutti in quello stato d’animo. A farci sperare nel comunismo era null’altro che la voglia di farla finita con lo smarrimento che dilaga negli strati sociali intermedi come una piaga. Non eravamo più a nostro agio nella nostra pelle. Meglio di chiunque altro, Sartre ha dimostrato a quale angoscia eravamo ridotti. Si può mettere in discussione la sorta di complicità vergognosa che sorge da questa confessione, da questo commercio col soggettivismo, resta comunque il fatto che la sua testimonianza è fedele: eravamo un guazzabuglio di pulsioni e di sogni abortiti.
Ma l’alba del socialismo, diluendo la nausea, dava la certezza della metamorfosi più radicale. Stavamo per superare questa frontiera dell’io, per sbocciare alla gioia delle brigate lucide. Stavamo per fuggire e abbordare l’altra riva. Crisalidi veicolate dalla classe nascente, attendevamo il grande salto dialettico della Rivoluzione.

Ciò detto, compagni, bisogna guardare le cose in faccia. Avevate la follia in testa, ma scaricavate l’evento sulle spalle dei lavoratori. Eravate gli umili servitori di un animale enigmatico, il proletario, e indossavate il vostro costume più vecchio, il vostro smoking del povero, per assistere alle riunioni della cellula. Ma allo stesso tempo conducevate un mastodonte, disponevate di quel King Kong cieco e formidabile che si chiama classe operaia, perché avanzava nel senso del vostro odio.
Compagno, ti conosco troppo. Odi tuo padre. Odi il tuo arcivescovo. Odi il tuo prefetto e il tuo procuratore. Piccolo borghese, tu odi il tuo mondo. Hai dei conti da regolare. Contesti con tutto il tuo essere la tracotanza dei capi. Vivi a fior di pelle in un ambiente intollerabile. Non sei più e non sei ancora. Attraversi la tua notte, con la mente sconvolta da fantasmi vendicatori. Fai sogni di ghigliottina e di mattini cruenti in cui le carogne vengano sterminate.
Ora, accade che questi progetti di liquidazione siano coincisi per tutto un periodo con gli impulsi del proletariato. Marx, Engels, Lenin, Trotsky erano anch’essi intellettuali borghesi che ripudiavano i valori della loro classe d’origine. Questi ribelli paradossali hanno teorizzato ciò che all’inizio era solo una rottura affettiva ed il marxismo ha inglobato il divenire umano. Hanno fatto dono al proletariato di quelle parole vendicatrici, il plus-valore, la lotta di classe, che hanno irradiato il lavoro in fabbrica. Teorici e operai avevano lo stesso nemico, il padronato, gli uni per averlo maledetto, gli altri per averlo subìto nel processo di produzione. Un padrone era al tempo stesso un’odiosa carogna, un lettore del Temps, l’incarnazione dell’ordine, una faccia da schiaffi alla messa delle undici ed un usurpatore del valore-lavoro. Andavamo tutti nello stesso tunnel verso la stessa chiarezza: una società senza classi.
Fino a questi ultimi tempi, l’alleanza di intellettuali di sinistra e proletari è stata questa congiura che sfidava la logica del marxismo stesso. I primi rompevano con il loro ambiente sociale per trentasei motivi (romanticismo, crisi giovanile, servizio militare, famiglia! io vi odio, seduzione di una teoria che spiegava in ogni istante il massimo delle contingenze…). I secondi erano comunisti per ovvietà. Gli uni volevano spazzare via i fantocci del super-io, gli altri avevano la loro busta paga e la loro schiena pesante. Ma tutti scavavano lo stesso solco.
Ci sono degli impostori. Mi sarà concesso dire che omuncoli come Garaudy, Kanapa, Aragon, si dicevano comunisti dando poco di se stessi e che portavano la Rivoluzione come una piuma sul cappello. Resta comunque il fatto che l’intellettuale di sinistra era, nel bene e nel male, un nostalgico della violenza. Già udiva la sinfonia incantatrice delle mitragliatrici rosse. La costruzione del socialismo rischiava di essere meno divertente, ma l’agonia di una società nei bagliori dell’incendio aveva su questi esseri deboli il sapore lirico di una rivincita assoluta.
Siamo sinceri, compagni. Ci provocava un turbinio nell’anima che nulla, nemmeno l’amore, poteva eguagliare. Ottobre a Pietroburgo, Barcellona nel 37, erano una proiezione al cuore d’un mondo crollato dove spuntavano gomito a gomito dei bolscevichi. Ciò che sarebbe venuto dopo ci interessava poco. Il formicaio da rimettere in marcia non aveva di che attizzare l’immaginazione. Sapevamo bene che dopo la Rivoluzione i giorni sarebbero seguiti ai giorni, le stagioni alle stagioni, il lavoro al lavoro. Ma ci bastava immergerci ancora e sempre in questo istante magico dove il potere cambiava di mano, dove la torma di insorti si precipitava sul Palazzo d’Inverno.
Così, eravamo fissi sulla schiena del proletariato. Lo montavamo come un cavallo, lo caricavamo dei nostri sogni, per superare a colpi di speroni la barriera boreale. Sapevamo che ci avrebbe condotto dall’altra parte, perché la sua traiettoria andava provvisoriamente verso lo stesso sole.
Stalinisti per dovere, ribelli per inclinazione, eravamo sicuri del punto d’impatto. Al di là delle abitudini e del legalismo, al termine dell’attesa c’era l’esplosione.

Cavalcavamo un animale che è evaporato. Talmente grande era la torta, che il proletariato ne ha avuto le briciole. Nei paesi occidentali il livello di vita si è messo a crescere a dispetto del plus-valore. La grande crisi economica che il marxismo aspettava come il messia per dare l’ultima spinta non si è prodotta. Il movimento operaio ha acquistato frigoriferi a credito, congegni a motore e appartamenti. Una rete complessa e coerente di meccanismi stabilizzanti è riuscita a paralizzare in nuce i processi cumulativi che una volta avrebbero trasformato le depressioni in catastrofi. L’economia capitalista si è fortificata in un’espansione di cui nulla permette di pronosticare il termine.
E il cavallo si è spoliticizzato. Né la guerra d’Algeria né il 13 maggio lo hanno risvegliato dalla sua letargia. Il regime è diventato presidenziale nell’indifferenza, ed il ruolo storico d’un uomo come de Gaulle sarà stato, in fin dei conti, di accelerare il passaggio ad una società di tipo americano.
L’intellettuale comunista si è trovato tragicamente solo, come un nobile spogliato del su titolo, con la schiuma alle labbra. È stato tradito dal suo partito, le cui tranquille dimissioni riflettevano il volto di un’economia prospera e pacificata. Il movimento operaio non gli ha più rinviato gli echi del suo odio. È giunto il silenzio, come una lebbra. I grandi meeting di Buffalo, di Pleyel, di Vel d’Hiv, dove la cultura palpitava d’essere cultura di popolo, imprecazione, estasi, lirismo dalle mille bocche, dove il cuore dell’artista e il cuore di Parigi battevano dello stesso sangue, dove il teorico si fondeva nella massa, soggiogandola in un coito mostruoso – i meeting tacciono.
Per un periodo abbiamo creduto che il problema fosse solamente di ripudiare lo stalinismo. Sembrava semplice: il marxismo aveva deragliato, bastava rimetterlo sulla via reale della libertà. E, in effetti, se la fisionomia dell’esistenza non fosse cambiata dai funerali del criminale rosso, sarebbe stato per noi facile restare lì: Stalin è morto, viva Lenin.
Ma la lavatrice è più forte di un volantino scritto con il sangue. La bellissima frase «Proletari di tutti i paesi, unitevi» non resiste più ad una cucina in formica. Si deterge e si decervella. In Occidente il disgelo ha sconvolto solo i marxisti della classe media, ovvero i piccoli borghesi gauchiste. Il movimento operaio aveva già optato per l’ideologia che conveniva al proletario dei quartieri di case popolari.
Un disgelo da ingannati. Il partito comunista, di cui Sartre dice che non ha mai torto a livello storico, si è fuso brillantemente nella materia plastica. Ha preso la svolta dei motori a benzina. Ha schiaffato la grande sera in soffitta e la bandiera della Comune in una cappelliera. Si è ripiegato su un programma di vaga giustizia che deve bastare largamente al bisogno politico di una comunità all’americana. Nel momento in cui scrivo queste righe, bisogna sollecitare «una Francia veramente democratica volta verso l’avvenire». L’incidente del disgelo non interessa nessuno, se non l’ultimo quadro dei bolscevichi in appartamento. La revoca dell’ipoteca stalinista, che un tempo avrebbe dato il segnale a tutte le speranze, è passata come una vespa tra la pera e il formaggio. I giochi sono fatti in un altro senso: agli operai innocui, un comunismo innocuo.
Tutto ciò spiega a sufficienza perché l’intellettuale di sinistra è oggi un cavaliere senza montatura. Il suo sistema di pensiero, che aveva risposta a tutto, non ha più risposta a niente. Dove andiamo? Di certo non verso le brume rosse dell’incendio. Un mondo muore, ne nasce un altro che non ha nulla d’esaltante. Facciamo tabula rasa del passato, dato che non indica più il polo magnetico. Il proletario si è diluito per strada. Siamo delle coscienze, degli isolati. Partiamo da zero.

L’alienazione

Partire da zero è lagnarsi. È superbamente fecondo rifiutare e odiare, tagliare la retina delle sfumature mentali attraverso cui tutto finisce per essere in tutto.
Ma l’epoca è fatta in modo da sollecitare la tolleranza e la complicità. I preti non indossano più la tonaca, non portano più il tricorno, il che dà a questi merdosi un’aria quasi umana. I padroni si riempiono la bocca con questa parola d’ordine del capitale, la parola «sociale». Gli sbirri hanno fatto degli studi e quando un marmocchio muore di cancro – marmocchio, tra parentesi, di cui ce ne freghiamo – la catena della felicità, le solidali belanti e le mamme lacrimose gli mandano dai quattro angoli della Francia le prime fragole della stagione.
La morale di un’epoca va sempre nel senso della pacificazione. Modera le passioni e dirige gli atti. Mette la vita sotto il moggio ed il suo trionfo è di sfociare nello stato di rassegnazione in cui la schiavitù non ha più altro desiderio se non esistere. In ogni istante la morale dominante viene emessa da miliardi di pensieri soggiogati e da atti arrestati nel loro compimento. Per quanto sia possibile definirla, è un’addizione vertiginosa di timidezze. Ogni notte soccombe, trascinata dal sogno, trasportata dal torrente che apre le chiuse, riversata come un’idiozia sugli argini di cosa? Del tutto permesso, dei mille desideri. Ogni giorno rinasce nel solco schizofrenico del quotidiano.
Ma una volta, in un mondo fortemente diviso, essa appariva in maniera molto più chiara. Da un lato le carogne, ovvero l’apparato di Stato, i tribunali, la sbirraglia, la pretaglia, la bandiera tricolore e la proprietà privata dei mezzi di produzione. Dall’altro, le vittime. In mezzo, i piccoli borghesi, classe ondeggiante di sotto-carogne che aveva il vomito nel sangue e che finiva sempre, foss’anche attraverso rimorsi di coscienza, con lo scegliere il partito dell’ordine.
Da quando il proletariato ci ha lasciato, le cose hanno smesso di essere semplici. I valori non si scontravano più con l’evidenza che opponeva il maestro al prete. Il Primo maggio di collera è diventato la festa del lavoro e gli anarchici hanno smesso di portare la contraddizione agli ecclesiastici in piena messa. Una moralità media ha digerito gli antagonismi. Tutti si fermano allo stesso semaforo rosso e assorbono la stessa imbecille trasmissione televisiva. C’è una coniugazione delle classi in un ambiente di asfalto, cemento chiaro e natalità. 25.308 abitanti, 16.292 lettori di Paris-Match. Io faccio, voi fate, si fanno dei marmocchi. Moglie di ministro, moglie di lampionaio, comprano Elle e mangiano carote dimagranti. Si insinua una tematica nei rapporti delle persone e delle cose, che ha come caratteristica di essere unificante. La morale delle carogne e quella delle vittime si fondono in un super-io tentacolare e dolciastro, di cui Freud potrebbe dire che non è più l’influenza dell’«es» sull’«io», ma la fotografia dell’«es», poiché gli «io» sono identici o tendono a diventarlo.
A beneficio d’inventario, questa morale denota:

Ciò significa che la rassegnazione non è più l’umiltà dei deboli, ma il tradimento di tutti. Tradimento? Nemmeno. Ubicati sotto la stessa insegna, l’homo sapiens e l’homo faber stanno incorporandosi all’assordante mondo dei mass-media. Si diceva nell’aura del 1789: gli uomini nascono e restano liberi ed uguali nei diritti. Era la profezia dei giuristi di cuore. Adesso si può dire che nascono livellati.
La vita di gruppo è piallata come un bassopiano e nessuno aveva previsto che questa invasione avvenisse senza dolore. Bastava tuttavia essere marxisti – dico marxisti e non stalinisti – per indovinare che il compattamento degli scarti del consumo avrebbe generato una morale collettiva in cui i contrasti e i rilievi sarebbero scomparsi sotto la sabbia. Ma ammetto che bisognava avere la testa fredda – il che non era il caso dei costruttori del socialismo, con il loro fraterno entusiasmo – per formulare in anticipo la grande lezione del XX secolo: la morale collettiva nata dall’espansione economica è un tessuto di stronzate.
In altri termini, e sarò marxista fino in fondo, l’innalzamento dei livelli di vita non ha soltanto reso inoffensiva l’ideologia rivoluzionaria, ha creato un sottomesso unico, una sorta di robot universale che ha negli occhi le stesse strisce gialle, nella mani lo stesso volante, nelle orecchie lo stesso twist e nel cuore la stessa statistica delle nascite in aumento.

Scrivo questo testo come se dovessi morire domani. Alcuni anni fa, se avessi avuto quest’occasione, avrei suggerito agli ultimi testimoni, come saggezza finale, la frase del Manifesto: «Proletari di tutti i paesi…». E perché questo teatro? Questa lugubre pagliacciata di un essere fasullo? Come se, attraverso il messaggio dell’agonia, si potesse cambiare la faccia del mondo…
Il nostro odio non è mutato. Più che mai bisogna opporre il rifiuto più definitivo all’esercito e ai valori capitalisti, alla fede in Dio, all’idiozia famigliare, alle porcherie moralizzanti.
Ma ormai eccoci soli, sovranamente soli. L’oppositore non è più un porta-parola, impegna solo se stesso. Non ha più il sostegno di una infrastruttura che produceva la lotta di classe come la terra produce il frutto. È oppositore perché si sottrae alle motivazioni di massa, e da lì a giudicare che questo individuo, scandalosamente lucido, sia un essere asociale, un caratteriale, un pazzo da legare, c’è solo un passo che la tecnocrazia supererà a breve. Dal modo in cui vanno le cose, prevedo la nascita di una neo-inquisizione entro l’anno 2000.
Al Sant’Uffizio del livellamento, gli interrogatori avranno la terrificante dolcezza di una batteria di test. Non verrete né tagliati a brandelli né immersi nel sale. Verrete convocati all’istituto regionale di psicologia. Mura di vetro, cemento. Finestroni aperti su un parco. Colori funzionali. Vivaldi in lontananza, implacabile sottofondo sonoro. Verrete coccolati: pasto sterilizzato, pastorizzato, multistandard, su un piatto auto-filtrante. Il seguito lo indovinate. Gli ingegneri di anime faranno in fretta a scoprire che vi collocate a due scarti-tipo della media d’adattamento. Truccherete i vostri test, cosa relativamente semplice, ma la macchina per misurare le emozioni disarmerà la vostra autodifesa. Elettrodi sulla pelle, vi verrano presentati oggetti schifosi: dei numeri di Paris-Match, una famiglia numerosa, un mutilato che rianima la fiamma. Il vostro sangue farà solo un giro. Sarete persi.
Non c’è nulla da aggiungere a quanto già sapete. Una stazione di servizio vi laverà il cervello. Un assistente sociale vi reintegrerà nella comunità. Liberi sulla parola, passerete tutti i mesi un esame orale di controllo. Sarete di carta, carta preforata al servizio meccanografico della neo-inquisizione.
Così l’opposizione diventa faccenda di alcuni. Questi cavalieri soli sono l’aristocrazia del caso. Nostalgici, poeti, ribelli, non hanno altro sostegno che una condizione di veggenza. Vivono al di fuori. Attraverso le imprevedibili incrinature delle società organizzate, dissipano la menzogna del grande condizionamento, mettono in luce la forza dell’abitudine.

[L’extricable, 1962]