in fondo all’umanesimo

Bisogna guardare il problema coloniale come un problema nuovo. Alcune idee essenziali possono fare luce sulla questione.
La prima idea è che l’hitlerismo consista nell’applicazione da parte della Germania al continente europeo, e più in generale ai paesi di razza bianca, dei metodi di conquista e di dominazione coloniale. I cechi furono i primi a sottolineare questa analogia quando, protestando contro il protettorato boemo, affermarono: «Nessun popolo europeo è mai stato sottoposto a un simile regime». Esaminando in dettaglio i procedimenti di conquista coloniale, l’analogia coi metodi hitleriani risulta evidente. Se ne può trovare un esempio nelle lettere scritte da Lyautey dal Madagascar. L’eccesso di orrore che da qualche tempo sembra distinguere il dominio hitleriano da tutti gli altri può forse essere spiegato con la paura della sconfitta. Non deve farci dimenticare l’analogia essenziale dei metodi, entrambi derivanti dal modello romano. Questa analogia fornisce una risposta pronta all’uso agli argomenti in favore del sistema coloniale. Perché tutti questi argomenti — quelli buoni, quelli meno buoni e quelli cattivi — vengono utilizzati dalla Germania, con lo stesso grado di legittimità, nella sua propaganda in merito all’unificazione dell’Europa.
Il male che la Germania avrebbe arrecato all’Europa se l’Inghilterra non avesse impedito la vittoria tedesca è lo stesso male che provoca la colonizzazione: lo sradicamento. Avrebbe privato i paesi conquistati del loro passato. La perdita del passato equivale alla caduta nella servitù coloniale.
Questo male che la Germania ha tentato invano di farci, noi lo abbiamo fatto agli altri. Per colpa nostra, piccoli polinesiani recitano a scuola: «I nostri antenati, i Galli, avevano capelli biondi ed occhi azzurri…». Alain Gerbault ha descritto in libri molto diffusi, ma che non hanno avuto alcuna influenza, come stiamo facendo letteralmente morire di tristezza queste popolazioni, proibendo loro i propri costumi, le proprie tradizioni, le proprie feste, tutta la loro gioia di vivere.

Simone Weil

(“A proposito della questione coloniale nei suoi rapporti con il destino del popolo francese”

scritto a Londra per France Libre, 1943)

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Innanzitutto, bisognerebbe studiare come la colonizzazione lavora per decivilizzare il colonizzatore, per abbrutirlo nel senso proprio del termine, per degradarlo, per risvegliare i suoi istinti più nascosti come l’invidia, la violenza, l’odio razziale, il relativismo morale, e mostrare che ogni volta che in VietNam una testa viene mozzata e un occhio cavato e che in Francia si accetti la cosa, una bambina violentata e che in Francia si accetti la cosa, un malgascio suppliziato e che in Francia si accetti la cosa, è un valore acquisito per il progresso della civiltà che diventa peso morto per la stessa civiltà, una regressione universale che ha luogo, una cancrena che si sviluppa, un focolaio infettivo che si estende, e che in fondo a tutti quei trattati violati, a tutte quelle menzogne divulgate, a tutte quelle spedizioni punitive tollerate, a tutti quei prigionieri costretti con legacci e “interrogatori”, a tutti quei patrioti torturati, in fondo a quell’orgoglio razziale incoraggiato, a quella iattanza esibita, c’è il veleno instillato nelle vene dell’Europa e il progresso lento ma sicuro dell’inselvatichimento del continente.
E così, un bel giorno, la borghesia viene svegliata da un formidabile contraccolpo: le gestapo si danno da fare, le prigioni si riempiono, i torturatori inventano, rifiniscono, discutono intorno ai cavalletti.
Ci si stupisce, ci si indigna. Si dice: «Com’è curioso! Mah! È il nazismo, passerà!». E si aspetta, si spera; si nasconde a se stessi la verità che è una barbarie, la barbarie suprema, quella che corona, quella che riassume la quotidianità delle barbarie; che è il nazismo, si capisce, ma che prima di esserne stati vittime si è stati complici. Che lo si è sopportato — quel nazismo — prima di subirlo, lo si è assolto, lo si è visto e legittimato perché finora era stato applicato ai soli popoli non europei; che quel nazismo lo si è coltivato, e se ne è responsabili, e che esso assorda, perfora, pervade goccia a goccia, prima di inglobare nelle sue acque arrossate da tutti i crimini della civiltà occidentale e cristiana.
Sì, vale la pena di studiare, clinicamente, nei dettagli, le tattiche di Hitler e dell’hitlerismo e di svelare al molto distinto, al molto umanitario, cristiano borghese del XX secolo, che custodisce in sé un Hitler nascosto, che Hitler abita in lui ed è il suo demone, che se lo rifiuta è per mancanza di logica e che, in fondo, ciò che non perdona ad Hitler non è il crimine come tale, il crimine contro l’uomo; non è l’umiliazione dell’uomo in sé, ma il crimine contro l’uomo bianco, il fatto di aver applicato all’Europa metodi coloniali finora riservati agli arabi di Algeria, ai coolie dell’India e ai negri d’Africa.
Questo è il grande rimprovero che rivolgo allo pseudo-umanesimo: di aver troppo a lungo sminuito i diritti dell’uomo, di aver avuto e di avere ancora nei riguardi di questi una concezione stretta, parcellizzata, parziale, da partito preso e, in definitiva, sordidamente razzista.
Ho parlato tanto di Hitler perché lo merita, perché permette di ampliare la visione, di cogliere il fatto che la società capitalistica, allo stato attuale, è incapace di fondare un diritto delle persone, incapace altresì di fondare una morale individuale. Che lo si voglia o no, in fondo al vicolo cieco Europa, intendo l’Europa di Adenauer, di Schuman, Bidault e qualche altro, c’è Hitler. In fondo al capitalismo, desideroso di succedersi, c’è Hitler. In fondo all’umanesimo formale e alla rinuncia filosofica, c’è Hitler.

Aimé Césaire

(“Discorso sul colonialismo”, 1950)