Infernalia

Armel Guerne

No, non è la Morte, che sempre incombe su di noi, ad avere il sopravvento e ad incamminarsi; non è lei con quel passo da moltitudine; non è la vera Morte, la sua clessidra, la sua falce, la sua crudele nudità e la sua attività mai impersonale.
È la vita a imputridire.

È la vita, da sempre su di noi, che appassisce e si deteriora: un frutto maturato distrattamente, raccolto per così dire quasi per sbaglio e poi abbandonato in un angolo, da qualche parte.
È l’avvenire che ci fa marcire, sempre fuori stagione. Tutto l’avvenire fluido che si sgretola; passa; scompare.

Ah! è la vita, la vita in cui purtroppo non si desta più l’incendio della collera, dell’entusiasmo; la vita che non sappiamo più squartare con le nostre visioni, disperate o belle; che non scandaglia più le nostre rinunce e il loro refrigerio sotterraneo, i nostri appetiti, come vulcani; che non inducono certo alla confessione. La vita, che non è più voluttà di un Desiderio o volontà di qualcuno, tanto meno fierezza o indignazione. Concessa o presa senza riguardi e ricevuta senza rispetto. Spenta dappertutto; simile ad una piaga cattiva e pericolosa il cui bruciore si è sopito, una piaga livida.
La vita meschina e vacillante sul bordo, che ora, ormai e forse per sempre, nelle orribili sontuosità della Caduta, s’inabissa all’infinito. La vita nei bassifondi.
No, non è la Morte, non è lei, la beneamata!
Ma è la vita… Priva di cielo e di scintilla…
Oh, maleamata!

[Danse des morts, 1946]