Annie Le Brun – Juri Armanda
«Forte visibilità», «visibilità approfondita», «guadagno di visibilità», «visibilità ampliata», «ottimizzare la propria visibilità»… Di chi e di cosa si sta parlando? Di un prodotto? Di un’azienda? Di una persona?
Domande che si sovrappongono tutte, allorché oggi esiste solo ciò che è visibile. Si tratti di uomini, oggetti o idee, più niente e nessuno può pretendere l’esistenza se non attraverso la diffusione massiccia e intensiva della propria immagine.
I tempi cambiano più velocemente di quanto pensino gli uomini. La certezza che «il tempo è denaro» non significa più granché. Ora è l’immagine ad essere denaro. Del resto il 18 giugno 2019, per annunciare la creazione di una moneta digitale – la Libra – Mark Zuckerberg, il boss di Facebook, ha esordito precisando: «Sarà facile inviare denaro a qualcuno quanto inviare una foto». E forse non è un caso se Instagram, filiale di Facebook, più o meno nello stesso periodo proponeva a tutti di farne l’esperienza immediata con la novità del check-out, grazie al quale basta un click per acquistare qualsiasi oggetto presente nell’immagine messa on-line.
Giusto per ricordarci che dipendiamo già da un sistema economico basato sulla monetizzazione dell’immagine. Per quanto sia difficile ignorare l’esortazione permanente di «massimizzare la propria visibilità», che si confonde con la parola d’ordine di una vera e propria dittatura della visibilità, dove l’equivalenza tra immagine e denaro cancella sistematicamente i confini tra esseri e cose, individuo e massa, realtà e finzione.
Il che porta ad interrogarsi su una riflessione critica che, da una decina di anni, si disinteressa vieppiù dell’immagine per focalizzarsi sulla cattura dell’attenzione, dove l’universo tecnologico trarrebbe la sua onnipotenza. È forse inconsciamente per non affrontare la violenza del denaro che sta riconfigurando il nostro modo di stare al mondo mediante l’immagine? Tanto più che la novità di questa dittatura è inseparabile da una stupefacente produzione di immagini, il cui numero cresce via via in modo incommensurabile.
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Troppe immagini! Troppe immagini! Fin troppe immagini! Lo sappiamo, ne parliamo, lo ripetiamo, e anche da molto tempo. Ma dirlo non può dare un’effettiva idea di ciò che rivelano le recenti statistiche. Perché niente è più come prima, da quando la nostra civiltà tecnologica è diventata capace di produrre, in appena pochi mesi, una quantità di immagini pari all’insieme di tutte le immagini esistenti fino ad oggi. E ad un tale ritmo che ogni anno il numero di immagini prodotte supera quello dell’anno precedente.
Ne consegue un incessante diluvio di immagini subito archiviate in miliardi di profili e di server, ma che si può star certi che nessun occhio umano vedrà mai. Non ci sono statistiche che lo confermino, mostrando, ad esempio, che ci vorrebbero quattro secoli per vedere tutti i video pubblicati su Facebook, che corrispondono solo alla metà di tutti i film distribuiti. D’altronde, se qualcuno passasse ottant’anni della sua vita a guardare Instagram senza dormire, potrebbe vedere a malapena l’equivalente di ciò che viene diffuso sulla piattaforma in sette minuti. Questa continua eruzione di immagini sulle piattaforme digitali modifica tutti i dati della percezione e della rappresentazione. Eccoci totalmente impotenti davanti all’enormità di ciò che tocca definire cataclisma distributivo.
Perché se, come ha visto Walter Benjamin, la riproduzione meccanica ha provocato una rivoluzione nella storia dell’immagine, la novità intervenuta nella distribuzione è all’origine di uno sconvolgimento almeno altrettanto radicale, se non di più. Ci piacerebbe che, tecnicamente, non fossimo più in grado di riprodurre la quantità di immagini realizzate giorno dopo giorno, e distribuite nello stesso istante. Il numero conduce il gioco come non mai, attraverso tutte le forme di ripetizione, accumulazione e moltiplicazione che influenzano l’immagine. La sua violenza è terribile: concorrenza, competizione, rivalità… mancano le parole atte a descrivere la specificità di una lotta all’ultimo sangue, insita in tale sovrabbondanza di immagini.
Probabilmente tutte le epoche hanno operato per propagare l’immagine e aumentarne la visibilità. A partire da Gutenberg, la storia dell’immagine s’intreccia con quella delle tecniche che ne consentono la moltiplicazione e la riproduzione. La modernità più volte ne ha tratto l’energia delle sue rinascite più spettacolari. E, poiché la grande avventura tra l’immagine e la tecnologia inizia proprio con l’apertura di nuove vie e nuovi campi di visibilità, la storia della rappresentazione occidentale è intimamente legata all’immagine, anche solo attraverso le successive invenzioni della fotografia e del cinema con la folgorante apoteosi dell’immagine che ne è derivata. Come se fra la tecnologia e l’immagine ci fosse una folle storia di reciproca seduzione, ognuna sperando per sé ciò che faceva sperare all’altra come un aldilà della loro collaborazione.
Ma questo prima che il capitale riuscisse a reggere l’intero gioco, a partire dal momento in cui si è trovato in perfetta sintonia con una tecnologia anch’essa determinata esclusivamente dal numero. È stata questa nuova intimità tra tecnologia e capitale a generare la diffusione sfrenata dell’immagine, obbediente al solo imperativo di una visibilità sempre maggiore. Fino ad imporsi in evidenza: non c’è principio di produzione dell’immagine più semplice della sua distribuzione.
Ciò è avvenuto in una decina d’anni, dal momento in cui l’invenzione dello smartphone – primo dispositivo di comunicazione che unisce la produzione alla distribuzione dell’immagine – ha avuto l’effetto di far apparire questa istantaneamente e dappertutto. Anzi, con lo smartphone che offre fin dalla nascita dell’immagine tutta l’infrastruttura necessaria per mostrarla, inviarla e condividerla all’infinito, senza che sia necessario trasformarla, condizionarla per distribuirla, ha cominciato a formarsi un nuovo modello di redditività, modellato sul nuovo trattamento dell’immagine che abolisce puramente e semplicemente la nozione di intermediario.
Ne è conseguita la fissazione del capitale per l’immagine che, da allora, si è sviluppata in un’economia volta ad eliminare gli intermediari tradizionali nel modo in cui lo smartphone permetteva di non differenziare più tra produzione e distribuzione. È su questo principio che funzionano gli Uber, gli Airbnb,… mostrando la possibilità di mercificare tutto ciò che ancora non lo è, ma dimostrando anche che ciò che viene così venduto è un prodotto che non è stato prodotto. Al punto che si potrebbe fare un parallelo tra il numero di delocalizzazioni causate dall’attuazione di questa economia distributiva e la smaterializzazione infine riservata all’immagine, malgrado il suo ruolo centrale. È dallo sviluppo in una gigantesca vampirizzazione dell’immagine da parte del capitale che l’economia distributiva trae la sua radicale novità.
Avvenimento tanto decisivo quanto drammatico per l’immagine, la quale comincia a perdervi il proprio corpo, non avendo più altro supporto, al posto della carta o della pellicola, se non la combinazione digitale della sua visibilità. E infatti, mentre la carta o la pellicola permettevano di consacrare materializzandola l’unione del contenuto dell’immagine con la sua visibilità, le tecniche digitali operano solo per separarli. Questo è il dramma fondatore dell’era della distribuzione, in cui la separazione tra il contenuto dell’immagine e la sua visibilità avviene automaticamente e in modo vertiginoso.
Nessuno ha ancora effettivamente misurato il significato e le conseguenze di questo distacco dell’immagine da se stessa. Si tratta in realtà di un’aggressione all’immagine che, continuamente reiterata salvando le apparenze e salvando solo quelle, impedisce di determinarne la vera natura e chi possa esserne l’istigatore. D’altronde, fra tutti coloro che cercano di inviare il proprio selfie accanto a Monna Lisa o a qualche altra celebre opera d’arte chi si preoccupa di condividerne solo la digitalizzazione?
L’immagine ne acquisisce una falsa leggerezza che potrebbe benissimo aver indotto la finta disinvoltura caratteristica di quest’epoca. Cosa che non ha fatto che peggiorare dal momento che, ormai alla portata di tutti grazie allo smartphone, l’immagine è passata nelle mani di miliardi di individui, che quotidianamente la producono e la distribuiscono in quantità senza precedenti.
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Ci sono fatti che non ingannano. In genere è sulla stessa pagina e con la stessa beata ammirazione che la stampa riporta periodicamente i record di vendita raggiunti da questo o quell’artista o il numero record di follower di cui può vantarsi questa o quella vedette di Internet. Si è giunti persino alla collisione tra i due, dopo che la casa d’aste Sotheby’s ha invitato Victoria Beckham, ex Spice Girl diventata creatrice di moda, a presentare fra i pezzi della sua collezione estate 2017 i diciassette dipinti di antichi maestri, tra cui Cranach, Rubens o Turner, in vista della loro messa all’asta. A riprova che l’equivalenza immagine-denaro è diventata moneta corrente, per così dire, e che più nulla è fuori dalla portata del numero.
Tra la storia dell’arte e la storia dell’economia in effetti oggi è ammessa una collusione sempre più spettacolare, iniziata intorno agli anni 90 con la finanziarizzazione dell’economia, per poi impossessarsi ben presto dell’industria della moda e del lusso. Ma ci è voluto del tempo per percepirne le conseguenze. Pochi si saranno accorti che, se da un paese all’altro le multinazionali hanno allestito gli stessi franchising con gli stessi prodotti, è accaduto lo stesso con l’investimento culturale, che ha visto moltiplicarsi in tutto il mondo le stesse mostre dei medesimi artisti, come per abituare ognuno a diventare lo spettatore inebetito della violenza del denaro sempre più all’opera nel mondo delle immagini.
Così, manifestandosi essenzialmente attraverso la produzione di sensazioni via via più forti, l’arte contemporanea – o pretesa tale – ha seguito un’evoluzione paragonabile a quella che l’economia distributiva ha imposto all’immagine, alienando sistematicamente il contenuto di questa a vantaggio della sua visibilità. […]
Da qui il gigantismo, diventato la caratteristica principale di quest’arte contemporanea, che presenta il duplice vantaggio di essere in primo luogo completamente in sintonia con un sistema pronto ad annientare tutto ciò che potrebbe ostacolarne lo sviluppo, mentre lo sbalordimento che suscita assicura la sospensione del minimo pensiero critico, portando ciascuno a partecipare, anche inconsapevolmente, al grande spettacolo della trasmutazione dell’arte in merce e della merce in arte.
[…]
È da anni infatti che fondazioni e musei ci abituano a protocolli simili pur di farci accettare l’inaccettabile di un mondo che sta passando sotto il «governo dei numeri». Con questa contraddizione che tale non è, è a questo grande progetto di accecamento che agisce la dittatura della visibilità.
Addomesticamento con cui non si può scendere a compromessi, come dimostrato dal fatto che il critico d’arte Wolfgang Ullrich non è stato autorizzato a riprodurre sette dei diciassette scatti che aveva scelto per illustrare la sua riflessione critica. In realtà, le sette superfici grigie, che materializzano il divieto di riprodurre le opere – peraltro tra le più quotate nell’arte contemporanea – raccontano più di qualsivoglia riproduzione. Esibiscono ciò che i loro proprietari hanno acquistato a prezzo d’oro, ovvero la visibilità che supera il contenuto. Ma esse simboleggiano anche la cosa forse più importante: l’astrazione sovrana del denaro attraverso la sua non riproducibilità, che si basa paradossalmente sulla riproducibilità dell’immagine confortata giorno dopo giorno un po’ più della sua infinita distributività. Anche al di là di tutto ciò che è sacro, qui si raggiunge un assoluto. Come Dio, il capitale non ha immagine ma le possiede tutte. Il che gli consente di giocare all’infinito con la loro visibilità per affermarne il potere di accecamento.
Non c’è quindi da stupirsi se, tra le innumerevoli dittature che l’uomo sarà stato in grado di inventare, quella della visibilità è sicuramente una delle poche che non viene percepita come tale. Coloro che ne soffrono, come quelli che ne vengono schiacciati, non si ribellano minimamente contro di essa. Il più delle volte non se ne rendono neppure conto. Fino ad oggi non ha suscitato alcuna critica politica, potendo gli uni o gli altri deplorare una mancanza di visibilità, mai una sua eccedenza. Il motivo è che una maggiore o minore visibilità determina il valore monetario di un’immagine. E finora non ci si è ancora lamentati di avere troppo denaro, ma piuttosto di non averne.
Il segreto della dittatura della visibilità è di promettere l’impossibilità di una tale mancanza, vale a dire di giocare sul principio che non esista un’immagine che non consenta a chiunque di accedere alla celebrità digitale. Del resto è col pretesto di questa promessa di libertà attraverso l’immagine che la dittatura della visibilità continua ad affermarsi con soddisfazione di quasi tutti. E questo mentre lo spazio così aperto, generato esclusivamente a partire dal numero, non può che essere economico come lo sono in effetti le molteplici comunità che vi nascono per prosperare esclusivamente in base al numero di like e di follower.
È per questo che le loro vedette – stelle dei social network, blogger, ma pure influencer vari, artisti o sportivi… – anche qualora molte di loro raggiungano lo status di milionari, non possono essere oggetto di riprovazione in un’epoca in cui, tuttavia, i diversi populismi coincidono nel medesimo violento rifiuto delle élite. La cosa non riguarda i fortunati eletti della visibilità, che sono persino oggetto di una sorta di culto. Non incarnano forse il sogno di un mondo in cui il regno assoluto del numero garantisce dalla minaccia del negativo: fallimento, povertà, esclusione…? Cosa confermata quando non programmata da una tecnologia che richiede solo di «likare», anche se ormai su Facebook è possibile segnalare la propria disapprovazione, afflizione, ecc., grazie a sette emoticon.
Per quanto alcuni spiriti forti ritengano di poter prendere qualche distanza divertiti dalla positività infantilizzante che governa l’etica e l’estetica dell’universo digitale, non hanno alcuna misura del ruolo-chiave del numero come temibile sensale fra l’immagine e il denaro. È grazie ad esso che il negativo non può avervi posto. Non si scherza con queste cose.
D’altronde il termine icona, utilizzato naturalmente per indicare le celebrità dei social network, descrive il loro carattere di immagini intoccabili. Non è la prima volta che il sacro passa attraverso l’immagine, ma è la prima volta che si basa sulla continua fusione dell’immagine col denaro, a cui il capitale ci costringe ad assistere e soprattutto a partecipare attraverso il rituale delle immagini che, essendo condivise prima ancora di essere viste, acquisiscono sempre più valore. Autentica trasfigurazione durante cui il consumatore di immagini ne diventa produttore, come non essere riconoscenti al capitale trionfante?
Eccolo, il sacro di quest’epoca che permette alla dittatura della visibilità di essere una dittatura senza dittatore affermandosi come spazio in cui si costruisce il consenso finale di un’epoca senza consenso, ma in cui ogni giorno fa circolare miliardi di immagini.
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Difficile non ricordare qui ciò che Walter Benjamin aveva saputo scorgere nella Germania nazista, percependo il legame fatale che univa le masse alle immagini. Per lui, per il solo fatto di annientare l’aura come l’improvvisa prossimità della distanza offertaci dall’opera d’arte, la riproduzione meccanica va incontro al desiderio delle masse. Più precisamente, ostili a qualsivoglia segno di singolarità o distanza che le neghi in quanto tali, le masse troverebbero nella riproduzione meccanica delle immagini qualcosa da opporre per rafforzare le idee di numero e prossimità in cui esse si riconoscono. Walter Benjamin si è spinto fino ad evocare l’inaspettata importanza che il numero e le statistiche avrebbero potuto assumere per il futuro dell’immagine. Ovviamente, oggi è cosa fatta: l’imperativo della visibilità, sempre più implacabile, cresce in proporzione all’eccessiva distribuzione.
Resta il fatto che, malgrado la sua straordinaria intuizione, Walter Benjamin non ha previsto quale grande cambiamento ne sarebbe derivato. Perché, se la riproduzione meccanica annichilisce l’aura dell’opera d’arte, la distribuzione digitale separa l’immagine dalla sua visibilità. È in questo che l’era della distribuzione si differenzia fondamentalmente dall’era della riproduzione. Mentre la riproduzione riguarda il contenuto formale dell’immagine, la distribuzione lo ignora, in linea con la dittatura della visibilità. Prima di ogni questione di quantificazione, questa è assolutamente indifferente al contenuto dell’immagine. Solo il numero di volte in cui l’immagine sarà vista la definirà ormai. In modo tale che se gli effetti della riproduzione indeboliscono l’impatto dell’immagine, quelli della distribuzione ne modificano l’essenza stessa.
Probabilmente tutto è fatto in modo che non vi si presti attenzione. E, da questo punto di vista, il risultato è indiscutibile. Continuiamo a vivere in un mondo che già non è più nostro, anche se nulla di ciò che prima determinava l’immagine ha più importanza, né la sua composizione né il suo messaggio né la sua estetica. Basti pensare alla pletora di immagini, una più insulsa dell’altra, che si registrano giorno dopo giorno nelle classifiche di Facebook, Instagram o di qualsiasi altra piattaforma. Chiaramente, la ragione d’essere dell’immagine è ormai al di fuori di se stessa. Non ne possiede una differente dalla sua totale sottomissione al diktat della visibilità.
Del resto è diventato uno dei leitmotiv degli inserzionisti che, indipendentemente dal contenuto, conta solo la visibilità. «Creare contenuti va bene. Massimizzare la loro visibilità è meglio», ci dice l’Inbound Marketing. Cosa che illustrano fino alla banalità le innumerevoli campagne pubblicitarie scandite dal celebre quadro di Magritte raffigurante una pipa, accompagnato dalla didascalia «Questa non è una pipa». A tale proposito, spinta incessantemente alla propria duplicazione dalla tecnologia della distribuzione, l’immagine non ha alcuna difficoltà a diventare sempre più estranea a quanto si presume debba trasmettere. In effetti, è impressionante il modo in cui oggi essa si propone come il luogo in cui si realizza la fusione della tecnologia col capitale sotto l’egida del numero. È quest’ultimo l’agente attivo che la separa dal proprio contenuto, e che provoca il distacco dell’immagine da se stessa, per farne il centro di manipolazioni ininterrotte. Il numero è diventato il tarlo nel frutto dell’immagine che ne corrompe la natura profonda fino a svuotarla intromettendosi e presiedendo alla fabbricazione di icone mediatiche.
Cosa che sarà stata difficile percepire, perché se la riproduzione, privando l’immagine della sua aura, tende a rinchiuderla nella sua letteralità, la distribuzione sembra viceversa liberarla. In realtà la svuota del contenuto per consegnarla sistematicamente alle molteplici istanze del numero che la trasformano, sul momento, in valore di mercato. Manipolazione digitale enorme, a partire da cui Facebook ha costruito il suo impero planetario. Non sapendo più quindi dove sia né cosa sia, l’immagine non ha più nulla da opporre alla violenza distributiva che la rende il tramite tra la quantificazione della vista e la quantificazione della vita. Condannata a non essere altro che la propria apparenza, essa muta radicalmente: diventa un’immagine che non mostra più, ma si mostra.
E il peggio è che si mostra per nascondere ciò che non possiamo o non vogliamo riconoscere. Vale a dire il fatto che l’immagine distributiva è ben lungi da inscriversi nella continuità del progetto di riprodurre il mondo, come identificata da Walter Benjamin quale contributo decisivo di modernità alla storia dell’immagine.
Contrariamente a ciò che molti continuano a pensare, l’immagine distributiva non è in alcun modo un’estensione sofisticata delle modalità di riproducibilità già elencate. Mentre le tecniche di riproduzione – come la stampa, la fotografia o il cinema – non si sono limitate a duplicare ma hanno rivelato nuovi campi di indagine, l’immagine distributiva, puro prodotto di quantificazione della vista, si caratterizza al contrario per la neutralizzazione di ciò che diffonde. Infatti, sistematicamente strappata dal suo contesto, si tratta di un’immagine il cui unico destino è di essere il falso testimone chiamato a legittimare la finzione di un mondo costantemente rivisto e corretto sotto la pressione della visibilità. Così, l’immagine distributiva non ha altro significato che essere l’immagine del numero che si afferma contro ogni altro significato. Anche in ciò si manifesta un’enorme differenza tra la cultura della riproduzione e quella della distribuzione, basata interamente sull’addomesticamento tecnologico dell’immagine, che al tempo stesso si impone come modello di nuove forme di servitù.
Sembra infatti che il processo di distacco del senso, di cui l’immagine appare la prima vittima, sia oggi all’opera negli ambiti più disparati per plasmare comportamenti e modi di pensare, e farci ammettere senza la minima resistenza la legge del numero. Basta vedere il proliferare delle comunità d’opinione, costituite da individui la cui singolarità è di riconoscersi nel pensare come gli altri. Lontani da ogni dibattito, si crede di accedervi a una nuova libertà, comparabile a quella che l’immagine sembra acquisire, lasciandosi mutilare del suo significato.
Magari lo sappiamo, ma non ci crediamo. Se c’è un crimine invisibile, è là che si fomenta. Il tempo passa, il mondo si deteriora, il pensiero s’indebolisce. Sarà l’effetto di un veleno? Eppure, una neutralità sempre più conciliante ci fa dare per scontata l’era della distribuzione e i suoi vortici di immagini, che nulla impedisce di guardare anche milioni di volte in un solo giorno, fino a raggiungere lo status di immagini-cult, di cui si parla sui social e pure nei media più seri.
In effetti è sorprendente la facilità con cui ci siamo abituati al fatto che la distribuzione sia completamente determinata dal conteggio degli sguardi, che consacra l’appropriazione dell’immagine da parte del numero. Come se fosse naturale che questa venga espropriata del suo contenuto dallo sguardo divenuto valore mercantile. Al punto di non essere veramente scioccati neppure dal fatto che un selfie della star di Instagram Kylie Jenner venga valutato un milione di dollari, in virtù del numero dei suoi follower stimato in circa 160.000.000 e gratificata nel febbraio 2018 con 14,1 milioni di like ottenuti in ventiquattr’ore. Fino a giungere alla condizione aberrante che non ci siano più osservatori o spettatori, ma seguaci che si seguono fra loro.
Al tempo stesso accettazione entusiasta della servitù e festoso controllo dello sguardo, quei like non solo confermano l’importanza decisiva delle statistiche annunciata da Walter Benjamin, ma ne rivelano anche la forza strutturante nella dittatura della visibilità che subiamo allegramente. Ed è proprio per questo che simili record di visibilità non ci infastidiscono affatto. Al contrario, la loro natura eccedente ci permette di non sentirci toccati dalle aberrazioni che genera, mentre, da Facebook ad Amazon, dai siti più famosi alle piattaforme più modeste, come a tutti i livelli di attività, anche noi partecipiamo allo stesso mondo sottomesso alla stessa folle esigenza di visibilità. Anche a costo di dimenticare che il prezzo da pagare è uno sradicamento sistematico del significato.
[…]
A maggior ragione perché la lotta per la visibilità non finisce mai. La lotta va avanti sette giorni su sette, ventiquattr’ore al giorno. Perché il capitale non dorme mai. Anche se la produzione quotidiana di miliardi di immagini ha raggiunto le proporzioni di un’epidemia. Molto prima di quella che sta colpendo il mondo intero, non si parlava appunto di «immagini virali» per designare le più redditizie, a rischio che la loro proliferazione diventasse incontrollabile? Colpite allora dalla stessa febbre d’essere guardate, le immagini danno prova d’aggressività non solo le une verso le altre, ma anche verso una realtà che resiste sempre meno alla loro ininterrotta irruzione.
Il che è l’altro aspetto dell’impresa di colonizzazione del mondo mediante l’immagine che si cerca di farci considerare una forma di democrazia inedita, ma che sembra piuttosto far parte di una formidabile depoliticizzazione tramite l’immagine che mobilita sempre più la massa delle comunità digitali.
Immagine del numero in gloria, idolo del profitto assoluto, «likata» o «virale», realizza ogni giorno un po’ di più l’ideale sociale verso cui tendono la politica e l’economia, sforzandosi di accedere a un consenso di visibilità che, paradossalmente, le rimette in discussione in quanto tali.
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In questa prospettiva, la storia dei Gilet Gialli sarà stata rivelatrice, ponendo la questione della visibilità di una popolazione che non avrebbe potuto accedervi.
In un primo momento quasi tutti ci hanno creduto. E all’inizio ci si è giustamente rallegrati del modo in cui, a volersi all’improvviso visibili, questi attori imprevisti del gioco sociale hanno colto di sorpresa un mondo che, per evitare una lotta di classe frontale negandola a priori, aveva scommesso sull’invisibilità dei più modesti. Tuttavia, non si è colta la contraddizione che c’era nell’improvvisa volontà di questi di accedere all’universo della visibilità, di cui erano le prime vittime attraverso la distruzione economica e culturale delle vecchie classi medie. In maniera d’impedirci di vedere come la loro storia mimasse quella dell’immagine, soprattutto quando, nell’asprezza della sua lotta per la visibilità, quest’ultima, pronta a tutto per sopravvivere alla concorrenza, si stacca dal suo contenuto. Cosa che ha corrisposto al momento in cui più il movimento occupava i social network, meno gli uni e gli altri potevano esprimerne il contenuto.
A tal proposito è spettacolare il modo in cui i Gilet Gialli, in quanto minoranza divenuta visibile, si sono preoccupati più di ampliare la loro visibilità che di affrontare la diversità se non l’incompatibilità delle correnti che li attraversavano. Tutto accadeva come se la realtà dovesse cedere sotto la pressione della visibilità. Così si è vista riapparire la stessa incoerenza politica presente nelle varie manifestazioni contro il confinamento o l’uso delle mascherine, raggruppanti gli avversari politici più irriducibili. È proprio a partire da questa nuova condivisione di immagini in grado di essere richieste da tutte le opinioni possibili che nasce l’illusione di un consenso, e anche del solo consenso possibile.
Consenso tanto fittizio quanto significativo della truffa che ci viene venduta ma che tuttavia non corrisponde alla fine della politica. La cosa straordinaria è che non esiste forza politica che non voglia farne parte. Come non ne esiste nessuna che non si sacrifichi ai tristi rituali dell’immagine condivisa, nella speranza di trovarvi il segreto del successo. Ovvero di modellare la propria condotta sull’asservimento dell’immagine, barattandone all’infinito il significato in cambio di più visibilità. È il caso di un populismo dell’immagine che potrebbe aver indotto o addirittura favorito realmente la nuova ondata di populismi che spuntano un po’ dappertutto come sostituti dello sguardo politico e caricature di consenso.
Da questo punto di vista, vale la pena soffermarsi su quanto accaduto all’immagine dei Gilet Gialli. Soprattutto tenuto conto della loro prima scoperta, consistente nel deturnare l’uniforme di visibilità che dieci anni prima la legge aveva imposto per prevenire l’insicurezza stradale. E a maggior ragione quando, indossando lo stesso indumento, sono arrivati ad occupare gli stessi luoghi, strade, vie e rotonde, ma stavolta per attaccare la legge e il potere, fino a causare un’altra insicurezza, questa volta politica.
Finché quel capovolgimento di visibilità ha potuto essere interpretato in quanto tale, il movimento non ha smesso di crescere con la simpatia di gran parte della popolazione, convinta che ciò che sembrava sfuggirgli della propria realtà stava per esserle restituito. Ne è derivata anche una gioia comunicativa che è durata fino a quando le immagini prodotte dai Gilet Gialli si sono fatte catturare nell’aumento di visibilità, strutturando e rafforzando il sistema che negava la loro esistenza. Prime vittime dell’economia distributiva, cioè della produzione ridotta a distribuzione, i Gilet Gialli lo sarebbero stati doppiamente, quando le loro immagini, trascinate in una dinamica eccessiva di visibilità, avessero rinviato solo a se stesse. Ma il contenuto di tali immagini si era talmente ridotto man mano che erano «condivise», che ben presto autorizzarono chiunque a dire qualsiasi cosa. Ma non senza aiutare a dissimulare come il numero e la massa si uniscano sotto la spinta della visibilità, fin quando l’immagine non diventa il travestimento adatto a tutti e in tutte le occasioni.
In questo senso, si potrebbe tracciare un parallelismo tra il destino dell’immagine e quello dell’abbigliamento scelto dai Gilet Gialli, prima giubba di sicurezza diventata uniforme di protesta per finire come divisa di neutralizzazione. Tutto potrebbe quindi ridursi a una questione di lifestyle, se non a mera questione di moda, come ha avanzato il New York Times del 4 dicembre 2018, annunciando che tutto sarebbe finito in un museo, dove il gilet giallo sarebbe figurato come «uno dei più efficaci indumenti di protesta nella Storia».
Illusione di fosforescenza che illumina solo se stessa e che, non riuscendo ad illuminare altro, esiste solo grazie a un’oscurità che le è completamente estranea. Se i Gilet Gialli devono restare nella storia dell’immagine, sarà prima di tutto per essere stati una materializzazione della visibilità dell’illusione di visibilità. E quindi per aver mostrato come l’illusione dell’ultimo consenso che ancora abbiamo si nutra unicamente di tale illusione di cui la visibilità è portatrice.
Inoltre, non è del tutto inutile ricordare che tutto è iniziato con l’ingiunzione venuta dall’alto, incarnata sul manifesto del 2008 dello stilista-vedette Karl Lagerfeld, forte della sua estrema visibilità voluta dal clan dei vincitori. Si trattava allora di vendere il gilet giallo come segnale di visibilità stradale atto a scongiurare i pericoli dell’oscurità. A quanto pare, né l’immagine né il messaggio sono cambiati: la sopravvivenza dipende dalla visibilità e il potere è di chi combatte l’oscurità. Solo che il prezzo da pagare è diventato esorbitante: più siamo visibili, meno siamo liberi. Questo è in realtà il solo consenso oggi possibile che non manca di far pensare ad una prigione trasparente. Come non misurare il cinismo che vi è all’opera, visto che ormai il ricatto della visibilità come unico mezzo di sopravvivenza minaccia non solo ogni immagine ma anche ciascuno di noi?
[Ceci tuera cela, 2021]
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