Lo scarabeo

Irénée D. Lastelle

«Gli occhi del caos brillano
dietro i veli dell’ordine»
Hölderlin

Esistono, a quanto pare, due maniere d’essere ignoranti: esserne consapevoli, oppure… ignorarlo. La prima è forse la più comune; e in quanto tale, la più acclarata. La seconda può differire nel tempo per importanza e gravità: più l’epoca si fa oscura, più le circostanze ne favoriscono il trionfo. A partire da un esempio, quanto segue si propone di dimostrare che l’ignoranza consapevole ha la capacità di esaminare ciò che le si oppone e che può realmente contrastarla, mentre l’altra, dall’alto della sua autonomia e della sua facoltà di controllare il corso delle proprie azioni fino alle più estreme conseguenze, instaura le condizioni più propizie ad una imponente servitù — con l’ignominia come rotta, e il fanatismo come imperio.
All’insensato che ritiene che tutto gli sia permesso, una morale residuale di epoche borghesi non ha ormai da tempo quasi nulla da replicare, e in ogni caso più nulla da opporre. Per quanto il reclutamento nella guerra delle scienze più moderne possa impressionare — il futuro anteriore ridà all’evento meritevole di considerazione la vivacità di un’emozione dimenticata, che riemerge all’improvviso, tuttavia effimera — è ciò che disvela a non sconvolgere più. Vero è che la guerra è una impresa di distruzione fisica e morale che nessuna morale fino ad oggi è riuscita a impedire. «Per misurarsi contro la forza, la forza si arma delle invenzioni delle arti e delle scienze» (Clausewitz). Nei suoi momenti estremi, la distruzione risponde alla distruzione, e lo smarrimento alla menzogna, in una trappola senza via d’uscita: questa non è una definizione della guerra, ma una constatazione che non ha mancato di segnalare chi vi si sia trovato invischiato. Un’analoga sobrietà non si riscontra ovviamente da nessun’altra parte. È abietta — affermano coloro che l’hanno conosciuta e che possono ancora parlare. Abietta, infatti: occorre però comprendere che la coercizione che ha ridotto a un livello così sommario l’esercizio del libero arbitrio e l’espressione della volontà umana non lo è di meno, bensì di più. L’avvio del secolo aveva fatto sperare, per un po’, nel rifiuto generale di piegarsi alla sua legge, considerata da tanti, per una volta preventivamente, inaccettabile e perfino impraticabile; loro ne conoscevano le cause. È successo il contrario. I più avveduti hanno avuto la sorte che sappiamo; e gli altri non hanno tardato a raggiungerli sul lugubre terreno loro riservato.
Su quel terreno, da allora gli uomini non si sono più uccisi come oggi si vede sullo schermo televisivo o al cinema. A dar retta alle ridicole storielle che vengono proiettate, in pratica si dovrebbe ricondurre tutto alle proporzioni di una singolar tenzone, una escursione tra persone decise a risolvere le cose con la forza, padrone di una situazione che però non viene mai mostrata. Le armi sono nelle loro mani ma non si sa come ci siano finite, chi le costruisca, e a quale scopo l’intelligenza abbia operato al miglioramento del loro funesto rendimento. Implicitamente la forza è sempre presente, ma la tecnologia ivi applicata — col risultato reiterato del processo che certe menti congelate dall’obbligo di produrre ingaggiano contro il mondo che le circonda, omettendo di farne parte, in quanto avendolo ridotto ai loro modelli si considerano esperte delle sue leggi — lungi dall’accrescere la forza, aumenta solo la potenza di distruzione. La forza è stata sconfitta dal concorso delle scienze e delle tecniche, da quando non era più sufficiente a realizzare gli scopi della guerra, cioè fin dall’inizio. Più tardi, molto più tardi, lo Stato industrializzato ha rispedito la forza nelle palestre o negli stadi del suo spettacolo, trovando in quei luoghi uno sfogo legale alla residuale sopravvivenza di ciò che sapeva sostanzialmente rimosso. D’altronde è là che si è potuta vedere di recente la sua antica trasposizione ludica riformata data in pasto ai più spossessati, i quali, sollecitati a riconoscersi nelle divisioni loro proposte, hanno finito per esprimere quella verità che qualsiasi psicologia di massa della sottomissione tende a produrre.
Ritroviamo un diffuso effetto di tale evoluzione nelle estese periferie dell’ordine industriale, dove un ministro si è recato in visita per agitare sotto il naso dei giovani arrabbiati la testa mozzata dell’arte, pensando forse con quell’espediente di far loro amare la vita che conducono nel cemento, dando per assodato che in ogni caso non ne potranno mai uscire. Si dice spesso, nella neolingua convenuta, che «la violenza degenera»; l’espressione è quanto meno sospetta. Degenerare significa passare da un certo stato a un altro, per auto-deterioramento. Ma si dice anche che «il malcontento espresso nella strada degenera in violenza». La violenza è talvolta l’espressione di coloro che vengono asfissiati: i quali hanno semplicemente la pretesa di respirare.
[…]
Al balbettio dei sensi nel sonno, a tanti desideri segretamente sussurrati, al sogno di una comunità senza limiti, espresso a più riprese da un secolo e mezzo nel corso di insurrezioni sempre represse, l’attuale ordine non poteva esprimersi che nella forma irrilevante di un pianeta cablato, in cui ogni minimo canale è da considerarsi per quel che è, una direzione obbligata che trasmette l’immagine reificata prodotta da un simulatore di scambio, venduta all’altro capo e presentata come prova di una novella fluidità dei rapporti umani; cosa che ovviamente non può essere. Un televisore non ha solo una pseudo-funzione compensatrice, è uno sterilizzatore del linguaggio dei desideri e dei sogni operante a mo’ di parodia, e nel contempo uno strumento di propagazione del fatto allucinatorio sociale che genera, quindi del suo controllo. Lo stesso vale per tutti gli oggetti attualmente disponibili sul mercato, si tratti di quelli più vecchi (dato che la perdita delle loro qualità conferma la riforma o il progressivo abbandono del loro uso) o degli innumerevoli altri destinati a popolare col loro nulla la nuova solitudine di fronte all’impossibilità di rompere la spirale discendente del suo totale spossessamento.
Ciò che una simile versione non scorge è l’origine e il significato dello sviluppo delle tecnologie che consentono la realizzazione delle reti; più precisamente, l’accumulazione che la rende necessaria, la concentrazione che comporta e che allo stesso modo favorisce, il potere di unificazione, di ordine e di controllo che detiene, la sua materializzazione-coagulazione, rigorosa conseguenza delle costrizioni politiche, strategiche, economiche che l’hanno prodotta — in breve, uno strumento di falsificazione dello stato reale di una società frammentata, indotta a ignorarsi, a diventare di per sé inafferrabile, quindi a riconoscersi in quell’altrove illusorio che è la falsa unità che la sovrasta come suo sogno capovolto e sua menzogna. Un fantasmatico pseudo-mondo si è espanso, prodotto di una collettività sempre più staccata da se stessa, il cui potere di separazione che la domina è diventato la sola realtà comune a tutti i suoi membri. Ciò che viene avidamente ricercato in esso non può assolutamente essere trovato; è il surrogato dell’unità perduta, una merce che si ostenta come unico legame fra gli uomini. È sotto questo aspetto che si è conservato, mentre si allontanava ogni conoscenza degli interessi concentrati, poi momentaneamente unificati, che lo sostengono.

Un tale fenomeno di sterilizzazione dev’essere colto in tutta la sua ampiezza; esso si esercita costantemente; e si intensifica estendendosi ormai a tutta la società. Non si pensi che i suoi effetti si limitino a far precipitare nella disperazione numerose persone, come chi viene indotto al suicidio, anch’esso in continuo aumento; o chi soggiace alle leggi dell’esclusione, o alla rinascita e alla diffusione della schiavitù, o magari ad accessi di demenza; ma anche tanti altri condannati all’avvelenamento delle proprie difese immunitarie, o a morire irradiati, sempre che ciò non avvenga per una pallottola o una granata, benedette da un papa e protette dalle forze internazionali di pace. Certo, l’annuale carneficina nelle strade non è immediatamente paragonabile ai massacri perpetrati nelle recenti guerre in Ruanda; e la Democrazia ha parecchie difficoltà a trionfare sui cadaveri in Algeria, malgrado l’utilizzo del napalm, mentre la città di Grozny ha dovuto rapidamente conoscere il significato della conversione del governo russo all’economia liberale. Le prigioni per bambini costruite in tutta fretta dall’attuale governo degli Stati Uniti pare facciano parte dello sforzo di civilizzazione di cui la sua amministrazione pretende di fornire ovunque un esempio; così come le incessanti vendite di armi da parte dei paesi più industrializzati illustrano perfettamente i valori della società dei diritti dell’uomo. È talmente evidente che qui la vita viene semplicemente incoraggiata ad autodistruggersi; e che è la morte ad essere massicciamente amministrata; è facile prevedere che giorni tanto felici rischino seriamente di precedere dei domani il cui rigore non avrà eguali se non nello sfinimento e nel terrore di viverli.
I media interpretano appieno il loro ruolo, presentando lo spettacolo di questi avvenimenti, guardandosi bene dal risalire alla loro causa. Un rapido insabbiamento delle distruzioni può sempre essere orientato a seconda che si intenda rassicurare o allarmare una parte dell’opinione pubblica. Attraverso il segnale del solo contrasto che risulta immediatamente dal confronto tra la vita che conducono e quella di un altro gruppo sociale che viene mostrata, alcuni milioni di disoccupati cui si mostrano le condizioni più degradanti del sottoproletariato asiatico o americano, saranno incitati a restare tranquilli; nella stessa ottica, i reportage diffusi ogni giorno sui senzatetto servono a stabilire che esiste una soglia critica di povertà al di là della quale tutto il resto può essere ammesso, e deve essere accettato.

[Le scarabée: Seuil nucléaire et dissolution, 1996]