L’ora della vendetta

Ogni giorno ci svegliamo e tolleriamo l’ignominia e la vergogna di ciò che sembra una rassegnazione popolare, una riluttante e socialmente rafforzata resa all’immane ingiustizia di questa fase finale della civiltà occidentale. Le stesse forze sociali ed economiche che hanno caratterizzato l’inizio del XX secolo, la fine della cosiddetta Età d’oro del capitalismo — estrema disparità di ricchezza, aperto conflitto di classe condotto dai governanti di questa miserabile società globale, violenza genocida riversata sui popoli colonizzati, assoluta profanazione della terra, del mare, del cielo, ora persino del vuoto dello spazio — sono diventate talmente ordinarie che a malapena le notiamo.
La rabbia e le proteste dell’estate del 2020, quando c’era uno spiraglio di possibilità che i fuochi della guerra sociale si potessero accendere, sono ormai seppellite da una valanga digitale di immagini, video, suoni frammentati e sogni artificiali sempre più privi di significato. L’umanità è alla deriva in un’atmosfera di sovrastimolazione sensoriale, e i punti di contatto che potrebbero forgiare una significativa insurrezione sociale contro questo stato di cose sembrano persi nei meandri corrosivi di un Internet al collasso, una rete che sembra sempre più esistere esclusivamente a beneficio di bot e altri esseri artificiali. Siamo bombardati in ogni momento da immagini di umanoidi sorridenti che strisciano come vermi servili davanti all’altare degli Dei del Profitto e della Tecnologia.
Poi giunge New York City nella cupa e gelida mattina del 4 dicembre 2024. Ricordo di aver sognato quella notte una distesa di rose e di fiori estivi. Il sonno, che è anche un campo di battaglia contro le invadenti e disgreganti forze di schermi luminosi ed incessanti notifiche, è una delle poche e ridotte lande di libertà che ci rimangono, dove la Macchina di Morte dell’autorità ha un flebile potere e può essere sopraffatta dalle forze del regno immaginario. Quella mattina ci siamo tutti svegliati dal mondo dei sogni per scoprire, in mezzo agli infiniti e autoreferenziali incubi del ciclo di notizie del giorno, una storia di autentico coraggio, astuzia e genialità. L’amministratore delegato di una delle più grosse aziende sanitarie a scopo di lucro d’America — uno dei grandi Fantasmi Affamati del capitalismo che si nutre della sofferenza umana — è stato assassinato prima dell’alba da una figura silenziosa poi fuggita in bicicletta attraverso Central Park.
L’immagine di quel pistolero incappucciato è rimasta impressa a fuoco nella nostra retina collettiva. L’atto di quel combattente ha immediatamente tracciato una linea di battaglia — fra coloro che istintivamente hanno sostenuto l’assassinio (che si aggirano facilmente sulle decine se non sulle centinaia di milioni, attraversando i tradizionali confini politici destra/sinistra e le divisioni classe/razza) e coloro che ne avvertono la minaccia (chiunque, dalle cariatidi liberali ossessionate dall’ordine ai tecno-capitalisti reazionari, dai tradizionali conservatori ai gendarmi che li proteggono). L’azienda per cui lavorava l’amministratore delegato — la UnitedHealthcare — è ampiamente e profondamente odiata, calcola enormi margini di profitto sulle vite umane, espropria un numero indicibile di persone del minimo benessere, crea in maniera artificiale per poi negare con crudeltà molte forme di assistenza.
Chi non ha mai pensato di premere quel grilletto? Tutti coloro che sono costretti a confrontarsi con la totale disumanità del sistema sanitario aziendale sanno perché quella figura incappucciata ha aperto il fuoco. Chi avrebbe potuto difendere l’uomo abbattuto? Nessuno si è fatto avanti per farlo. Un volto sorridente stranamente inerte sul profilo mediatico della sua azienda, è tutto ciò che resta di lui… come tanti esseri umani del tardo capitalismo, sembrava essere null’altro che una funzione dell’equazione del profitto.
Per un momento questo combattente ha unito persone che spesso si considerano acerrime nemiche, e ha raccolto la più profonda solidarietà da tutti coloro che hanno reso testimonianza. Coloro che credono in questo ordine civile grottescamente ingiusto — in cui la vita non ha senso se non genera profitto, l’obbedienza è più importante della creatività e della bellezza, e la legge è il criterio indiscusso dell’azione — si sono ritratti inorriditi dall’onesta brutalità dell’Atto.
Nel giro di una settimana le forze dell’ordine hanno catturato Luigi Mangione, che da quel momento è stato esibito come il tiratore mascherato — basandosi sull’improbabile banalità di una soffiata di qualche cariatide da un McDonald’s in Pennsylvania — e il prevedibile spettacolo mediatico della sua prigionia e del suo processo è cominciato, benché attenuato dalla crescente consapevolezza del sistema di quanto poco egli fosse odiato e biasimato. Indipendentemente da chi abbia premuto il grilletto, è l’atto in sé ad aver squarciato il velo della nostra allucinazione consensuale, ricordandoci che coloro che detengono il potere in questo impero di morte sono semplici creature fatte di carne e sangue. Sono proprio come noi. Persino gli emergenti sovrani dell’intelligenza artificiale, al momento scatenati dalla tecnocultura, dipendono almeno per ora dalla manutenzione tecnica dei loro enormi e proliferanti centri-dati da parte di esseri umani.
Alcune voci hanno obiettato che un’azione vera ed efficace contro questo sistema di ingiustizia non può che essere collettiva, e non individuale. Hanno affermato che le azioni di un singolo uomo armato, sfuocato e trasognato, per quanto belle, non possono sostituire un’azione di massa determinata contro il mostro del capitalismo.
Eppure nulla può essere più lontano dalla verità. Viviamo in un’epoca di connessione istantanea simultanea e di abietta alienazione, dove l’io è combattuto tra una costante disponibilità (a comunicare, a lavorare, a pagare, ad essere spezzato) e un’irremovibile sensazione di essere completamente e definitivamente solo. Spossessamento e senso di impotenza sono, purtroppo, le esperienze collettive più comuni delle generazioni viventi. Nelle terre dei sogni immaginiamo una rivoluzione contro questo stato di cose, un mondo in cui, come dissero una volta alcuni compagni lontani, «rinasciamo a noi stessi e al nostro inestinguibile bisogno reciproco». Ma ci svegliamo al rumore della pioggia sulle nostre finestre, oltre cui si estende un mondo che non sopravviverà a meno che coloro che lo stanno distruggendo — i tecno-normali, gli industriali e gli imprenditori, i manager e i bravi cittadini, i poliziotti, i soldati e i servitori dell’ordine — non siano costretti a fermarsi. Che il Seme della Paura venga seminato tra loro.
I movimenti di massa, le insurrezioni, le rivoluzioni nascono e muoiono, dando forma collettiva al desiderio umano di un mondo migliore, eppure iniziano e finiscono tutte con l’individuo. L’anarchismo riconosce la profonda sovranità dell’individuo, una forza distinta dall’esperienza collettiva eppure profondamente radicata nel relazionarsi. Questo è uno dei tanti paradossi in cui viviamo. È la Rivolta dell’Unico che si è manifestata il 4 dicembre dello scorso anno.
L’ampia risonanza sociale di quell’azione individuale fa parte dell’illogica stregoneria dell’anarchia stessa. Quello sparo susciterà una rivolta contro la totalità dei rapporti capitalistici? Ci sono ben poche possibilità. Ma non è colpa di chi ha deciso di agire. È colpa del sistema di potere stesso, dell’inerzia e del silenzio delle maggioranze umane. Noi che crediamo apertamente che possa verificarsi una rivoluzione, una diserzione di massa, un’insurrezione contro questa civiltà, siamo in pochi. Tutto sembra cospirare contro un cambiamento nel destino umano… eppure è il sogno segreto che si cela dietro la nostra gioia condivisa e sanguigna per l’azione di quel solitario uomo armato per le strade di Manhattan lo scorso dicembre.
La mano dell’Assassino esprime la nostra diffusa e tuttavia indicibile sete di vendetta. Questo stesso fuoco lo alimentiamo per incoraggiare una ribellione permanente e queste stesse braci le portiamo attraverso anni di repressione e silenzio. Le nostre convinzioni sgorgano dalla medesima sorgente di celestiale follia.

[Tinderbox: An Offline Journal of Combative Anarchy, n. 7, Equinozio primaverile 2025]

«Sangue vogliamo e sia di vena eletta
Sangue che non patì galera o gogna;
Per mille e mille anni di vergogna
Un’ora! Un’ora sola di vendetta!»

Paolo Schicchi