«Da una parte la guerra non fa che prolungare quell’altra guerra che si chiama concorrenza, e che fa della produzione stessa una semplice forma della lotta per il predominio; dall’altra, tutta la vita economica è attualmente orientata verso una guerra a venire. In questo inestricabile intreccio del militare e dell’economico, in cui le armi sono messe al servizio della concorrenza e la produzione al servizio della guerra, la guerra si limita a riprodurre in maniera esasperata i rapporti sociali che costituiscono la struttura stessa del regime»
Simone Weil
È come cadere da un palazzo di cinquanta piani, in fondo basta solo dirsi che va tutto bene, no? Un orrore continuo, incessante e incalzante, minuto dopo minuto. Non vi è alcuno stato di emergenza, in quanto è lo Stato l’emergenza. Un’emergenza continuamente imposta, raccontata e pianificata: è lo Stato a essere causa e vendersi come unica possibile soluzione alla stessa con lo scopo di autolegittimarsi.
Un orrore che straborda dagli schermi, si para davanti a occhi neanche più increduli. Nessuna atrocità è ormai nuova, tutto è già stato visto, niente o quasi è più in grado di attanagliare lo stomaco, nulla pare essere una minaccia concreta. Eppure niente è a posto, impossibile non vederlo, impossibile non sentirlo. A forza di discorsi roboanti, dichiarazioni brutalmente contraddittorie, falsità sfacciate, troppo grandi per sembrar tali, hanno strappato la paura dalle menti, risucchiata dalla macchina della propaganda. Il fine? L’alienazione e l’indifferenza. Quanto si deve esser alienate per non cadere nel più profondo stato d’angoscia e panico al solo pensiero che, per esempio, un’arma atomica anche solo possa esistere? Come si fa a non lanciarsi in uno scontro all’ultimo sangue contro tutto sapendo che non solo tali armi esistono ma la minaccia del loro utilizzo è attuale? Eppure deve esserci — dico io, che nel frattempo cerco in me la rabbia come si cerca un vecchio oggetto in cantina, un oggetto di cui si sa dell’esistenza solo perché se ne ha un vago ricordo. Deve esserci da qualche parte dentro me — mi ripeto, incredulo del mio stesso torpore.
Eppure ancora niente, non riesco a scuotermi. Vado a dormire, abbraccio la mia amata, manca poco a mezzanotte. Tra due ore è fissato un ultimatum da parte di uno degli uomini più influenti sul pianeta, il quale promette di «cancellare una civiltà»; eppure, per quanto agitato, sono sotto le coperte. Chiudo gli occhi chiedendomi se domani il mondo sarà lo stesso, una parte di me si augura di no. Il pensiero di rivivere la giornata di ieri, fotocopia di quella precedente, a sua volta fotocopia di quella prima è insopportabile, forse meglio tentar la sorte e vedere come va. Continuo a chiedermi cosa ci sia di sbagliato in me.
Frugo, frugo ancora, nel frattempo davanti agli occhi le immagini dell’inseguimento di Ramy, l’assassinio di Fakir, le macerie di Gaza, lo sguardo di una persona prigioniera attraverso delle sbarre. Mi ribalto le viscere, frugo in me, non sto trovando la rabbia, mi sento come sotto l’effetto di un anestetico, le palpebre pesanti sono sempre più difficili da tenere aperte. Il pensiero va a chi, forse proprio in questo momento, sta cercando di attraversare il mare, il deserto, le montagne, per superare una linea immaginaria. Apro gli occhi, pochi metri mi separano da una rovinosa caduta sul cemento di un marciapiede.
Mi dico: non va tutto bene.
[Latebre, agosto 2026]

