Armel Guerne
Noto in Francia soprattutto per essere stato traduttore e principale divulgatore del romanticismo tedesco, assai meno per la sua opera, il nome di Armel Guerne (1911-1980) non corre il rischio di essere conosciuto in Italia. Davanti alla sua intransigenza, non ci fu chi lo definì «condannato ad essere un solitario»? Nauseato dai narcisi della letteratura, non si tenne sempre lontano da ogni mondanità? Amando la libertà, non prese le armi contro chi la sopprimeva (venendo torturato dai nazisti e scampando per un soffio alla morte)? Disprezzando la menzogna e l’ipocrisia, non sputò contro chi tradiva la Resistenza sbandierando una vittoria che non c’era mai stata? Da insorto dell’anima, non si esiliò in un vecchio mulino pur di stare alla larga dall’inetta umanità della fine dei tempi, quest’epoca in cui trionfano la mediocrità e la codardia, in cui l’essere umano non è che un simulacro privo di coscienza che funziona meccanicamente come un docile schiavo della scienza e della tecnologia?
Non esercitando il culto degli eventi, dell’attualità, dell’illusione politica e sociale, Armel Guerne volle essere semplicemente un poeta, un «divino teppista dell’amore».
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Vi scrivo…
Vi scrivo sotto l’opprimente minaccia del temporale, con un’alba senza importanza che porta tutto il dramma: un’alba tutta ridotta nel suo bagliore lucente e cupo. Il tempo stringe. Abbreviamo. […]
Su una nave che affonda, il panico nasce dal fatto che tutte le persone, e soprattutto i marinai, si ostinano a parlare solo la lingua della navigazione; e nessuno parla la lingua dei naufraghi. Si ritorna alla propria lunga abitudine, all’illusoria sicurezza delle catene del passato per evitare l’imprevedibile, per distoglierci per un altro attimo dal pericolo reale. L’altra lingua, l’unica attuale: quella di chi osa vedere, dovrà essere inventata col passare del tempo. Poesia. Il dramma non avviene, è lì solo per scoprirla. Verità. Non chiudere gli occhi per morire. L’occhio dei morenti è spalancato, per svuotarsi del suo sguardo; e sono i vivi, pietosamente, a chiudere gli occhi dei morti. L’abitudine. L’altra lingua, vi dico, va inventata.
Le opere dello spirito non interessano mai gli abitanti del mondo delle materie; e quando capita che ne parlino è sempre a causa di un sinistro malinteso: i santi non hanno vissuto in una contemplazione meravigliosa e terribile per l’incoraggiamento dei bigotti. Nemmeno hanno fatto lo spaventoso apprendimento del dubbio e della certezza per il conforto amministrativo o grammaticale del clero. Un santo non ha mai avuto altra posterità che quella dei santi. Il resto è letteratura; e Dio sa quanta ce n’è!
Il vero passato — non quello dei codici e dei libri, ma quello della vita — è altrettanto imprevedibile, altrettanto in movimento, misterioso, dell’avvenire. Abbiamo fabbricato la Storia per facilitarvi la passeggiata, cosa che si pratica solo da quella parte. Andate allora a proporre una passeggiata profetica!… E contate le monete che vi lascerà il dilettante.
Il profeta, ci torno sopra, che nell’ora del naufragio parla la lingua del naufrago, ovvero la sola che abbia gli occhi volti dalla parte giusta, non ha più ascoltatori nel suo tempo (e per la loro salvezza) di quanto il poeta, quando è necessario, possa avere lettori. Questione di utilità; affare d’efficacia. Le folle sono per le vedette, e il ricorso alla posterità è una ricerca di questa celebrità, tutta un simulacro. Rimbaud, quando viene letto dal pubblico di Aznavour, ha solo un pubblico; nessun lettore. Ecco. Qualcosa che in un certo senso tocca il mistero della parola.
Non si può scrivere per oggi, se si sa che cos’è oggi e se si sa che cos’è scrivere. Bisognerebbe essere folli per scrivere per domani, così come si sarebbe folli a scrivere per ieri. Ma esistono ragioni sontuose per parlare la lingua del naufragio nell’ora del naufragio. Io la parlo, non conoscendone un’altra; e se occorre tradurla, dirò che per me è quasi ovvio, di degradazione in degradazione, che la scrittura abbia cessato di essere un mezzo di comunicazione. Meditare sul verbo, segretamente, per la salvezza dell’anima e l’onore dello spirito, è diventato con la fine dei tempi una necessità assoluta. Quando tutti tradiscono, non è né bello, né grande, né eroico essere onesti: è solo essenziale per preservare l’onestà.
[…]
Senza amore e senza odio
In un’epoca moribonda e malsana come la nostra, colorata di tutti i viola scialbi e rosa infetti della putrefazione, immersa in un’aria rarefatta e pesante che è quella della nostra cattiva coscienza — quanti di noi riconoscono che stiamo assistendo al tramonto di un’intera civiltà in cui avevamo le nostre abitudini, e che proprio noi, noi stessi, ne siamo la causa? Quanti ne restano di uomini sufficientemente liberi per i quali il bisogno d’aria fresca è ancora un bisogno vitale, un bisogno furioso, urgente, un bisogno disperato? Ve lo domando: in quanti siamo a rifiutare categoricamente la nostra complicità nella menzogna, in tutte le menzogne, in tutte le forme di menzogna, anche e soprattutto quando sembrano doverci tranquillizzare? Quanti di noi sono consapevoli solo dell’eccezionale gravità dei giorni in cui abbiamo la scelta di vivere o di morire, senza saperlo o sapendolo, con gli occhi ferocemente aperti o ipocritamente abbassati; quanti di noi conservano abbastanza speranza per contare su se stessi; a portare dentro di noi abbastanza fede, a coltivare l’entusiasmo e il rispetto di sé, abbastanza per andare dritti nei focolai dell’infezione? (fossero anche in noi stessi?)
Il mondo in cui abitiamo è il nostro; il tempo in cui viviamo è il nostro; la Francia che abbiamo è la nostra. (Non è più nel Regno di Danimarca che c’è qualcosa di marcio). Quanti uomini restano al mondo, contemporanei all’epoca, che si sentono essi stessi responsabili, che non abdicano dalla propria coscienza, che non rinunciano alla propria dignità di uomini?
I clamori suscitati dal verdetto di Norimberga e il succo paludoso delle indignazioni che si è subito diffuso nella stampa, questo semi-risveglio sonnambulo delle coscienze (già complici di questa enorme menzogna), di queste coscienze che chiedono solo di riaddormentarsi, già placate da questa dimostrazione — che rivelazione! Vediamo, signori, vi aspettavate qualcos’altro da questa gigantesca impostura? Da quando non si riconosce più un albero dai suoi frutti? Dato che il frutto è bacato; dato che è marcio il frutto che cade da quest’albero tarlato, dopo tanti sforzi, voi fate finta di stupirvi?
Certo, la faccenda è grave; è addirittura così grave da non richiedere né indignazione né rabbia, ma riflessione e rifiuto. Il rifiuto assoluto di camminare in un mondo che si regge su queste ciance. Ma era altrettanto grave quando è iniziato il processo; era altrettanto grave quando si conobbero le cattive ragioni di questa esibizione; era altrettanto grave quando si poté contare il numero degli imputati presenti e calcolare il numero e la qualità degli assenti; era grave anche quando si è messo in moto tutto l’apparato di questa giustizia che sostituisce con una menzogna umanitaria le menzogne caratterizzate e crudeli, ma schiette, dei suoi clienti. Era altrettanto grave quando si è manifestata questa giustizia senza anima, senza amore e senza odio, senza ideale e senza altra virtù che un’onestà meticolosa e perfettamente imbecille, che a malapena velava la sua impotenza e la sua inutilità sotto il cumulo di complicazioni infinite e dietro un’indecente messa in scena; questa giustizia curva, imbarazzata nelle sue forme e che non poggiava moralmente su null’altro che su un’impostura, poiché non poteva essere riconosciuta dagli accusati; giustizia disumana, anonima, irresponsabile, che parlava in nome dell’Umanità, per la Storia (parli tu!) e che pretendeva di sostituire al Dio dei cristiani una Legalità inerte e incapace, alla coscienza umana un cumulo di carta, al sentimento vivo la lettera morta, per convincere così facendo i mostri della loro mostruosità, proprio lei, così paurosa ed esitante! Lei che risaliva a un’epoca in cui ancora non esistevano questi mostri e la cui professione, appunto, era di rinunciare a tutto ciò che avrebbe potuto convincerla e convincere il mondo di questa mostruosità: le considerazioni essenziali, morali e spirituali. Questa giustizia fatta in nome di chi, in nome di cosa, per favore, privata a tal punto della minima superiorità che non una volta, nemmeno una sola volta avrebbe potuto elevarsi al di sopra degli accusati e porsi infine da giudice; incapace perfino di registrare nelle sue tavolette, e in quanto tale, il più formidabile attentato contro la coscienza umana.
Certo, il giudizio di questa giustizia è scandaloso. Ma il vero scandalo è che gli uomini del nostro tempo abbiano lasciato, senza un grido, che la menzogna e la pratica della menzogna passassero dal campo dei nazisti sconfitti ai campi diversi e democratici (a quanto si dice) dei vincitori indegni della loro vittoria. Che noi abbiamo lasciato così facilmente, e che lasciamo ogni giorno senza protestare svanire la piccola verità vivente da noi conquistata di fronte alla morte in una lotta singolare, sotto il peso mostruoso delle istituzioni morte, di quelle istituzioni che non hanno fatto questa guerra, risalenti ad altri tempi e morte con essi, non avendo mai conosciuto i rischi che abbiamo corso e il pericolo in cui sempre ci troviamo.
Non parliamo di retroscena politici: la politica è una cosa sporca. Non cavilliamo nemmeno con questi giuristi sulla purezza della loro coscienza, non si tratta di questo. Puro e insufficiente per mediocrità, senilità, sclerosi e infine malvagità. Senza amore per la verità, senza odio per la menzogna. Cosa vale per il nostro futuro di uomini, cosa vale, nei suoi atti pretenziosi e vili che impegnano ancora una volta la nostra responsabilità, e non la sua, il nostro sangue e non il suo, cosa vale per noi questa giustizia anemica e talmente incoerente che alcuni dei suoi giudici la sconfessano una volta emesso il verdetto? Non vale niente, proprio così, niente; questo è il fatto. Questo è il segno necessario. Non merita né rispetto, né considerazione, né discussione, né commento: merita ed esige il più rigoroso disprezzo, il rifiuto perfetto e tranquillo delle nostre coscienze personali di aderire a questi imbrogli. Le cose importanti sono altrove.
Perché infine, se attraverso questi uomini — di cui si è appena fatto, insomma, degli eccellenti eroi tedeschi — se si fosse cercato di raggiungere questa «Germania eterna» che resta e rimane un pericolo noto; e se si fosse mirato, più modestamente, alla semplice punizione di uomini colpevoli o responsabili di aver avvelenato il nostro tempo, ciò sarebbe stato un fallimento: non solo non li si aveva tutti, ma nel numero ridicolmente esiguo di coloro detenuti da questa giustizia, il più colpevole è stato assolto.
Cosa che proclama al mondo che egli è innocente. Innocente, signor von Papen! Con tutto il nostro rispetto… Con tutte le nostre scuse per averle fatto la guerra, signor Cancelliere, a lei che consideriamo il più crucco tra i crucchi, nazisti o meno…
Ma resta questo, che non lascerò perdere: se lui e due dei suoi amici sono innocenti, sono i suoi nemici ad essere colpevoli, coloro che hanno sacrificato tutto per riuscire ad abbatterli e salvare così la nostra libertà di essere uomini liberi. Perché alla fine, vedete, la guerra c’è stata davvero. Bisogna allora, a Norimberga, e nello stesso apparato, con gli stessi giuristi, gli stessi giudici, e sempre così magnificamente senza amore e senza odio, giudicare e condannare i milioni di morti nei campi di concentramento e tutti i volontari in questa lotta ingaggiata, perseguiti in loro compagnia e per le stesse ragioni.
Da parte mia, io scelgo di restare con loro. Senza giustizia, ma con amore. Senza giustizia, ma coltivando in me tutto l’odio di cui sono capace per tutto ciò che si oppone a loro, alla vita che ci hanno fatto, tutto ciò che nega il loro sacrificio, tutto ciò che uccide l’anima e il cuore degli uomini veri, vivi o morti. Un odio furioso e misurato con precisione sugli slanci del mio bisogno di aria pura, un odio furioso per tutto ciò che avvelena la nostra vita, tutto ciò che chiude l’orizzonte, tutto ciò che rende il mondo dove siamo una prigione da cui continuo a volere uscire. Con amore. Con odio.
[le Verbe nu]

