Gabriel Chevallier
Vivo come un animale, un animale che ha fame, che ha sonno. Non mi è mai capitato di sentirmi così istupidito, così vuoto di pensieri. Ora capisco che lo sfinimento fisico, togliendo alle persone il tempo di riflettere e riducendole a provare solo bisogni elementari, è un sicuro mezzo di dominio. Capisco che se gli schiavi si assoggettano tanto facilmente è perché non hanno più le forze per tentare una rivolta, né l’immaginazione per concepirla, né l’energia per organizzarla. Capisco l’astuzia degli oppressori, che privano gli sfruttati dell’uso del cervello piegandoli sotto il peso di fatiche spossanti. Certe volte mi sento sul punto di cadere in balìa di quella specie di sortilegio causato dalla stanchezza e dalla monotonia, in quello stato di passività animale che accetta qualsiasi cosa, in quello stato di sottomissione che equivale all’annientamento dell’individuo. La mia facoltà di giudizio si ottunde, tollera tutto e capitola. Le abitudini e i rituali della disciplina si perpetuano senza bisogno del mio consenso e mi assimilano al gregge.
[1930]

