Psicologia del militare

Gian Pietro Lucini

Il patriottismo, funzione catastale e melodrammatica, basta per l’illusione di una effimera virilità sociale. È la più alta espressione dell’enorme e maligna sciocchezza dei contemporanei che fanno i professionisti della guerra. Il pubblico grosso grida: «Viva l’Esercito! Questo è l’onore della patria!». Come sempre, l’onore è posto nel luogo di più difficile difesa, nel cantuccio più passionale, e meno riflessivo, fors’anche meno nobile, proprio come l’onore delle belle signore. Il vecchio lievito della passionalità per le passate guerre d’indipendenza, i ricordi gloriosi dei fatti d’armi fermentano nella oscura coscienza del popolo che ammira; egli non sa che è il padrone di tutta la soldatesca che sfila, che lui solo paga. Non per questo più supinamente si inchina e si sdraia, si fa umile sotto ai cavalli ed alle artiglierie consacra di se stesso la superiorità dell’esercito, lo chiama nazionale; lo fa intangibile, lo erige monumento e sacrario, d’oro, sopra colonne di marmo.
I professionisti della guerra si valgono di questa immeritata elevazione, s’infatuano d’essere usciti dal gregge, si gonfiano nelle assise sgargianti e variopinte. È la prima delle loro tare professionali.
[…]
Il soldato di mestiere s’acconcia all’armi per interesse personale, non per altruismo, per abnegazione verso la patria e la collettività. Egli è il debole che si comprende più debole e meno degli altri atto a sopportare la lotta per l’esistenza quotidiana nelle libere professioni, sì che ricerca una paga certa, un facile brillare nei salotti, mentre la sua vanità si appaga del comando perentorio sopra altri individui che lo debbono ubbidire. La sua personalità, pel cammino facile d’ascendere ai gradi più alti, diventa enorme; donde si fa tutto lecito. La violenza lo accompagna, risultante del suo organismo fisiologico, del suo ambiente fisico, educativo, sociale. L’educazione professionale, la consuetudine del mestiere, la facoltà di imitazione producono gradatamente in lui una anestesia morale, spesso complicata da una analgesia fisica. Ne risulta un disdegno per la vita umana e pel dolore, sia fisico, che morale. Questo stato mentale rivela la sua moralità, caratterizzando la sua delinquenza occulta colla violenza.

[Psicologia del Militare di professione, 1901]