Mezioud Ouldamer
A chi sogna di fare fortuna senza costi, George Orwell raccomandava di inventare una religione. C’è da aggiungere che questa giudiziosa proposta dipende dalla condizione che la suddetta invenzione poggi su un potere o diventi essa stessa tale potere. È qui il caso di fare una distinzione tra religione e fede, credenza e pietà.
Ogni religione è un’istituzione. Appena viene attuata, non ha più nulla a che vedere con la spiritualità, se non di facciata. Si rivolge al secolo presente— al godimento terreno, al mondo materiale. Così Costantino si convertì il giorno in cui gli apparve il segno della Croce rivestito dall’attraente proposta: in hoc signo vinces — con questo segno vincerai. La storia del monoteismo (esiste un solo monoteismo dalle diverse versioni, liturgie, credo, ecc.) è interamente radicata negli scontri per il potere e i piaceri ad esso connessi — la carne è debole, tutte le professioni di fede sono seguite da questa inevitabile rassegnazione a cui ogni religioso soccombe. Il giudeocristislamismo non è che un vasto lupanare decorato con pale d’altare, minareti a forma di cazzo, libidinosa teleologia: le vergini dagli occhi neri promesse agli uomini (brasati dal Corano) hanno il loro equivalente nel Cantico dei Cantici, ecc. Il religioso vive nella convinzione che questo mondo non gli sia sufficientemente prodigo in benefici; gli occorre la ciliegina sulla torta dell’aldilà… È lì che si spezza il legame tra religione e fede. E qui non c’è alcun intento discorsivo polemico. La cosa è balzata agli occhi. Rimettendo «in bella» queste note, nel corso di una pausa durante la quale sfogliavo Cose viste di Victor Hugo, il caso mi ha messo sotto gli occhi una frase pronunciata da tale Nestor Roqueplan: «Le persone di mondo in questo momento vanno alla tragedia come le lorette (le “puttane”, secondo una nota) vanno a messa, perché è di moda, e senza avere fede».
Così come una lezione di storia o di filosofia non è la storia o la filosofia, o come una bella raccolta di poesie non è la poesia, allo stesso modo la religione non è la fede, e la credenza non è la pietà… A meno di pretendere che un Alessandro VI o un Torquemada fossero uomini pii e caritatevoli. Il credente o il religioso sono chiacchieroni che vogliono il mondo a immagine della loro rappresentazione. L’uomo di fede, di buona fede, si occupa solo di se stesso, del suo perfezionamento, del suo ijtihad per il vero partigiano dell’Islam. Pare che in tutto il mondo ci siano all’incirca un miliardo di musulmani. Fra questi, secondo una stima approssimativa, non se ne possono contare più di 100.000 di autenticamente pii. Oggi il credente qualunque le cui pratiche ostentate non hanno niente a che vedere con una qualsivoglia pietà si lamenta di ciò che per convenienza o per comodità si chiama «islamofobia». Agiscono, pensano e parlano con disprezzo della mera gentilezza o convenienza — per non parlare di cortesia — e vorrebbero essere amati per la loro sfrontatezza. Ovviamente, nulla impedisce a un individuo d’essere «islamofobo», razzista, arianista, antisemita, omofobo, ecc. purché tali sentimenti non indossino la maschera di idee difendibili sulla pubblica piazza. Chi vuole è libero di pensare di me «raton», «bicot», «bougnoule», «melon» [termini dispregiativi con cui vengono indicati gli arabi, ndt] per tutto il tempo che questo linguaggio fiorito rimarrà nel registro delle malevolenze o dei sollazzi personali. Allo stesso modo, essendo la religione una questione privata, non deve invadere la strada per proclamarvi la sua onnipotenza, la sua «verità», il suo «messaggio». Una storia collegata alla tradizione del profeta vuole che uno dei suoi insegnamenti, nel corso di una dogmatica controversia, raccomandi al fedele musulmano di rinunciare a convertire il suo contraddittore ostinato nel «suo errore» lasciandogli come ultima parola: Lakoum dinoukoum waliyadini (voi avete la vostra religione, io la mia). Il solo posto che la fede deve rivendicare indiscutibilmente è il cuore di chi sente di possederla. Non c’è bisogno di una moschea per darsi alla preghiera, e così come ci sono più verità nelle ventiquattro ore della vita di un individuo che in tutti i manuali di storia, allo stesso modo c’è più spiritualità nella confessione privata di tizio o caia che in qualsiasi edificio religioso, foss’anche la moschea Al-Azhar e quella di Parigi, che sono lungi dall’essere orrori architettonici come quelli che sorgono in terra d’Algeria — paese in cui, molto tempo fa, una storiella pretendeva che «tra due bar, c’era un bar»; oggi «tra due moschee, c’è una moschea». Paese in cui del resto, come sotto altri cieli di Allah, l’ipocrisia della necessità delle moschee viene respinta dal fatto che la presenza di donne vi è solo raramente tollerata. Non bisogna vedere in questo eccesso edilizio un aumento di pietà e una risposta a questa crescente marea. È un rafforzamento del potere, è un inasprimento dello Stato ad aver fatto di una religione presunta parola di Allah la sua proprietà. Allah è stato espropriato.
L’esistenza di un rifiuto, di una ripulsa, se non di una critica sistematica dell’Islam (vocabolo che qui designa sia la confessione che il suo presunto vasto mondo unificato) è fuori dubbio, ma rimane insignificante a paragone con l’opera di autodistruzione dell’ultima illusione religiosa. Ciò non significa che dobbiamo aspettare che l’edificio crolli da sé. La critica della religione è, beninteso, solo la postura o l’impostura blasfema, una sorta di dovere d’empietà o di piacere della trasgressione — come quello che prova il bambino che salta con entrambi i piedini nella pozzanghera facendo sbraitare la madre fissata con la pulizia. Tuttavia, questa critica è in ogni caso da fare. Con quella della totalità del mondo in cui siamo ma di cui non siamo.
I vignettisti di Charlie Hebdo — che la salvezza di Allah sia su di loro — perdevano un po’ del loro tempo — e, ahimè, della loro vita — a produrre alcuni disegni, del resto per lo più poveri — più ridicoli che divertenti — in nome della libertà di pensiero, del diritto alla bestemmia e così via. È tutto l’Islam contemporaneo ad essere una sanguinosa caricatura religiosa e le sue spinte fondamentaliste non sono che i suoi momenti di febbre incontrollata. Non esiste peggior nemico di un altro musulmano per un musulmano: le guerre in Yemen, in Siria, in Libia, ecc, gli scontri per forze interposte tra Iran ed Arabia Saudita sono altrettanti regolamenti di conto tra musulmani. Ovviamente questi massacri interreligiosi sono commessi in flagrante contraddizione con un altro insegnamento del profeta: i musulmani non combattono altri musulmani.
Non c’è bisogno qui di ritornare sulla confusione nata, nell’Islam, dall’identificazione fra potere spirituale e potere temporale. E nemmeno sulla guerra infinita in cui sono impegnati musulmani sunniti e sciiti: è una faccenda di potere. Questo aspetto è stato trattato da ogni genere di autori — ammiratori degli Stati arabi, come Jacques Berque, oppure ostili, come Bernard Lewis. Diciamo solo che trattare da integralisti gli estremismi omicidi dei mondi musulmani o immaginarsi di indebolirli additandoli con l’etichetta di terroristi è a dir poco ridicolo. Agli occhi del suo zelante partigiano, la jihad è guerra santa (ossimoro di cui si è discretamente burlato di recente, su France-Inter, uno Stéphane Paoli che ha soltanto dimenticato di mettersi al posto dei protagonisti), la jihad è guerra pura, la jihad è guerra giusta. Santa, pura, giusta, anche se le reclute inviate al massacro non conoscono la prima parola di una sura. Vale la pena accennare alla confusione che affiora nelle parole di certuni tra jihad e ijtihad: il primo termine è legato alla propagazione della credenza quanto più è possibile e auspicabile fare; il secondo concerne il rafforzamento della propria fede ed evoca lo sforzo personale per purificare questa credenza con ogni atto o pensiero che possa piacere a dio. Per l’assassino islamico, va da sé che l’attentato che ha commesso o si appresta a commettere, per forza di cose approvato da Dio, è di certo un’opera d’arte di ijtihad, una hassana, un gesto valoroso, uno slancio di grandezza che lo pone esattamente al livello, se non del profeta, perlomeno di uno dei compagni, dei ‘achara mubachara — i dieci eletti il cui accesso al paradiso non è negoziabile. Noi diremmo gli happy few, la piccola élite. La jihad combatte un terzo; la ijtihad è lotta contro di sé.
È chiaro che, trattandosi di individui trasformati in ciechi assassini, i crimini commessi in nome di Dio traducono un tracollo della personalità e uno stallo storico, trattandosi di paesi in cui regna la legge antistorica di quel dio ancora avido di sangue. Avidità che conferma il fatto che quel dio si era pure allineato al materialismo verso la fine della sua vita. Dopo tutto, ha creato il mondo prima di addormentarsi. Il suo mondo oggi è la Mezzaluna infertile. La critica popolare fa emergere talvolta questo materialismo in modo curioso.
Ordunque, in Algeria si raccontava una storiella… Alla sua morte, avvenuta a vent’anni, Brigitte Bardot si ritrovò davanti a San Pietro e al diavolo. L’uno la voleva in paradiso; l’altro la reclamava all’inferno. Putiferio. I toni salgono. Insulti. Trambusto. Alla fine decidono di giocarsi l’attraente attrice a poker. Non va, litigano, si accusano l’un l’altro di barare, urlano, vengono alle mani… Il chiasso è tale che dio viene svegliato dal suo sonno. Va a vedere cosa succede, s’informa presso i due rivali, chiede di vedere l’«oggetto» del litigio… Avendolo visto, si volta verso di loro e proferisce:
— Su, date le carte, gioco anch’io!
Ovviamente, la trama è caricaturale: Brigitte Bardot è ancora di questo mondo.
[2016]

