Jean Améry – Primo Levi
Riproponiamo qui le voci di due noti ebrei, entrambi sopravvissuti ai campi di sterminio hitleriani, entrambi testimoni dell’Olocausto, entrambi morti suicidi, entrambi legati indissolubilmente ad Israele, entrambi atterriti dall’idea che (gli eredi delle) vittime dei nazisti potessero trasformarsi in carnefici dei palestinesi. Améry si suicidò nel 1978, un anno dopo essere venuto a conoscenza delle torture che venivano inflitte nelle carceri israeliane ai prigionieri arabi; Levi si suicidò nel 1987, alcuni anni dopo aver duramente criticato l’invasione israeliana del Libano. Le loro parole, da alcuni considerate esagerate all’epoca, risuonano oggi atrocemente premonitrici.
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Jean Améry
Se i brutti segnali che si avvertono non ingannano, si direbbe che le forze politiche e militari in Medio Oriente si stiano preparando a un salto di qualità che metterebbe in pericolo il mondo intero. Una nuova guerra fra il piccolo Stato di Israele e il potente mondo arabo potrebbe finire come le precedenti: se vinta dagli israeliani, sarebbe solo il preludio a ulteriori e sempre nuovi conflitti armati; se persa dagli ebrei d’Israele, significherebbe inevitabilmente l’annientamento fisico di un numero incalcolabile di ebrei residenti nel paese. […]
Di fronte a simili prospettive, ci si può chiedere: è questo il momento giusto per tracciare su una mappa morale immaginaria i confini della solidarietà che lega gli ebrei della diaspora a Israele? […]
Ebbene sì. Si può. Si deve, a meno che non si sia disposti a compromettere il proprio impegno per tenere unite moralità e ragione. Già solo sentire il primo ministro Begin che, facendo riferimento alle promesse bibliche e con la Torah in mano, senza tante cerimonie e contro ogni ragione e intelligenza storica, afferma di essere intenzionato politicamente ad agire per «liberare» le zone occupate della sponda occidentale del Giordano, sarebbe un motivo sufficiente per gli ebrei della diaspora per riesaminare il loro rapporto con Israele. È da escludere a priori che essi revochino il patto di solidarietà con questo paese. «Gli ebrei e le persone classificate come tali ai sensi della legge sulla cittadinanza del Reich per la protezione del sangue tedesco» continuano a essere definiti e determinati dallo sguardo dei non ebrei anche là dove non è in gioco il sangue tedesco, legati indissolubilmente nei propri destini. Israele è il loro elemento specifico. Essi possono volersi nascondere come sempre: come statisti (siano essi americani, francesi o austriaci), come agitati scrittori «di sinistra» che si aggrappano disperatamente ai giovani, come osservatori degli eventi politici che — nella loro pseudosuperiorità — presumono di poter contemplare e decifrare sub specie æternitatis. Comunque sia, gli altri, i non ebrei, ad Harlem, New York, Parigi, Buenos Aires, o Dio sa in quali altri luoghi, quando arriva il momento critico (quando spezzarsi è più importante che piegarsi), li informano che essi sono pienamente ebrei, ebrei per metà o per un quarto, o quantomeno «imparentati con ebrei». […] Finché esiste un solo antisemita, ogni ebreo è legato a ogni altro ebreo. Il patto esistenziale di solidarietà degli ebrei della diaspora con la Terra d’Israele non contiene clausole che ne prevedano la scadenza. Ciò nonostante, proprio per questo è dovere dei partner contrattuali della diaspora avvertire i partner in Israele e dir loro con la massima chiarezza — consapevoli dell’interminabilità del contratto fondamentale tra loro esistente — dove e perché essi dovrebbero non rompere i legami (cosa inconcepibile), ma allentarli, perché sono in ballo obblighi superiori, anche se più astratti.
Mi trovo di fronte a resoconti vaghi e certamente inadeguati sul presunto uso sistematico della tortura contro i prigionieri arabi nelle carceri israeliane, nonché a smentite decise ma non necessariamente convincenti al riguardo da parte israeliana. Comunque non so praticamente nulla di quel che accade nelle prigioni israeliane: che possibilità ci sono per me o per altri di sapere su di esse qualcosa di autentico? La questione della verità sia delle dichiarazioni ufficiali israeliane sia di quelle non verificabili arabe resta aperta. Voglio però affermare con tutta l’enfasi possibile, senza con ciò voler mettere in discussione il mio legame esistenziale con Israele, che condivido l’angoscia di ogni persona vittima di tortura, anche se si tratta di un terrorista arabo con le mani insanguinate. Nel mio sistema di valori, la categoria astratta di «essere umano» si colloca più in alto del termine «ebreo», pur avendo sperimentato concretamente l’orrore. Ed esorto ogni ebreo, se vuole essere umano, a unirsi a me nel condannare radicalmente la tortura come sistema. Dove inizia la barbarie, lì devono terminare anche gli impegni esistenziali. I comandamenti astratti della morale hanno, dovrebbero, devono avere la priorità su ogni considerazione esistenziale.
Oltre a questo, ritengo che chiunque abbia conservato anche solo in parte la ragionevolezza, non possa accettare che le leggi rabbiniche diventino la base di una comunità sociale, che le leggende siano trasformate in «storia», su cui poi fondare le attuali rivendicazioni politiche. Su questo aspetto però, ovviamente, non intervengo più con la stessa certezza morale e non pretendo che ogni ebreo mi segua. In ogni caso so di trovarmi d’accordo con un numero non trascurabile di ebrei intellettualmente emancipati e naturalmente laici nell’affermare che lo «splendore» storico dell’ebraismo non è stato costituito dalla sua ortodossia nevrotico-compulsiva (come la definirebbe Freud), ma piuttosto dalla sua capacità di trascendere i modi di essere tradizionali, mentre la sua «povertà» o «miseria» (e insieme anche la sua sopravvivenza misteriosa e al tempo stesso paradossale) è stata segnata dal suo cupo e rigido attaccamento alla tradizione religiosa. Heine, Marx, Freud e Bergson fino ai giovani filosofi francesi dei nostri giorni e ai romanzieri ebrei di New York e Chicago hanno ottenuto prestigio e avuto un impatto sociale non in quanto ebrei, ma in quanto esseri umani di origine ebraica capaci di trascendere se stessi.
Di conseguenza, l’esistenza dello Stato d’Israele non può essere giustificata facendo ricorso a un patrimonio di leggende, per quanto dignitoso e significativo esso possa essere, ma solo ricordando la missione umana incarnata dagli ebrei emancipati e l’altrettanto umano diritto che gli ebrei hanno, in quanto popolo libero, di restare sul loro territorio, dato che fino a oggi l’ospitalità dei vari «popoli ospitanti» continua a essere, nella migliore delle ipotesi, precaria ovunque. Missione umana? Non è forse anch’essa un’affermazione ingiustificata e presuntuosa? Per quale motivo, fra tutti i popoli della terra, dovrebbero essere proprio gli ebrei a pretendere di vedersi assegnato un compito prometeico come questo? Chi, in quanto ebreo, parla della missione morale degli ebrei non è forse vittima della presunzione di far parte degli «eletti», presunzione che svolge un ruolo così importante nell’«agitazione» antisemita sia manifesta che occulta? A questo punto, allora, si dica apertamente che la sopravvivenza degli ebrei sembra essere un fatto contrario alla storia, se la storia viene intesa come qualcosa di diverso dalla raccolta e dalla registrazione di dati neutri riguardanti eventi «privi di senso». Dove vengono presupposte temporalità e storicità, agli ebrei viene assegnato il compito di autolegittimarsi, sia in Israele sia nella diaspora. D’altronde, a mio giudizio, gli ebrei della diaspora (il famigerato «ebraismo mondiale») sono meglio attrezzati per riconoscere questo fardello morale che grava sulle spalle degli ebrei in generale, perché non sono tentati di impegnarsi nella realpolitik.
Tutto ciò può suonare come un consiglio a buon mercato e non richiesto, proveniente da un porto sicuro: voi che siete a Tel Aviv e a Gerusalemme, trattate i vostri terroristi, che da tempo si sono spinti oltre i limiti della moralità, con un’umanità che si spinga fino ai limiti della vostra forza morale e delle possibilità in mano alle istituzioni politiche! Riconoscete che la vostra libertà può essere raggiunta soltanto insieme al cugino palestinese, non contro di lui, anche se per ora lui non mostra alcun interesse per la libertà e, nella sua insaziabile sete di vendetta, vuole solo afferrarvi alla gola! Accettate questo consiglio, perché il porto da cui esso vi viene rivolto è tutt’altro che sicuro, e coloro che lo danno sono con le spalle al muro quanto voi. Non lasciate che la solidarietà irrevocabile che ci lega a voi divenga la base per una comunità di persone condannate alla catastrofe, destinate ad affondare tutte insieme. Di fronte al crescente antisemitismo, che dall’estrema destra all’estrema sinistra sta rialzando la testa in tutti i continenti, non ci possono esser dubbi che gli ebrei della diaspora e quelli dello Stato d’Israele dipendano gli uni dagli altri: l’«andatura eretta» dei primi non è possibile senza l’esistenza dei secondi; e questi ultimi non possono farcela senza il sostegno morale dei primi, un sostegno che a lungo andare dovrà rivelarsi più essenziale di quello materiale. Le donazioni degli ebrei chassidici statunitensi e le pressioni esercitate dagli ebrei americani, afflitti — non solo spiritualmente — dal problema della doppia lealtà, non possono sostituire il sostegno incondizionato degli ebrei illuminati ed emancipati della diaspora, che restano vincolati allo Stato di Israele in ogni circostanza, ma che possono difenderlo con certezza contro un mondo ostile solo finché esso servirà da avamposto non dell’«imperialismo», come sostiene una propaganda sconsiderata e senza scrupoli, ma della democrazia e del senso di umanità, che sono inseparabili e sulle quali non si può negoziare.
Finora, indipendentemente dal primo ministro israeliano ossessionato dalle visioni bibliche, Israele è ancora una sorta di avamposto. Rispetto alla maggior parte degli Stati del Terzo e Quarto mondo questo paese è un paradiso, e ciò varrebbe anche qualora le notizie compromettenti rispondessero a verità. Ma per quanto tempo? Questa è la domanda inquietante, e riguarda non solo Israele e gli ebrei. La risposta deve arrivare non da coloro che «rivestono incarichi di responsabilità», ma da coloro che hanno senso di responsabilità.
[“I confini della solidarietà. Gli ebrei della diaspora e Israele”
Zeit, 2 settembre 1977]
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Primo Levi
«Ho giudicato il sionismo una forza e una necessità politica. Questa gente non poteva che seguire un verbo che aveva una forma biblica. Oggi la questione si è complicata, perché la Palestina è in un nodo geografico sotto tensioni spaventose, costretta a una difesa costosissima e logorante, che spinge anche ad azioni temerarie o politicamente sbagliate. Il sionismo di allora pensava a un Paese contadino. Israele, oggi è diventato un Paese militare e industriale».
[“La Terra Promessa dei miei ebrei non è una potenza militare”
La Stampa, 12 giugno 1982]
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Il caso ha voluto che la notizia dell’attacco israeliano in Libano coincidesse per me con un ritorno ad Auschwitz in veste di guida per un gruppo di visitatori. Le due esperienze si sono sovrapposte tormentosamente, ed ancora sto cercando di districare i motivi della mia angoscia.
I segni della strage di quarant’anni addietro, sul luogo ove essa si svolse, sono tuttora presenti: colpiscono come una mazzata. Non stupisce che l’eccidio hitleriano abbia rinsaldato i legami fra gli scampati, facendone potenzialmente una nazione, ed abbia conferito loro la portentosa volontà con cui in pochi anni vinsero i Paesi arabi coalizzati e l’ostilità inglese, costruendo miracolosamente un nuovo Stato. La terribile violenza subita legittimava in certa misura la violenza esercitata: infatti, Israele venne subito riconosciuta da tutte le grandi potenze, prime fra tutte l’Unione Sovietica e i Paesi del blocco orientale. In Israele si sono riconosciuti ed identificati, in maggiore o minor misura, gli ebrei della diaspora: era il Paese della Bibbia, l’erede di tutti i filoni della cultura ebraica, la terra redentrice, la patria ideale di tutti gli ebrei.
I decenni che sono seguiti hanno eroso e distorto questa immagine. Il mondo arabo, più volte sconfitto sul campo, ha accumulato verso Israele un odio intenso, ravvisando nel nuovo Stato il colpevole dei suoi mali secolari, irrigidendosi nella sua posizione di rifiuto. Come avviene, a rifiuto ha risposto rifiuto; Israele, sempre meno Terra Santa, sempre più Paese militare, va acquistando i comportamenti degli altri Paesi del Medio Oriente, il loro radicalismo, la loro sfiducia nella trattativa.
L’attacco attuale al Libano, non è immotivato, una lunga provocazione dell’Olp c’è stata, l’Olp non ha mai accondisceso ad un inizio di trattativa, si ostina a non riconoscere Israele (che continua a chiamare «l’entità sionista»); ma la violenza con cui l’attacco è stato condotto ha spaventato il mondo. Non ho vergogna ad ammettere la mia lacerazione: il mio legame con questo Paese sussiste, lo sento in certo modo come la mia seconda patria, lo vorrei diverso da tutti gli altri Paesi; ma proprio per questo provo angoscia e vergogna per questa sua impresa. Diffido dei successi ottenuti con l’uso spregiudicato delle armi. Provo sdegno per chi frettolosamente assimila i generali israeliani ai generali nazisti, ed insieme devo ammettere che Begin questi giudizi se li sta tirando addosso. Vedo con sconforto rarefarsi la solidarietà dei Paesi europei. Temo che questa iniziativa, spaventosamente costosa in termini di sangue, infligga all’ebraismo una degradazione difficilmente guaribile e ne inquini l’immagine. Avverto in me, non senza sorpresa, un vincolo sentimentale profondo con Israele, ma non con questo Israele.
Il problema palestinese esiste: non lo si può rimuovere. Non lo si può risolvere alla maniera di Arafat, negando ad Israele il diritto di esistere, ma neppure lo si risolve alla maniera di Begin. Sadat non era né un genio né un santo, era soltanto un uomo dotato di fantasia, buon senso e coraggio, ed è stato ucciso per aver iniziato una via. Non c’è nessuno, in Israele o altrove, che si senta capace di continuarla?
[“Chi ha coraggio a Gerusalemme?”
La Stampa, 24 giugno 1982]
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Lei, in questi giorni, ha paura?
In che senso? Personalmente o in quanto appartengo al popolo ebreo?
In entrambi i sensi…
Personalmente, no, non ho paura. La paura è un fatto istintivo, profondo, e personalmente non la provo. Ma non provo paura neppure in quanto ebreo. No, per noi ebrei non sento venire né un secondo | Olocausto né una strage imminente di marca hitleriana. Semmai, provo dolore. Questa guerra di Israele, questa strage di Beirut, stanno inquinando l’immagine degli ebrei in tutto il mondo.
Dottor Levi, c’è il rischio dì un nuovo antisemitismo? Le faccio questa domanda con tremore e con orrore…
Sì, in una certa misura questo rischio c’è. Ma per il momento è limitato a episodi saltuari. …] Ad ogni modo, sì, l’antisemitismo è una bestia che rialza la testa. Ma questo non è un argomento che noi ebrei della Diaspora possiamo opporre a Begin. Non ha senso dire a Begin: non fate quello che state facendo perché ci recate danno. Gli argomenti sono ben altri.
E quali sono?
Sono due, uno morale e l’altro politico. Quello morale è il seguente: neppure una guerra giustifica la protervia sanguinosa che Begin e i suoi hanno dimostrato. L’argomento politico è altrettanto netto: Israele sta rapidamente precipitando nell’isolamento totale. È un fatto tremendo, mai accaduto prima d’oggi. A questo punto, la conclusione è scontata: neppure la ragion di Stato, che spesso Begin e Sharon invocano, può giustificare le ultime decisioni del governo di Israele.
Dottor Levi, lei dice: Begin, Begin… ma Begin non è un leader isolato. Sta al governo con il consenso della maggioranza degli israeliani…
Me ne rendo conto. Sì, lo so, lo so…
E questo che cosa le suggerisce?
Una considerazione ovvia. Begin sta in piedi soprattutto con i voti dei giovani e degli immigrati recenti, cioè non dei profughi dell’Europa orientale, bensì di quegli ebrei che vengono dai paesi del Medio Oriente o che sono nati in Israele. E tutta gente che nutre una forte animosità nei confronti degli Stati vicini, dai quali spesso provengono, e ciò, in una certa misura, spiega questa guerra e quel che è avvenuto durante la guerra. La mia condanna, comunque, è totale. Lo dico con chiarezza. […]
E lei, dottor Levi, che cosa manda a dire ai governanti israeliani?
Che si dimettano. Non ho altro messaggio, visto che è impossibile cambiar loro la testa. Certo, so bene che in un momento come questo anche chiedergli di dimettersi è velleitario. Però, se gli è rimasto un barlume di ragione, Sharon deve dimettersi.
Che uomo è Sharon?
Di Begin conosco la storia. Ma che cosa sia Sharon, non lo so. L’immagine che ho di Sharon è soltanto quella attuale, non ne conosco le radici.
Mi parli di questa immagine attuale.
Begin, Sharon, insomma l’intero gruppo che oggi dirige Israele assomiglia molto alle classi dirigenti degli altri paesi mediorientali. Paradossalmente, Begin e i suoi stanno realizzando un antico sogno sionista: diventare un paese del Medio Oriente. Ma lo realizzano nel modo peggiore. Cioè si adeguano alla demagogia, all’instabilità, alla scarsa fede nelle promesse e nei trattati che distinguono troppi dirigenti mediorientali. […]
Eppure, qualcuno dice, e, anche noi di «Repubblica» l’abbiamo scritto, che il primo nemico degli ebrei e del popolo d’Israele rischia di essere proprio lo Stato d’Israele…
Mi sembra un’affermazione un po’ dura, e anche generica, che può, caso mai, valere solo come affermazione momentanea, ossia per questo momento, per l’oggi.
E se alle parole «Stato d’Israele» sostituiamo le parole «l’attuale governo d’Israele»?
Allora sì. Ma il giudizio corretto mi sembra il seguente: l’attuale comportamento dell’attuale governo d’Israele rischia di essere il peggior nemico degli ebrei. Comunque, neanche questo è un argomento da opporre a Begin. Un israeliano rispondere: «A noi che ce ne importa dei rischi che correte voi? Noi abbiamo i nostri problemi». Gli argomenti veri sono i due che le ho detto prima. E proprio in base a quegli argomenti, noi abbiamo il diritto di dire a Israele: finché le cose stanno come stanno oggi, non potete più chiedere aiuti né economici né morali agli ebrei della Diaspora. No, non potete chiedere quattrini ai diasporici che criticano Israele perché è militarista e poi spendere quegli aiuti in armi.
[«Io, Primo Levi, chiedo le dimissioni di Begin»
La Repubblica, 24 settembre 1982]
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Mi sono convinto che il ruolo d’Israele come centro unificatore dell’ebraismo adesso – sottolineo l’“adesso” – è in una fase di eclissi. Bisogna quindi che il baricentro dell’ebraismo si rovesci, torni fuori d’Israele, torni fra noi ebrei della Diaspora che abbiamo il compito di ricordare ai nostri amici israeliani il filone ebraico della tolleranza.
Perché, dottor Levi? Forse avverte il ritorno del falco Sharon come una rottura, come una minaccia?
Non parlerei di rottura, non credo che ci troviamo di fronte a un’involuzione irreversibile. Del resto la degradazione della vita politica non è un fenomeno soltanto israeliano. L’offuscamento degli ideali lo si registra in tutto il mondo. D’accordo, c’è un peggioramento della qualità di Israele, ma non dimentichiamo che si tratta di un paese dotato di un’agilità anche intellettuale anomala, dove avviene in un anno quel che altrove avviene in dieci.
Cosa la preoccupa, allora? Forse l’ascesa del rabbino Meir Kahane, quello che propugna l’espulsione dell’intera popolazione araba dalla Terra Promessa, quello che s’è fatto propaganda con uno spot televisivo in cui si vedono fiotti di sangue colare su una pietra di marmo?
Kahane è solo una scheggia impazzita, ne sono convinto. Se non sopraggiungono nuovi traumi, la sua forza politica è destinata a estinguersi. Mi si potrebbe obiettare: anche Hitler nel ’23 era solo una scheggia impazzita. Rispondo che a nessuno è dato prevedere il futuro, ma non vedo Israele sulla strada del fanatismo di Kahane. Andiamo, non è razzismo affermare che gli ebrei non sono tedeschi! Un paese per diventare razzista deve essere compatto, tendere a farsi blocco massiccio, uniforme, manovrabile. C’è riuscita la Germania di Hitler, ma ad esempio non c’è riuscita l’Italia, per il solo fatto che la differenza fra un piemontese e un calabrese è troppo grande. Figuriamoci se può succedere in una comunità frammentata da una storia di tremila anni, caratterizzata da un mosaico di etnie e di tradizioni, come è Israele. Detto questo, sono consapevole che un filone razzista nella Torah c’è. Vi si trova tutto e il contrario di tutto. Quando Kahane evoca il divieto di rapporti sessuali fra un ebreo e un «gentile» contenuto nella Torah, dice il vero. Ma altrove si trovano storie, come quella di Ruth e di Sansone, che danno come normale e ammessa l’esogamia.
Non è il diffondersi dell’intolleranza anti-araba, dunque, la fonte delle sue preoccupazioni?
Potrei risponderle che in tempi recenti Israele vive anche un fenomeno che purtroppo non fa notizia: sta compiendosi nelle università e negli ospedali un’integrazione vasta e profonda fra arabi ed ebrei israeliani. Fra i settecentomila arabi che vivono in Israele dal ’48, molti sono gli integrati. Il discorso è diverso per il milione e mezzo di palestinesi della Cisgiordania occupata.
Appunto. Nel suo delirio il rabbino Kahane pone un problema che angustia molti israeliani: secondo gli attuali tassi di natalità, entro il Duemila gli arabi diventeranno maggioranza numerica. La data si sposta di un’altra ventina d’anni se si considerano solo gli arabi cittadini israeliani, ma resta il fatto che un giorno essi potranno eleggere democraticamente la maggioranza dei deputati dello «Stato ebraico». Sicché, dice Kahane, prima di quel giorno Israele dovrà cessare di essere una democrazia, per salvaguardare la sua identità ebraica.
Queste proiezioni demografiche sono molto discutibili, nessuno può fare profezie sensate al di là di cinque anni. Mi risulta ad esempio che il tasso di natalità degli ebrei israeliani è in aumento mentre decresce quello degli arabi israeliani. Assai diversa è la situazione della Cisgiordania, ciò che dovrebbe indurre i governanti israeliani a un rapido ritiro dai territori occupati. Penso che se non ci fosse questo pesante rimorchio della Cisgiordania e di Gaza, il problema palestinese in Israele sarebbe già risolto.
Cos’è dunque che l’angoscia, dottor Levi? A cosa allude quando parla di degradazione della vita politica israeliana?
Anzitutto l’accordo fra Likud e Maarach, come ogni altra grande coalizione, mi pare un rappezzo temporaneo e paralizzante, destinato a durare poco. Ma alludo soprattutto al fatto che prima delle elezioni sono state sposate tesi addirittura ripugnanti al solo scopo di guadagnare voti. Neanche questo accade solo in Israele, ma forse noi siamo male abituati. Siamo abituati a un Israele paese dei miracoli, all’Israele del ’48, del sionismo che coincide con una certa idea di socialismo. Adesso assistiamo a una degradazione che è un normalizzarsi. Israele sta diventando, purtroppo, un paese normale. In più, essendo un paese mediorientale, tende a diventare piuttosto simile alle altre nazioni di quella regione. Per esempio si può temere un contagio fra il khomeinismo islamico e il diffondersi dell’integralismo religioso in Israele, anche se in prospettiva non vedo le masse israeliane prosternarsi davanti a un nuovo ayatollah, sia esso Kahane o lo stesso Sharon.
Non crede che essendo nati in maggioranza nel loro Stato, gli ebrei d’Israele sono ormai cambiati rispetto a quelli della Diaspora, abituati da sempre a sentirsi «minoranza» nel paese in cui vivono, plasmati dalla propria «diversità»? Gli ebrei europei di cui lei parla nei suoi libri sono drammaticamente attaccati al fragile valore della tolleranza. Non è che invece, normalizzandosi, gli israeliani stiano anche mutando identità?
Questo è un futuro prevedibile. Credo che sta a noi, ebrei della Diaspora, combattere. Ricordare ai nostri amici israeliani che essere ebrei vuol dire un’altra cosa. Custodire gelosamente il filone ebraico della tolleranza. Certo, mi rendo conto di toccare così un punto cruciale, e cioè l’interrogativo: dov’è oggi il baricentro dell’ebraismo?
Almeno dal 1948 in poi le principali istituzioni sioniste non hanno dubbi: il baricentro è Israele.
No, ci ho meditato a lungo: il baricentro è nella Diaspora, torna a essere nella Diaspora. Io, ebreo diasporico, molto più italiano che ebreo, preferirei che il baricentro dell’ebraismo rimanesse fuori d’Israele.
Questo potrebbe suonare come l’annuncio di un suo distacco dalla nazione israeliana così com’è cambiata.
Niente affatto, è lo sviluppo di un rapporto profondo e passionale. Solo credo che la corrente principale dell’ebraismo sia meglio preservata altrove che in Israele. La cultura ebraica stessa, specie quella ashkenazita, è più viva altrove, negli Stati Uniti per esempio, dov’è addirittura determinante.
Da quel che dice, sembra che restare in Diaspora, cioè restare comunità minoritaria, sia quasi una condizione obbligatoria per perpetuare l’identità ebraica. Estremizzando, l’ebreo è ebreo in quanto è in Diaspora?
Direi proprio di sì. Direi che il meglio della cultura ebraica è legato al fatto di essere dispersa, policentrica.
Attribuendo agli ebrei della Diaspora il compito di educare gli israeliani ai valori dell’ebraismo, Lei si tirerà addosso molte reazioni stizzite. Non era il contrario? Non era Israele a infondere forza e sicurezza in tutti gli ebrei del mondo?
Purtroppo si deve parlare di un rovesciamento. Alla fonte da cui traevano forza gli ebrei della Diaspora, oggi traggono motivi di riflessione e di travaglio. Per questo parlo di eclissi, spero momentanea, del ruolo d’Israele come centro unificatore dell’ebraismo. Noi dobbiamo appoggiare Israele, come ci chiedono anche le sue sedi diplomatiche, ma dobbiamo altresì fargli sentire il peso numerico, culturale, tradizionale, perfino economico della Diaspora. Abbiamo il potere e anche il dovere di influire in qualche misura sulla politica israeliana.
In che direzione?
In primo luogo credo che vada sollecitato il ritiro dal Libano. Altrettanto urgente è bloccare i nuovi insediamenti ebraici nei territori occupati. Dopo di che, come già dicevo, va cautamente ma decisamente perseguito il ritiro dalla Cisgiordania e da Gaza. […]
[“Se questo è uno Stato”, L’Espresso, 30 settembre 1984]
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Lo Stato d’Israele avrebbe dovuto cambiare la storia del popolo ebraico, avrebbe dovuto essere un zattera di salvataggio, il santuario a cui sarebbero dovuti accorrere gli ebrei minacciati negli altri Paesi. L’idea dei padri fondatori era questa, ed era antecedente alla tragedia nazista: la tragedia nazista l’ha moltiplicata per mille. Non poteva più mancare quel Paese della salvezza. Che ci fossero gli arabi in quel Paese, non ci pensava nessuno. Ed era considerato un fatto trascurabile di fronte a questa gigantesca vis a tergo, che spingeva là gli ebrei da tutta Europa. […] Secondo me, Israele sta assumendo il carattere e il comportamento dei suoi vicini. Lo dico con dolore, con collera. Non c’è differenza tra Begin e Khomeini.
[Ferdinando Camon, Conversazioni con Primo Levi, 1991]

