Bernard Charbonneau
Nascosto in una nube di rumore e furore, mai come ora il futuro arriva come un ladro. Si tratti, come duemila anni fa, delle peregrinazioni di un povero contadino galileiano o, come sessant’anni fa, dei calcoli astratti di un altro ebreo sulla struttura della materia. Oscurato dal fragore della storia, amplificato dagli altoparlanti dei media, stiamo vivendo un evento senza pari: l’inesorabile sviluppo (che era progresso) della scienza e della tecnica, di cui le nostre crisi o le guerre non sono che la schiuma.
Capitalismo e socialismo non sarebbero ciò che sono se la forza del vapore non avesse azionato gli strumenti, prima di pietra e poi di acciaio, che fino ad allora hanno prolungato il pensiero e la mano dell’uomo. E in guerra come in pace, il nostro domani sarà essenzialmente forgiato dall’energia nucleare, dall’informatica, dalla genetica.
Ma per uomini la cui mente era dominata dalla religione e dalla politica, la cui ingenua vanità dava per scontato che le proprie idee governassero il mondo, non si poneva il problema di essere determinati da quelli che consideravano semplici mezzi; tanto più che quei mezzi avrebbero assicurato loro un profitto e un potere immediati. Nemmeno il bagliore di Hiroshima è riuscito a rivelar loro che la fine di una guerra mondiale avrebbe sancito più l’avvento dell’era atomica che la sconfitta del totalitarismo occidentale.
Oggi l’esplosione della scienza e della tecnica non costituisce un problema, non più di ieri, come dimostra l’evoluzione del linguaggio. Il progresso, con le sue connotazioni morali e umanistiche, diventa Crescita, più in termini di portata che di qualità, o ancor meglio Sviluppo, pura manifestazione dell’espansione materiale del potere umano, una oceanica dimostrazione davanti a cui tutto deve inchinarsi. Inutile soffermarsi ad esaminarne gli effetti; ce ne occuperemo più avanti. Inutile pure interrogarsi sui fini, sempre più inesistenti. Che sia di Destra o di Sinistra, la politica consiste unicamente nell’incrementare lo Sviluppo e nell’adattarvi, nel miglior modo possibile, individui, società e relative culture. Per placare le ansie bastano le parole, ma in fondo non c’è neanche bisogno di pronunciarle. Sebbene lo sviluppo scientifico e tecnico sia onnipresente nella vita, nella strada come al fronte, in fabbrica o in ufficio, fin nell’intimità delle case o nelle periferie rurali, nel tempo libero come nel lavoro, rimane in qualche modo clandestino, malgrado la rivolta ecologica repressa in qualche ghetto.
Ciò è dovuto a due ragioni perfettamente contraddittorie. Da un lato, continuando la libertà umana in teoria provvisoriamente a plasmare il Futuro, i mezzi scientifici e tecnici sono neutri, e i nostri schiavi meccanici non fanno pagare i loro servizi con certe nocività o servitù — un’idea vanamente smentita da un primo sguardo alle strade delle nostre città. Dall’altro lato, questo destino contro cui siamo impotenti (non si può…) si identifica con la Libertà, non solo con l’emancipazione dell’uomo dalla natura, ma anche dalle forze oscure che finora l’hanno obnubilato. Scienza e tecnica sono neutre… quindi, per loro natura, positive… una contraddizione evidente che può essere imposta solo dalla negazione della coscienza.
Tuttavia, alcuni cominciano a dubitare di queste certezze. La semplice ragione, come l’ecologia, ci insegna che tutto ciò che esiste è collegato. Che ogni causa produce un effetto commisurato alla sua entità, benefico o dannoso, che rischia di prodursi laddove sia governato dal caso e non dalla coscienza. La potenza del ciclone scatenato dall’apprendista stregone è tale che stiamo iniziando a scoprirne gli effetti negativi sulla natura e sul pianeta. E forse ancor più su ciò che era lo scopo del Progresso: la libertà. Se lo sviluppo prosegue a questo ritmo, la nostra specie non avrà altra scelta che tra il caos economico seguito da un’esplosione sociale e militare, in cui rischia l’autodistruzione fisica, e una pace gestita fin nei minimi dettagli dalla Scienza e dallo Stato mondiale, che causerebbe l’abolizione, oltre che della sua diversità, anche della sua libertà.
La ragion d’essere del movimento ecologista non è semplicemente difendere la natura, ma prima di tutto restituire all’umanità una sua peculiarità; dominare, invece di una natura ormai in gran parte sconfitta, quella forza oscura di cui l’umanità è comunque l’artefice: lo sviluppo sociale. Impresa senza precedenti, che tuttavia è l’esatto opposto delle rivoluzioni più o meno utopiche dei secoli passati, di cui non è necessario riproporre gli slogan. È in grado l’uomo di dominare se stesso, di controllare la propria capacità di conoscere e quindi di applicarla? In caso contrario, come tante altre specie, a sua volta scomparirà, vittima di quel destino che fa avanzare la vita fino alla morte.
All’inizio non è compito della società dominare il proprio sviluppo; tribù e imperi sono finora cresciuti e scemati come le maree. La vera conoscenza è personale, non collettiva. Ogni individuo è la porta stretta della coscienza: quella riproduzione di vita che come conseguenza può solo, almeno temporaneamente, superare il logorio generale del tempo e della morte. Non esiste altra «entropia negativa». Agli ecologisti: non c’è pace né libertà garantite da istituzioni o tecnologie gentili; solo la volontà di non sguainare la spada, di non cedere al potere dello strumento e, cosa ben più difficile, dell’automa — è gentile. E soprattutto, solo la conoscenza che induce al rispetto e alla contemplazione di ciò che è, che ci impedisce di soccombere alla vertigine di ciò che, smantellando i suoi meccanismi, diventa fonte di potere su persone e cose — è gentile. Ma quanta durezza d’animo occorre per imporsi tanta gentilezza!
L’attuale accelerazione è solo una ripetizione dell’esplosione originaria. Anche qui, l’evoluzione accelera all’improvviso. Dopo l’interminabile regno della Materia, c’è quello della Vita, molto più breve e limitato nello spazio. E adesso ognuno di noi si trova di fronte all’avvento di una libertà che è anzitutto sua. O al declino definitivo dell’uomo sociale e della Vita che lo ha preceduto. È capace l’individuo umano di assumersi la responsabilità del fatto sociale e dei poteri di cui è fonte, la Scienza e lo Stato? Nessuno lo farà per lui: non è compito dello Stato criticare lo Stato, né della Scienza, al massimo del singolo scienziato. Ma non sarà troppo chiedere all’antropoide originario di controllare il fenomeno sociale?
In tal caso il fenomeno umano non sarebbe che una inutile estensione della geologia, cieco come i movimenti della materia. Ciò che la generazione precedente ha scambiato per Progresso non sarebbe altro che un avatar di quella oscura potenza che innalza e poi distrugge montagne ben più alte delle nostre torri, che fa accendere e spegnere innumerevoli soli, al cui confronto i nostri megatoni sono a malapena scintille. In mancanza di cosa? Di meno di niente: di un pensiero.
[Vice Versa, n. 30, settembre-ottobre 1990]

