Sull’altopiano tibetano, a nord dei giganti dell’Himalaya, una pianta rara si abbarbica sulle granitiche scogliere ghiacciate, robuste testimoni del Giurassico. Sul tetto del pianeta, i verdi germogli di questa pianta restano vicini al suolo, superando raramente lo spessore di un dito, le sue foglie sono minuscole. Assai rara, il suo verde acceso e brillante è stato osservato da ben pochi esseri umani. Il nome popolare in giapponese, nanjamonja-goke, rispecchia la non comune resilienza di cui dà prova questa pianta: il «muschio impossibile».
Il muschio Takakia è il più vetusto genere tassonomico di pianta conosciuto. Probabilmente ha 390 milioni di anni, più antico del supercontinente Pangea che ha cominciato a separarsi 200 milioni d’anni fa per formare i continenti che oggi conosciamo. Se Takakia è particolarmente remota, i muschi sono fra le piante più antiche sulla terra. La loro resilienza, la loro capacità evolutiva di adattamento sono semplicemente uniche, il che li rende in grado di crescere quasi dappertutto: nei deserti più aridi come nelle foreste lussureggianti, sulle alture dell’Antartico spazzate dal vento e in cima alle montagne.
Nel mondo moderno i muschi, pur così fondamentali per il vivente, sono stati relegati a oggetti d’arredo. Vicino alla presenza umana, sono spesso sottoposti a una spietata guerra chimica per essere estirpati dal pavé e dal cemento, dai telai, dalle finestre e dalle soglie degli usci. È una coincidenza che nell’immaginario di una città in rovina, nel sogno del crollo della società industriale, i muschi — piante portatrici di vita e resistenti di fronte al peggiore inquinamento e alle radiazioni — siano fra i primi a ricoprire le rovine delle fabbriche e delle metropoli, delle autostrade e delle discariche? Nella rivincita della natura, i muschi avanzano. E con loro, la vita non addomesticata, il selvaggio, la ferocia, la selvatichezza.
Takakia è sopravvissuta ad almeno quattro estinzioni massicce di fauna e flora, tutte dovute ai cambiamenti climatici. Non è la prima volta che i muschi vedono sciogliere i ghiacciai. Ma oggi una sfida ancora più imponente si erge davanti al muschio impossibile. Ormai, la sua mitica resilienza è messa a dura prova dal dissesto ecologico totale che è la società industriale. È ciò che Takakia sull’altopiano tibetano racconta agli esseri umani che sono andati a trovarla: di anno in anno, la sua lotta si fa più dura, ma la sua resistenza non si affievolisce. Può arretrare, ma combatte instancabilmente. Takakia segna una linea di demarcazione: resistenza e libertà o sottomissione e agonia. Il ricordo dei muschi che hanno rinverdito il pianeta e che hanno fatto nascere tutto ciò che vive e cresce alla fine di ogni èra di cataclismi non è stato cancellato. Aasaakamek, quelli che ricoprono la terra. Oggi questa forza viscerale alimenta il favoloso sogno di vederli coprire le rovine industriali dell’Antropocene. Ogni piantina di Takakia richiama l’attuale sfida: adoperarsi per il crollo della società industriale o perire con essa; resistenza libera e selvaggia o patologica sottomissione.
– Ruggiti contro la società tecno-industriale (N.1-Inverno 2023/2024)
– Ululati crepuscolari per una resistenza libera e selvaggia (N.2-Primavera 2024)
– Bramito di lotta contro il Mordor industriale (N.3-Autunno/Inverno 2024)
– Canti sottomarini per affondare la megamacchina (N.4-Primavera/Estate 2025)
Grazie ai cantastorie itineranti, agli accampamenti nel sottobosco, alle persone del posto, ai briganti della foresta, alle biblioteche, agli uccelli-tempesta, ai tavoli per la stampa, agli scoiattoli di città e di campagna, ai vagabondi erranti, ai distributori, ai bardi riottosi e ai lupi solitari per la vostra dedizione nel diffondere questa rivista e rendere possibile questa piccola avventura editoriale.
Agli altri: non è mai troppo tardi per unirsi alle danze!
takakia@riseup.net
takakia.blackblogs.org

