Tirannide o Libertà

Renato Souvarine

I tiranni, i quali solo due anni or sono avevano preparato le valigie e facevano delle notti bianche, attualmente sono contenti e felici.
La tirannide è cementata dalla servitù volontaria del servi che, proni e con la fronte nella polvere, innalzano ai cieli tiranni e tirannide.
Col viaggio di Vittorio Emanuele III a Milano, con quello del principe ereditario del duca d’Aosta nel Piemonte, con gli altri di Mussolini in Romagna, in Sardegna, il carro della tirannide è passato sui corpi degli schiavi prosternati nel fango!
Uomini politici di tutti i partiti hanno voluto far delle considerazioni filosofiche e politiche su queste sorprendenti oscillazioni degli umori della gran bestia.
Commentatissime e felicissime sono state a questo riguardo le considerazioni di don Sturzo durante ll congresso del P.P.I. a Torino: «Il popolo italiano nel breve tempo di pochi anni oscillò da neutralista ad interventista, da bolscevico a fascista». E ricordo a proposito un’affermazione del senatore Albertini, direttore del Corriere della Sera, con la quale, durante la guerra, si impegnava di far mutare opinione al popolo italiano in otto giorni.
Ciò che indica la potenzialità smisurata di deformazione e di pervertimento degli strumenti intellettuali della tirannide. Ne deriva quindi che a mutar l’opinione della gran bestia è la tirannide con i suoi strumenti di dominio intellettuale.
Ma vi è un’altra causa, che io mi compiaccio lasciare rilevare, per l’alto valore della fonte, allo stesso Corriere della Sera.
Come risposta alle constatazioni di don Sturzo, quel giornale obiettava:
«Di questa colpa nessuno forse è immune; ma tra i più gravati è il partito popolare. In generale, l’ambizione di essere un partito di masse porta non a tentar l’elevazione ma a lusingare gli appetiti delle masse; e il maestro diventa facilmente il cortigiano, e il guidatore un servo pago dei grassi profitti. Né fu del resto la plebe a dare il peggiore esempio; ma quella parte della borghesia assillata dall’arrivismo, che si riversò prima nelle file socialiste, poi in quelle popolari, e ora gonfia di clamorosa esibizione e di non idealistiche pretese le file fasciste, sempre nefasta a chi l’accoglie e — per immanente giustizia — nefasta alla fine anche a se stessa. Se il popolo italiano si sbanda così facilmente, bisogna dire che nessun partito ha saputo porre, con un’autorità morale inoppugnabile anche tra le necessità della politica quotidiana, radici abbastanza salde nel suo certamente arduo spirito meridionale; ma di questa inettitudine sono e saranno sempre da gravare principalmente quelli che si dicono partiti di masse».
E ciò vale per tutti i partiti, anche, e forse più per quelli cosiddetti sovversivi.
Ciò che, del resto, constata anche l’Avanti! di questi giorni rilevando con amarezza le tripudianti folle di schiavi acclamanti ai tiranni ed alla tirannide.
Mettiamo sotto gli occhi dei compagni oltre oceano questo trafiletto intitolato «Folle», che togliamo da l’Avanti! perché essi si formino una esatta idea sulla situazione italiana, sulle folle e sugli effetti di certa pazza predicazione e, in linea di principio, sul valore di tutte le irreggimentazioni da parte di tutti i partiti a struttura gerarchica e centralizzata ed a base di tessere, quote, registri e uffici. Perché la realtà sperimentale di questi due ultimi e terribili anni di persecuzioni e martìri ha dimostrato che, dispersi o smarriti, o delusi, o terrorizzati i capi (i dirigenti e competenti), i greggi sono accorsi a pigliare la tessera dei fasci, e oggi sfilano dietro i loro gagliardetti inneggianti alla rivoluzione (!) «che noi — così ci dicono essi — non abbiamo saputo organizzare e fare per loro, malgrado gliela avessimo promessa per due anni. Mentre Mussolini seppe farla; e da rivoluzionari com’essi sono ancora e sempre sono passati ai fasci dove, sia pure sotto e con il tricolore, almeno si fa e si sviluppa la Rivoluzione, perché Mussolini è sempre… socialista!».
Gli è che tutto ciò è accaduto perché si è confuso, fatto tutt’una cosa con la rivoluzione e la dittatura, coi principi di gerarchia, ordine, disciplina, basi di tutte le dominazione autocratiche, di tutti i dispotismi, di tutti gli assolutismi, di tutte le autorità e di tutti gli Stati.
L’antitesi storica, la lotta millenaria sino all’avvento dei bolscevichi al potere, nell’ottobre 1917, era sempre tirannia e libertà. Compito della rivoluzione era, ed è, di eliminare le tirannie per realizzare e porre a base delle convivenze umane la libertà.
Tutte le rivoluzioni, attraverso i secoli, furono fatte in nome e per la libertà. Poco importa se gli ingenui rivoluzionari di ieri crederanno di garantirla, codificarla nei regimi liberali. Questo fu un funesto errore storico che noi scontiamo amaramente con la perdita e confisca della libertà, da parte delle tirannidi.
Ma a creare l’enorme e mortifero equivoco fu il gigantesco controsenso storico della «rivoluzione sulle basi dell’ordine, della disciplina, della gerarchia, per mezzo della dittatura provvisoria». È stato solo grazie a questa storica bestialità che l’ex-socialista Mussolini ha potuto organizzare e fare la controrivoluzione, inquadrando nelle sue feroci e sanguinarie «squadre d’azione» il grosso dei gregari dei partiti sovversivi, in nome della rivoluzione dittatoriale. È noto che una parte di squadristi — ed i più feroci — sono le ex-guardie rosse di ieri.
Cosicché Mussolini deve il suo facile trionfo alla folle predicazione ed educazione dei plumbei princìpi di disciplina cieca, di gerarchia e di ordine, che, devastando il sentimento della libertà, dileggiandone i valori ideali, gli han preparato l’atmosfera psicologica e… i gregari ciecamente disciplinati ai capi.
Ma ecco il trafiletto che riproduciamo da l’Avanti! scritto l’indomani della venuta a Milano della geldra di malviventi che malversa l’Italia:
«Abbiamo assistito anche noi, sperduti nel fragore della moltitudine, alle onoranze che ieri Milano ha tributato al re, al Parco.
La cronaca senza aggettivi offre poche definizioni ma le offre eloquenti: un mare di gente, una fiumana ondeggiante e sonante di innumeri voci.
C’era tutta la scala sociale. Il pescecane e lo straccione sfilacciato e forse digiuno. La femmina di lusso e la popolana. L’anemico impiegato a mille e cento lorde e l’ancor più anemico pensionato continuamente a tu per tu con l’inesorabilità dei quotidiani bisogni. Gioventù, molta gioventù, inquadrata da musiche, da gagliardetti, da bandiere. Militarizzata.
Non mancava il popolo.
Se negassimo, allo scopo puerile di sminuire l’importanza dell’avvenimento, che il popolo era presente, renderemmo un cattivo servizio alla verità.
In questo peccato, che ci è già costato e ci costa lacrime e sangue, non dobbiamo ricadere.
Tutto fascista o realista, il fiume umano di ieri?
Ma no, nemmeno per sogno!
Ma neanche nemico del fascismo e del re.
Panem et circenses.
Il motto ritorna vestito a nuovo, però calza come un guanto.
Nemica nostra, allora, la moltitudine di ieri?
Non più amica.
Una parte ci amò e ci seguì subito, un’altra aspettò, benigna, il momento per venire anch’essa a noi.
Non sapemmo intenderla.
La sopravvalutammo. Le demmo un volto non suo.
Scambiammo per maturità politica — noi che maturi non eravamo — quello che era egoismo, esasperazione, bisogno insoddisfatto, rancore esplodente.
Cademmo, ed essa ci abbandonò. Le chiedemmo dei sacrifici, non comprendendo che era essa che li pretendeva da noi.
Nei nostri nemici individuò la sua nuova speranza.
E oggi li segue in parte — il fenomeno si ripete — ed in parte attende benignamente.
Illuminata, saturata di nuove idealità?
Ma no, che idealità non ne aveva neanche di vecchie.
Attende, ancora e soltanto, chi sappia trarla dalla crisi che la travaglia.
Necessità riprendere un po’ quella divulgazione dei nostri princìpi che fu abbandonata allorché la marea degli improvvisati consensi ci indusse a credere che di dottrina socialista fossero permeati perfino gli uscieri di Pretura e i sagrestani…».
D’accordo.
Anarchici, abbiamo sempre dato un altissimo valore alla propaganda del princìpi, perché, se è vero che il determinismo contiene una parte di verità condizionando e delimitando, secondo la tecnica e la volontà, abbiamo sempre creduto che le idee siano delle immanenti e peculiari potenzialità storiche che, muovendo la storia, mutano le società umane.
— Ma di quali princìpi parla l’Avanti! ?
— Di quelli di ordine, disciplina, gerarchia, dittatura? Ma essi vengono anche troppo propagandati e inculcati da Mussolini e compagni col randello e con l’olio di ricino, e da Lenin con la Ceka, di modo che il suo fratello siamese Mussolini ha potuto, giorni or sono, affermare che l’esperimento italiano e russo prova che «si può governare anche senza e contro la libertà».
Ed i princìpi dittatoriali non sono per nulla idee forze.
È ai princìpi di libertà, eterni motori e fattori della storia, che occorre ritornare!
È sui princìpi della libertà che la rivoluzione ha l’asprissimo, ma altissimo compito di riorganizzare ed incardinare il mondo dei produttori.
Oramai occorre dividere il mondo in due soli partiti. Da una parte i partigiani dei princìpi dittatoriali, dall’altra quelli dei princìpi libertari.
Tirannide ed anarchia: ecco le due grandi barricate divisorie scavate dai grandiosi eventi dell’ultimo decennio, e dalle esperienze pratiche di due terribili involuzioni dittatoriali — italiana e russa — con cui si governa senza e contro la libertà, sul cui corpo in «decomposizione» è passato il carro del dittatore.

[L’Adunata dei Refrattari, n. 21, 30 giugno 1923]