Un’estate di fuoco e sangue

Lyndal Roper

La guerra dei contadini tedeschi è stata la più grande rivolta popolare nell’Europa occidentale prima della Rivoluzione francese. Come un vasto contagio, si è diffusa dalla Germania sud-occidentale attraverso il Württemberg, la Svevia, l’Algovia, la Franconia, la Turingia e la Sassonia fino a giungere in Alsazia, nelle attuali Francia, Austria e Svizzera. I contadini si radunavano in bande armate prima in una regione, poi in un’altra, e scoppiavano rivolte anche in regioni molto lontane. Al suo culmine, erano coinvolte oltre 100.000 persone – come minimo – che si unirono ai ribelli per dare vita a un nuovo mondo di fratellanza cristiana. E per diversi mesi, vinsero. L’autorità e il governo crollarono e le strutture familiari del Sacro Romano Impero furono sconvolte, rivelando la fragilità delle gerarchie sociali e religiose esistenti. La gente cominciò persino a sognare un nuovo ordine.
Ma quel periodo non durò a lungo. Nella primavera del 1525, l’Aufruhr, o «turbolenza», come la chiamavano i contemporanei, raggiunse l’apice, travolgendo tutto ciò che incontrava sul suo cammino. Verso maggio il vento cambiò. Le forze dei signori repressero la rivolta, uccidendo tra 60.000 e 100.000 contadini. Durante quell’estate di sangue rimase ucciso circa l’1% della popolazione nella zona del conflitto – un’enorme perdita di vite umane in poco più di due mesi.
Malgrado la sua portata, negli ultimi anni la guerra dei contadini e la sua sanguinosa sconfitta sono state dimenticate. La gente ricorda quel periodo per via di Martin Lutero e della sua Riforma, che divise per sempre la cristianità occidentale tra i cattolici e coloro che in seguito sarebbero stati chiamati protestanti. La guerra dei contadini ha finito per essere considerata un diversivo, un intermezzo importante soprattutto per ciò che ci dice su Lutero, giacché fu in quel momento che Lutero salì alla ribalta esprimendosi a favore dei principi e contro i «cani rabbiosi», i contadini ribelli. Da quel momento in poi, la Riforma in Germania si sarebbe rivelata conservatrice. I riformatori ufficiali continuarono ad allearsi con i dirigenti per promuovere gli obiettivi della Riforma e, quando dopo la guerra fu creata la nuova chiesa, questa non mancò di avere il sostegno dei detentori del potere.
È impensabile cogliere le possibilità, così come i limiti, della Riforma senza comprendere come al suo interno ci fosse quel trauma gigantesco: la guerra dei contadini. Per quanto quest’ultima sia stata ispirata dalle idee, dai sogni e dalle speranze scatenate dalla Riforma. E la guerra, a sua volta, non può essere compresa se viene decurtata dell’inebriante atmosfera di eccitazione religiosa in cui ebbe luogo.
Per capire perché un movimento di tale portata abbia avuto origine da un inizio così modesto e apparentemente isolato in un angolo remoto dell’impero, dobbiamo cogliere cosa abbia spinto quei contadini. Non è un caso se, solo tre anni dopo che Lutero aveva sfidato l’imperatore e i possedimenti imperiali, i contadini di uno o due signori e abati avevano deciso di abbandonare i loro campi e di riunirsi in bande.

Nel 1520, lo stesso Lutero ebbe a scrivere un breve ma incisivo trattato, uno dei tre grandi scritti della Riforma di quell’anno redatti per esporre la sua teologia, intitolato La libertà del cristiano. La copertina dell’edizione tedesca era adornata dall’incendiaria parola «libertà». Tutto perfetto. Sebbene i seguaci di Lutero abbiano in seguito affermato che il riferimento era alla libertà spirituale, resta il fatto che molti contadini del sud-ovest [della Germania] – in particolare quelli governati da monasteri, abbazie e conventi cattolici che Lutero stava attaccando – erano servi, di proprietà dei loro padroni. Per loro la libertà avrebbe anche significato porre fine alla servitù della gleba. Nonostante le successive condanne di Lutero, la guerra dei contadini sarebbe stata inconcepibile senza le idee che aveva scatenato. Affrontando l’imperatore Carlo V, a Worms nel 1521, Lutero aveva dato un indimenticabile esempio di resistenza. Un monaco solitario con una tonaca presa a prestito, di fronte a un pubblico di dignitari vestiti coi loro abiti migliori, aveva affrontato il principale potere del paese esprimendosi senza remore, rifiutando di ritrattare a meno che non fosse stato convinto dalle «Sacre Scritture». Non c’è da stupirsi che i contadini si fossero ispirati alle sue idee per difendere la propria causa. Non c’è da stupirsi che pensassero che lui li avrebbe sostenuti.
Ma non lo fece. Alla fine del marzo 1525, la rivolta dei contadini era diventata un movimento di massa, le cui richieste avevano preso forma nei Dodici Articoli. Questi furono probabilmente redatti da Sebastian Lotzer, un cittadino e pellicciaio, sulla base di centinaia di lamentele formulate per settimane da diversi gruppi di contadini. Influenzato da Martin Lutero, dal predicatore Christoph Schappeler, anch’esso seguace del riformatore svizzero Huldrych Zwingli e di una corrente dell’evangelismo radicale, Lotzer contribuì a trasformare una serie apparentemente eterogenea di specifiche lamentele contro singoli signori in una visione teologica di ampia portata, in linea con le idee radicali della Riforma. Le liti locali avrebbero potuto alimentare un movimento di massa che si estendeva ben oltre le singole dispute tra un contadino ed un abate o un signore particolarmente rapace. E tuttavia, non fu Lotzer ad inventare questa teologia, né fu il primo ad applicarla ai rapporti agricoli: lo hanno fatto i contadini stessi, formulando le proprie lamentele. I Dodici Articoli divennero quindi un documento conosciuto dovunque dal movimento, anche se i ribelli non sapevano esattamente cosa contenessero quegli articoli, e anche se in molte regioni furono rivisti per adattarli alle situazioni locali. Ben presto quel documento venne stampato grazie ad nuova tecnica di stampa – l’invenzione dei caratteri mobili – e diffuso in tutta la Germania, così da poter tenere raccolti in mano quei Dodici Articoli, precisando ogni richiesta e il passaggio biblico che ne attestava la religiosità.
La caratteristica saliente della guerra dei contadini è che si trattava di un movimento di massa. Per troppo tempo la storia della guerra ne aveva messo in risalto i leader, uomini come Thomas Müntzer in Turingia, adottato da Friedrich Engels e poi dal regime della Germania dell’Est come un eroe rivoluzionario in grado di rivaleggiare con il colosso reazionario Lutero. Di fatto, alla guerra avevano preso parte una serie di personaggi straordinari. Ad esempio Götz von Berlichingen, il cavaliere dal pugno di ferro, che divenne un capo contadino dopo che la matrigna non gli aveva consegnato l’ordine del suo signore di combattere contro di loro, secondo quanto affermato più tardi nella sua mendace autobiografia, scritta all’età di novant’anni. Oppure Florian Geyer, un nobile che capitanò eserciti di contadini e che alla fine venne pugnalato a morte. O ancora la «Hofmännin nera», una contadina che sosteneva di aver fomentato le truppe contadine e di essersi lordata le scarpe col grasso dei nobili massacrati. O infine il «Bauernjörg», Truchsess Georg von Waldburg, che guidò l’esercito dei signori della Lega Sveva incendiando senza pietà i villaggi ribelli.
Ma era un movimento, non un dramma di grandi uomini. La versione dei contadini della storia fu dimenticata perché non era stata messa per iscritto – o perché erano analfabeti o perché finirono trucidati o giustiziati durante la guerra. Furono i vincitori, i signori e i teologi ufficiali nemici dei contadini, furono loro a scrivere la storia.
Le passioni e i sogni che animarono quel movimento potrebbero sembrare rozzi, ingenui e contraddittori. Poiché, per quanto gli storici abbiano tentato di distillare l’ideologia del movimento dagli scritti programmatici di alcuni dei suoi leader, non si trattò di una rivolta guidata da pochi letterati. Era una lotta di massa condotta da individui che rischiarono e persero la vita nel tentativo di creare un mondo nuovo.
Per ricostruire gli avvenimenti, ciò che hanno detto e ciò che volevano realizzare, questo libro spazia in lungo e in largo seguendo i destini tumultuosi di un gran numero di individui. La visione che li animava riguardava il rapporto tra l’uomo e il creato. Erano arrabbiati perché i signori rivendicavano la proprietà delle risorse naturali (acqua, terre comuni, boschi e foreste), pur essendo queste creazioni di Dio offerte a tutti. Erano furiosi perché i signori avevano rubato loro la libertà e pretendevano di possederli, quando, in base alla dimostrazione di Lutero, Cristo ci avrebbe redenti tutti con il sacrificio del suo prezioso sangue: «così la Bibbia dimostra che siamo liberi e vogliamo essere liberi». Erano indignati per la crescente disuguaglianza che vedevano tutt’intorno, mentre individui come i Fugger, i più ricchi mercanti del mondo, accumulavano ricchezze su scala mai vista prima. Volevano che gli uomini potessero vivere come fratelli, in obbligo reciproco, e non come signori e servi. Il loro era un ideale prettamente maschile, alimentato dai legami tra i contadini combattenti, ma ciò non significa che non fosse sostenuto anche dalle donne. Le decisioni dovevano essere prese collettivamente e le risorse gestite nel rispetto dell’ambiente, creato da Dio.
Per comprenderne la ribellione, dobbiamo pensare a un mondo in cui animali come buoi, cavalli, mucche, maiali, pecore e polli potessero vivere accanto agli umani, e dove i capricci del clima acquisissero un’importanza che le generazioni più moderne sovente dimenticano. Per loro la relazione tra lavoro, raccolto e cibo era ovvia, non mediata da potenti aziende e da complessi processi industriali. L’energia necessaria per far funzionare le macchine proveniva dall’acqua, dalla legna e dal carbone, ed era chiaro chi possedeva tali risorse ed evidente quando ne veniva limitato l’accesso.
Nonostante le forze schierate contro di loro, per la maggior parte della guerra i contadini furono non violenti; umiliarono i loro signori, ma non li uccisero. Misero in discussione l’ordine costituito proprio quando il capitalismo si stava espandendo, e gli europei stavano scoprendo nuovi mondi, ma non intendevano necessariamente distruggere l’autorità in tutte le sue forme. Eppure le autorità li annientarono, cancellarono il loro movimento e sulle sue ceneri costruirono le strutture del mondo attuale.
La storia di quei contadini è importante. Può aiutarci a trovare nuove risposte per le domande che ci poniamo oggi. Mostra anche una Riforma radicale, la cui visione teologica, sociale e politica avrebbe potuto condurre la storia in una direzione assai diversa. Noi abbiamo perso di vista questa Riforma, ed ecco perché dobbiamo cercare di capire cosa abbia spinto quei contadini. Perché ciò che contava per loro, conta anche per noi.

[Summer of fire and blood. The German peasants’war, 2025]