L’io singolare potrà anche fondare la propria causa sul nulla, il noi collettivo no. Deve fondarsi su qualcosa. Deve poggiare su qualcosa, se non vuole precipitare con fragore nel vuoto. Qualcosa di concreto, di oggettivo, che sia riconoscibile da tutti. Una causa comune, insomma. Una causa individuale può anche essere rispettabile, ma non è condivisibile. Non da molti per lo meno. La si può comprendere, la si può tollerare, la si può perfino rispettare, soprattutto se resta modesta nelle sue ambizioni — meglio se in silenzio. La sua sola espressione viene infatti percepita come atto di arroganza da parte di un individuo che, in quanto tale, non può che essere sinonimo di limite ed impotenza. Ma una causa collettiva… beh, oltre ad apparire una promessa di forza, costituisce al tempo stesso una garanzia sulla provenienza e una proposta sulla direzione. Dice da dove si viene e dove si va, punti legittimi in quanto identificabili e alla portata di tutti. Perché la causa, nel suo significato di fatto constatabile e assolutamente determinante, non può rimanere nel limbo del dubbio e dell’ipotesi.
Per questo motivo, l’individuo che vuole l’insurrezione per realizzare i propri desideri è considerato inaccettabile. Come può un povero, piccolo folle, mettere in discussione e sconvolgere la vita degli altri unicamente per il proprio capriccio?
No, l’insurrezione deve essere perseguita in quanto necessità sociale, prodotto storico di secolari battaglie contro l’ingiustizia nonché premessa per realizzare la libertà, il comunismo, l’anarchia, il bene del popolo, e quant’altro. Eppure, fuori da una pletora di buone intenzioni, la differenza sembra ridursi a ben poco. Non è forse vero che chi ammette di agire per affermare se stesso viene considerato presuntuoso, mentre chi proclama di agire per affermare un principio superiore viene considerato… rispettoso e modesto?
Siamo talmente assediati dai controsensi da cadere di continuo nei loro trabocchetti. Non sopportiamo la solitudine della condizione umana, non tolleriamo l’idea di sfracellarci contro il muro dell’assurdo, pretendiamo di assegnare una motivazione chiara e universale a quanto ci circonda e alle nostre azioni. Una causa, appunto, una causa che spieghi perché siamo giunti qui e perché vogliamo andare là. Prendiamo ad esempio quel determinismo storico caro a tanti rivoluzionari, siano essi autoritari o anarchici. Cos’altro è, se non quella creazione esteriore che consente di non precipitare nel baratro del nulla interiore? Quando i marxisti ripetono il ritornello sulla fine di un capitalismo condannato a morte dal suo stesso sviluppo, incapace di superare le proprie contraddizioni; quando gli anarchici ribadiscono che l’anarchia è un’evoluzione qualitativamente superiore; cosa stanno facendo entrambi? Quando gli uni come gli altri assicurano che ogni atto è il risultato di costumanze, cromosomi, ambiente circostante, educazione, circostanze esterne; quando tutti promettono che la rivoluzione è imprescindibile, è ineluttabile, è imminente, è vicina o è lontana, ma in ogni caso è il destino dell’umanità, cosa stanno facendo?
Una risposta possibile è che si stiano almeno consolando al pensiero che, vada come vada, il cadavere del nemico prima o poi dovrà passare davanti ai loro occhi trasportato dalla corrente. Facile conforto che permette di tollerare l’abiezione quotidiana e di potersi rimirare in uno specchio senza provare troppa nausea e vergogna. Oppure, altra risposta assai più interessante pur antitetica, stanno costruendo una di quelle «illusioni necessarie» senza cui la vita stessa risulterebbe impossibile non solo da assaporare, ma perfino da sopportare. In fin dei conti, questo genere di fatalismo da un lato può alimentare l’attesa e la passività, dall’altro può creare quell’entusiasmo in grado di eccitare gli animi e spingerli a compiere grandi imprese.
Una discrepanza che per di più evidenzia come non vi sia nulla di oggettivo e tutto si risolva in quel groviglio di passioni e ragioni che agitano ogni essere umano.
«Noi diciamo agli operai ed ai piccoli borghesi: soffrite nella società borghese moderna, che crea, attraverso le industrie, i mezzi materiali per la fondazione di una società nuova… L’azione del proletariato è possibile soltanto dopo che l’economia capitalistica abbia creato le sue condizioni», scriveva con cinica chiarezza Marx in una lettera del gennaio 1849. Ecco perché sputiamo con piacere sull’immondo determinismo storico, su questa ideologia reazionaria che da un secolo e mezzo non fa che salutare ogni passo in avanti del dominio capitalista pretendendo che rappresenti un passo in più verso la sua tomba, e offrendo in tal senso una giustificazione a tutte le sue aberrazioni. Peggio, trasformando le esigenze della classe dominante in richieste da parte degli oppressi. Non stupisce che fra gli stessi comunisti ci sia chi ha definito il marxismo l’ultimo rifugio della borghesia, considerato come esso abbia sempre sostenuto la necessità di accompagnare e accelerare lo sviluppo delle forze produttive secondo il modello industriale del capitalismo («i comunisti stessi hanno interesse a contribuire all’instaurazione del dominio borghese», predicava Engels), anziché dedicarsi a ostacolarlo e sabotarlo.
Qual è l’effetto pratico del vedere in ogni realtà sociale — persino nella guerra, nel colonialismo o nel peggiore sfruttamento — il risultato inevitabile di leggi storiche scientificamente dimostrabili che evolvono in maniera automatica verso un fine prestabilito? Che gli esseri umani si percepiscono sempre più soli ed impotenti, impigliati in una fitta rete di «determinati rapporti necessari e indipendenti dalla loro volontà» che li induce a diventare fatalisti, ad abbandonarsi all’impulso esterno, a non cercare mai di andare in direzione opposta alla corrente. In fondo, se tutte le loro azioni ed i loro pensieri sono già determinati, allora sono privi di libera iniziativa. Qui il lato singolare e creativo dell’agire umano scompare dall’orizzonte del possibile ed ogni prospettiva autonoma soccombe davanti ad un ordinamento immutabile di avvenimenti, eretto a criterio assoluto di verità sotto il nome di «necessità storica».
Questa sedicente scienza rivoluzionaria pretende di riservare l’iniziativa ad un corpo di specialisti detentori dei segreti della dialettica — il partito — cui spetta il compito di interpretare correttamente le leggi della storia ed impedire ogni intervento perturbatore; e intende mettere al bando l’imprevisto costituito dall’azione creatrice, consapevole ed incontrollabile degli individui, nonché confinare nella mistificazione ideologica l’elemento etico ed utopico. Se «la vita non è determinata dalla coscienza, ma la coscienza è determinata dalla vita», l’essere umano risulta essere un mero prodotto dei rapporti sociali dati ed il libero arbitrio una pura fantasia idealista.
Quanto al determinismo anarchico, ha sostituito la tromba della Storia col flauto della Natura, pur di fornire quel qualcosa «in comune» a cui aggrapparsi: «L’Anarchia è una concezione dell’universo, basata sull’interpretazione meccanica dei fenomeni, che abbraccia tutta la natura, non esclusa la vita delle società. Il suo metodo è quello delle scienze naturali…» scriveva Kropotkin. Scelta di non poco conto, quella che porta a prediligere la Storia o la Natura, è vero: la prima con i suoi pochi protagonisti e le sue molte comparse rispecchia un certo programma gerarchico, laddove la seconda si manifesta in tutti i casi senza privilegi evocando perciò una visione egualitaria.
Bisogna ad ogni modo notare come il determinismo anarchico abbia suscitato reazioni del tutto contraddittorie e anche opposte, impossibili da omologare. È stato criticato per aver ridotto la storia ad «una sequela fatale di cause e di effetti di natura meccanica, che non lascia nessuna possibilità di variazione», liquidando ogni importanza sul possibile ruolo della volontà nelle vicende umane — in tal senso vanno considerate le critiche formulate ad esempio da Malatesta. Ma non si può negare che abbia spronato proprio il volontarismo, rassicurando molte teste calde sulla bontà del loro ardore (basti pensare a come Kropotkin abbia difeso Sofia Perovskaya in La morale anarchica). A un secolo di distanza vien quasi da ridere nel leggere le parole di antichi incendiari, rapinatori, dinamitardi… pronti a giurare sul fondamento scientifico delle proprie azioni, paragonate a tuoni, fulmini, tempeste, terremoti. Come se i loro assalti all’ordine sociale fossero giustificati e legittimati, perché miranti a realizzare quell’anarchia presentata come un «Ordine naturale» alle cui leggi l’essere umano doveva conformarsi. Siamo di fronte ad un notevole esempio della forza propulsiva che talvolta può assumere l’illusione.
Oggi i termini si sono capovolti a tal punto che si potrebbe sostenere l’esatto contrario, ovvero che siano stati gli anarchici «convulsivi» ad agire sulla spinta dell’etica, mentre quelli «ragionanti» andavano alla ricerca dei meccanismi storici. Infatti la sfida malatestiana alla pretesa scientificità dell’anarchismo serviva più che altro a giustificare il suo attivismo politico. Ma questo genere di attivismo, quando motiva la propria agitazione e le proprie scelte strategiche in base alla constatazione che «da cosa nasce cosa», non fa che scivolare in una logica determinista. Ieri si osservava come il seme germogli sotto e nonostante la neve, oggi si constata come il fiore nasca in mezzo e grazie al letame; due tipiche immagini naturalistiche che rendono l’intervento umano fondamentale, dando però ad intendere che ciò che è giusto sia comunque al riparo o addirittura provocato da ciò che è sbagliato.
Solo che siamo entrati nel terzo millennio da oltre un decennio. L’avvenire non brilla più, i domani hanno smesso di cantare. In quest’epoca di massacri, esteriori ed interiori, non c’è più spazio né tempo per le illusioni.
A metà del Cinquecento un pensatore che non doveva fare i conti né con l’ideologia rivoluzionaria né con la strategia politica, Etienne De La Boétie, sosteneva che due sono gli ingredienti della libertà: il desiderio e la volontà. Il primo è ciò che spinge l’essere umano a non accontentarsi dei pochi passi che gli sono concessi dalle catene forgiate dal potere, è ciò che lo induce a non essere uno schiavo felice, spingendolo ben oltre la soddisfazione dei propri bisogni più elementari. La seconda è la forza, l’energia che muove i suoi muscoli quando spezza quelle catene, ciò che lo fa diventare a tutti gli effetti un ribelle. Non è la Storia, e non è la Natura, a fornire per graziosa concessione desiderio e volontà agli esseri umani. È l’individuo, solo il singolo individuo che può possederli. Così come egli può soffocare e dimenticare del tutto queste doti, allo stesso modo può riscoprirle, stimolarle, cercare di realizzarle.
Se la questione del motore della storia è stata analizzata in lungo e in largo da pensatori tedeschi, allora è meglio lasciar perdere l’autoritario borghese di Treviri e riscoprire il libertario proletario di Mainz, Rudolf Rocker, il quale sosteneva che «la volontà di potenza, che sempre sorge nella società da individui o da piccole minoranze, è di fatto la più possente forza conduttrice della storia». Questa volontà minoritaria è il demone della rivolta più arbitraria e, proprio per questo, non conosce regole ferree da rispettare né scienze esatte da applicare. Ciò che chiamiamo storia è opera di esseri umani in carne ed ossa che, anziché baloccarsi nel dubbio o aspettare in fila rispettosa il proprio turno, allungano le mani per afferrare ciò che bramano. Ieri, certo, ma anche oggi e domani. Niente prescrizioni da seguire, niente garanzie di successo, solo continui e testardi tentativi in perenne balìa del caso e dell’imprevisto. Contro qualsivoglia previsione, tutto rimane sempre possibile.
Per spiegare come i fattori soggettivi svolgano una importante funzione nelle vicende umane, al punto da dominare in qualche caso gli effetti apparentemente inevitabili dei fattori oggettivi, ne La rivoluzione sconosciuta Volin ricorda come nel 1914 una Francia demoralizzata e votata a sconfitta ritenuta imminente nella guerra contro la Germania, fosse riuscita d’un tratto a capovolgere la situazione ed ottenere una travolgente vittoria grazie ad un insieme di circostanze favorevoli. Davanti a qualsiasi evidenza contraria, come ad esempio l’invadenza del pragmatismo autoritario rispetto alla tensione libertaria, Volin sostiene la necessità di mettere in campo «un gioco imprevisto e imponderabile di fattori soggettivi», giacché «nel mondo umano, “l’inevitabilità oggettiva assoluta” non esiste. In ogni istante dei fattori puramente umani, soggettivi, possono intervenire e spazzarla via». Chi nutra dei dubbi in proposito farebbe bene a chiedersi come sarebbe cambiata la storia dell’intera umanità se Hitler avesse protratto per appena 13 minuti il suo discorso in quella birreria di Monaco, l’8 novembre 1939.
Appena si cessa di appoggiarsi su qualcosa, si resta con le sole proprie forze e ci si sente deboli. Abituati a fare affidamento sugli altri, su molti altri, tutto appare impossibile, vano, una sciocca perdita di tempo. Ma è qui, proprio qui, sull’orlo di uno sconforto che sta per annientare ogni entusiasmo, che c’è la possibilità di rovesciare la debolezza tramutandola in forza. Perché siamo deboli solo fino a quando pensiamo di dover rendere conto a qualcosa o qualcuno. Senza questa camicia di forza, tutta la nostra cupa disperazione si tramuta di colpo in desiderio e volontà di vivere. No, non abbiamo missioni da compiere, non abbiamo destini da raggiungere, abbiamo solo giochi imprevisti e imponderabili da giocare. E questo non è niente, è letteralmente tutto.
Una volta superata la vertigine, non vi è più motivo per affidarsi alle benevole promesse di una qualsivoglia transizione. Non esiste alcuna contraddizione insanabile fra capitale (privato) e lavoro (sociale) tale da determinare l’autodistruzione del capitalismo. Lo Stato non si estingue da sé, il potere non si esautora per grazia ricevuta, la storia non va verso l’anarchia. I bolscevichi al potere in Russia non li ha messi il materialismo, gli anarchici al governo in Spagna non li ha messi il giusnaturalismo. Facciamola finita con le illusioni, dalla cosa pubblica può nascere solo un’altra cosa pubblica. Un mondo senza autorità non è il destino naturale della specie umana, né la missione storica di una delle sue classi sociali. È una aspirazione, nello specifico è la nostra aspirazione. Se vogliamo tentare di realizzarla, dobbiamo amarla, sostenerla, proteggerla, diffonderla (e mai umiliarla, rinnegarla, venderla). Dobbiamo opporci in ogni circostanza all’autorità, a qualsiasi autorità. Perché questo mondo privo di potere, il nostro mondo, non crescerà nonostante la neve della politica, né grazie al letame del compromesso. Spetta a noi aprigli un varco in mezzo agli innumerevoli obblighi ed ai secolari pregiudizi che vorrebbero soffocarlo.
Eccoci qui, soli con noi stessi. Una volta gettate via scuse e lamentazioni, siamo rimasti con il nostro desiderio e la nostra volontà. Nessun Dio ci salverà da questo nulla creatore, da questo abisso al tempo stesso terrificante e meraviglioso.
[da Insolito sguardo, 3/2015]

