Visit Beautiful…

Günther Anders

Visit Beautiful Vietnam, il cui sottotitolo originale recitava ABC delle aggressioni (ieri come oggi) raccoglie i testi che Günther Anders ha dedicato alla guerra del Vietnam. Membro del Tribunale Russell che nel 1967 condannò i crimini di guerra compiuti dall’esercito statunitense, Günther Anders sostiene che la guerra del Vietnam ha inaugurato un nuovo tipo di guerra. Una guerra in cui la superiorità della forza armata dell’aggressore è tale che l’esito del conflitto appare fin dall’inizio scontato, senza speranza per l’aggredito. Ma non per annettere una nuova provincia all’impero; lo scopo dell’aggressione è costringere la parte attaccata a riconoscere una forma di tutela morale, accettando di entrare nella zona di influenza politica dell’aggressore.
Di questo libro, finora inedito in italiano, proponiamo qui due voci che sembrano interpellare più che mai il nostro presente.

Genocidio – Oggi qualsiasi atto di guerra è genocida

Un giornale tedesco ritiene inaudito che si citino contestualmente la guerra del Vietnam ed Auschwitz. A parte il fatto che è assurdo indignarsi quando i misfatti altrui vengono assimilati ai propri misfatti, questa difesa della morale americana equivale a ipocrisia. Perché un genocidio non consiste necessariamente nell’annientamento deliberato di popoli, razze o gruppi sociali. Il genocidio-tipo, per il quale le liquidazioni sistematiche, ordinate da Hitler, di ebrei, zingari e dell’intellighenzia dell’Europa orientale in strutture predisposte all’uopo costituiscono i paradigmi, può certo passare per il tipo classico, ma non è il solo. È vero che gli americani in Vietnam non sono interessati programmaticamente e in prima istanza allo sterminio dei vietnamiti, e che considerano prioritari altri obiettivi — come ad esempio il dominio politico e strategico di certe zone, la loro desertificazione, l’ammonimento di grandi popoli coloniali o semi-coloniali contro le guerre di liberazione, ecc. Ma questo non è determinante qualora ci si interroghi sull’eventualità di un genocidio in Vietnam; la questione non è sapere se la liquidazione abbia uno scopo programmatico o sia «soltanto» un mezzo. Anche chi usa la liquidazione «soltanto» come mezzo — chi la esegue, non la evita o la spiega con perdite e profitti unicamente perché essa rappresenta il mezzo militarmente più efficace, economicamente più redditizio o maggiormente conveniente alla propaganda, in vista del raggiungimento di altri scopi — perfino costui commette un genocidio. È noto che all’interno delle Armed Forces vige la massima: «Dry up the water» [prosciugare l’acqua], dando per inteso che water indichi la popolazione del paese (sull’onda della celebre massima cinese di Peng Dehuai, secondo cui i guerriglieri vivono nella e della popolazione come pesci nella e dell’acqua). Se l’ordine di «prosciugare» una popolazione — poiché in mancanza di ciò il controllo di un dato territorio non sarebbe possibile — non implica un ordine di genocidio, allora non so cosa s’intenda per «genocidio». In un certo senso, si potrebbe persino affermare che nei confronti dei vietnamiti le forze aeree americane diano prova di maggiore cinismo rispetto ai nazisti nei confronti degli ebrei, che l’America tratta i vietnamiti con più disprezzo di quanto Hitler trattasse gli ebrei. Poiché, agli occhi di Hitler, malgrado tutto gli ebrei rappresentavano pur qualcosa, non foss’altro che l’incarnazione dell’infra-umano o dell’infernale, per lui l’importante era che non ci fossero Ebrei; mentre per l’Americano, malgrado i termini offensivi con cui li definisce (slant: occhi-a-mandorla o gook; lecca-culi), è relativamente privo di interesse sapere che ci siano o meno vietnamiti. La sola cosa che gli interessa è il dominio e il controllo totale di certe regioni — e se può farlo solo mediante la distruzione di coloro che, per caso o per insolenza, abitano quelle regioni, o mediante la distruzione dei mondi vitali di coloro che, per caso o per insolenza, ci vivono, utilizza tale mezzo senza esitare.
Di fatto, queste azioni «non evitate» significano non solo che non si fanno più distinzioni tra militari e popolazione civile, ma anche che la lotta contro quest’ultima è prioritaria. Per questo motivo gli americani hanno concepito e prodotto armi speciali come i lazy dog, i guava, i pineapple (*) — e qui l’analogia con i nazisti che costruivano i loro campi al solo fine di liquidare civili, quindi di commettere un genocidio, balza agli occhi — che sono praticamente senza effetto contro i soldati nemici ma si rivelano straordinariamente efficaci per l’eliminazione della popolazione civile.

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In passato, era buona norma che solo gli obiettivi militari potessero essere distrutti. Ormai la situazione si è rovesciata. Poiché oggi, viceversa, ogni oggetto da poter distruggere viene automaticamente classificato «obiettivo militare» e «protetto» in vista della sua distruzione. È quanto si legge nei Fondamentals of Aerospace Weapons Systems, un manuale dell’US Air Forces pubblicato il 20 maggio 1966. E non è certo un caso se, fra gli oggetti potenzialmente da distruggere, le «persone» sono in cima alla lista. Siccome la possibilità di distruggere una cosa giustifica che si «regolino i conti» con essa, e poiché oggi interi popoli rientrano fra gli oggetti distruttibili, la regola pubblicata in quel manuale equivale alla proclamazione del genocidio come mezzo.
Si può ovviamente prevedere che i belligeranti che commettono un genocidio nel secondo senso (cioè non come fine, ma come mezzo per raggiungere altri fini) falliscano — qualora le potenziali vittime riescano a difendersi e a scampare alla distruzione — cosa che in effetti sembra essere il caso del Vietnam dove, malgrado l’enorme quantità di armi letali concentrate e ivi impiegate, il numero di vittime mortali rimane relativamente modesto, perlomeno se commisurato a quello delle vittime dei bombardamenti a tappeto della Seconda Guerra mondiale. In ogni caso, tali atti sono indubbiamente da qualificare «genocidi», dato che l’inefficacia di un assassino non ha mai avuto la minima influenza benefica sulle sue qualità morali. Non conta il numero dei morti, ma l’intenzione dell’assassino.
Ma a cosa servono tutte queste riflessioni? Per quanto terribili possano essere le armi ABC genocide usate qua e là, è ancora più terribile che oggi qualsiasi aggressione (compresa quella con armi cosiddette «convenzionali») rappresenti un potenziale genocidio. Qualsiasi, perché gli aggrediti in maniera «convenzionale» sanno perfettamente, come lo sanno gli aggressori, che finché non cedono devono aspettarsi una escalation, e che ogni escalation sfocia nell’impiego di mezzi genocidi, che quindi qualsiasi attacco di una potenza ABC contro una potenza non-ABC equivale ad un ultimatum, ad una alternativa tra la capitolazione e il disastro. Quindi oggi la domanda legittima non è: «La guerra attuale è un genocidio?», bensì: «Esistono ancora oggi guerre che non siano genocidi?», o magari: «Esistono ancora oggi guerre che non procedano con la minaccia di un genocidio?»

«La guerra consumata»

Oggi mi sembra che i nazisti non fossero poi così sorprendentemente innovativi, come noi ingenui pensavamo trentacinque anni fa. In quanto consideravano necessario, o perlomeno opportuno, nascondere i loro omicidi di massa e i metodi impiegati. La vera novità storica comincia solo con gli uomini d’oggi, con coloro che pianificano la guerra in Vietnam, o che vi prendono parte, o che la accettano come una cosa ovvia, o che la integrano nella loro industria dell’intrattenimento. Perché questi nostri contemporanei non si prendono più la minima pena di nascondere ciò che fanno, né le misure che adottano. Espressioni come quella di un generale che esorta a «to bomb them back into the stone age» [bombardarli e riportarli all’età della pietra] o quella di un comico che descrive «the best slum clearing they ever had» [la migliore pulizia di baraccopoli che si sia mai vista] non vengono affatto considerate scandalose, ma hawky [da hawk, falco, intransigente col nemico] — il che è comunque patriottico — oppure funny. Siccome non viene più in mente a nessuno che possano esistere casi davanti ai quali vergognarsi, o magari perché tali casi realmente non esistono più, ci chiudono il becco con frasi che ripetono incessantemente: «We have nothing to hide» [Non abbiamo nulla da nascondere]. È indifferente che vengano tradotte così: «Of course, we are burning down villages» [Certo, stiamo bruciando villaggi], o così: «Of course, we are torturing people» [Certo, stiamo torturando persone], o così: «Of course, we are supposed to do it» [Certo, si presume che lo facciamo], nessuna di queste traduzioni è peggiore delle altre, sono tutte corrette. Poiché i giornali americani, e non solo gli organi di opposizione senza impatto per la scarsa tiratura, ma, va da sé, quelli stampati in milioni di copie (ed anche i quattro o cinque più «raffinati» non sono da meno) pubblicano tutti i giorni racconti e immagini degli orrori commessi dai «our boys» [i nostri ragazzi!].
Come dicevo, l’idea che il loro governo, le loro forze armate, i loro concittadini in uniforme, in breve che il loro Paese sia già screditato dalle stesse atrocità, o che i giornalisti pubblicando quegli orrori quotidianamente non facciano che screditare ulteriormente il loro Paese, non li sfiora neppure. Piuttosto sono considerati screditati e screditanti solo coloro («Minorities of One» oppure «Of Two» oppure «Of Thousands») che, per desiderio di originalità e mancanza di solidarietà, si abbandonano a stravaganze morali, coloro che non riescono ad esimersi dal protestare contro il «luridume» e dal criticare le atrocità che vengono ignorate o tollerate o riconosciute o elogiate dalla pubblica opinione. In realtà, difficilmente coloro che hanno commesso infamie sono passati alla storia come «luridi», ma solo coloro che hanno invano osato chiamare «luride» le infamie e protestato contro di esse.
No, la morale non è più quella di un quarto di secolo fa. Tra la situazione della Germania nazista e quella odierna degli USA esiste una differenza fondamentale, che non è assolutamente a favore di questi ultimi. Per quanto innegabile possa essere il fatto che all’epoca milioni di persone in Germania fossero al corrente, sapessero questo o quello degli orrori commessi nei campi — malgrado tutto, quegli orrori non avrebbero mai potuto essere riprodotti, né le loro riproduzioni diffuse e trasmesse a milioni, come lo sono oggi gli orrori americani in Vietnam per il pubblico. Ciò è diventato possibile, ovviamente, solo perché i gruppi economici dominanti trattano la popolazione esclusivamente come un pubblico di consumatori, e con un tale successo che anche questi non riescono più a immaginarsi in altro modo. Impossibile rimproverarli di questo. Che ci si può aspettare da milioni di persone a cui, anno dopo anno, è stato presentato di tutto e di più (che siano matrimoni di celebrità, quartieri in fiamme a Watts, inaugurazioni di esposizioni universali, villaggi vietnamiti incendiati o serie poliziesche) in uno stato di totale derealizzazione, cioè come nei film o i telefilm? si può pretendere da tali consumatori di immagini che di fronte a un genere di immagine unico e speciale adottino all’improvviso un atteggiamento del tutto nuovo e insolito, ossia un atteggiamento morale?

* Lazy dog erano piccoli proiettili ad energia cinetica, lanciati anche a mano dagli elicotteri statunitensi, che provocavano effetti micidiali su chi veniva colpito. Guava e pineapple erano soprannomi dati a piccoli ordigni antiuomo, utilizzati nelle bombe a grappolo.

[Visit Beautiful Vietnam, 1968]