Georges Henein
Un certo tipo di fascismo deriva più che altro da un effetto mascellare.
Quando vi trovate dal dentista e vi viene messa in bocca una specie di pasta elastica e rosastra destinata a ricevere l’impronta dei vostri molari, quando vi viene intimato «stringi» e — per ragioni oscure o perché siete soliti obbedire alle imposizioni della scienza, e non solo a quelle — stringete i denti convulsivamente come se doveste castrare un nemico mortale con un colpo rabbioso, in quel preciso momento siete l’istantanea di un fascista. Poco importa lo scopo. Se ne presenterà sicuramente uno più avanti, una volta versato il primo sangue. Avete la mente vuota, mentre seguite le evoluzioni di una mosca contro il vetro. Eccellente. Non bisogna pensare troppo. Prendete esempio dal vetro. È opaco. Non riflette. In realtà state vivendo un momento privilegiato: quello in cui la coscienza diventa muscolo.
A questa descrizione di uno stato estatico aggressivo dell’uomo si potrà magari obiettare che a tanti capita di irrigidirsi in quel crampo avventuroso, senza che si debba necessariamente tacciarli di temperamento fascista. Anche un’indole bucolica e gentile viene talora proiettata nel regno di una rudezza che le è estranea. E proprio là si annida l’imprevisto e il pericolo. Se si trattasse solo di scaraventare i bruti nella violenza, i subdoli nell’inganno, i malvagi nella cattiveria, l’impresa non sarebbe di alcun interesse. Di fatto non comincerebbe nemmeno. Nessuno si darebbe da fare per confermare l’essere umano nella sua condizione, nel suo carattere. D’altro canto, non appena si accenna a mostrargli che è anche altro rispetto a ciò che è destinato ad essere, spuntano subito gli specialisti. I quali s’ingegnano a fornire una storia a coloro che non ne avevano e che stavano quasi per credere alla fortuna di non averne una. Fanno scricchiolare gli animi sereni. Descrivono le contrazioni facciali come tratti distintivi, come identità acquisite a caro prezzo.
Un giorno, in circostanze analoghe a quelle che incontriamo in uno studio dentistico, — circostanze in cui l’attesa della sofferenza viene compensata e come sostenuta dall’inaspettata concessione di mordere — un giorno si dice alle persone «stringete!». E loro stringono. E si sentono trasformate, persino legittimate. È quello il vero punto di incisione dell’essere, il punto a partire dal quale tutta una ortopedia del comportamento può ormai insediarsi, organizzarsi, realizzare la sua opera.
La tragedia delle persone fuori posto — che all’inizio si reputava un mero fenomeno passeggero, un disturbo della civiltà che non avrebbe tardato a risolversi — è diventata inequivocabilmente una delle costanti di questa civiltà che si nutre del proprio disturbo. È Prometeo rovesciato che si crogiola nel vomito. Ma in tutto ciò vi è una cosa che non si nota a sufficienza. In effetti, fuori posto non è solo l’essere fisico. Allo stesso titolo, e più o meno con gli stessi mezzi, è l’esistenza interiore di ciascuno, la somma dei suoi sogni, dei suoi desideri, dei suoi rifiuti. Allo spostamento dello spazio corrisponde la manipolazione sul posto. C’è una profonda esigenza di simmetria nell’esercizio della nuova autorità. La migrazione forzata non è che l’espressione geografica della generale modellatura dell’uomo. La tragedia visibile è solo la manifestazione apparente di un lavoro incessante e accanito che si protrae sulla materia umana. La tecnica altamente perfezionata del potere permette di scomporre, di riprendere, poi di rilanciare l’unità-uomo in questo o quell’altro circuito. Osserviamo dunque con sguardo attonito le operazioni di quelle magnifiche macchine imballatrici, snodo del fervore moderno. È praticamente impossibile per un non iniziato prevedere la sorpresa finale facendo riferimento unicamente all’inizio del processo.
L’uomo fuori posto, scomposto, ripreso e rilanciato, è un esemplare in fase di rapida moltiplicazione al quale una determinata forma di società dedica tutte le sue cure. È l’esemplare dell’infermo dinamico. Un esemplare destinato a prevalere sulle altre varietà che ancora resistono in tutto il globo, e l’avvenire avrà la lucentezza e la freddezza dello scalpello.
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Da dove arriverà allora la libertà, se non proviene dalle istituzioni che si accettano e dalle usanze a cui ci si abbandona? Essa verrà dalla facoltà sempre vivida nei migliori, di creare, al di fuori degli schemi e dei valori utili, temi irradianti che riguardano ognuno. Oltre le barriere, come diceva Pasternak. Questo movimento, che è il correttivo di tutte le intolleranze, a volte ha rallentato. Senza mai interrompersi. Ernst Jünger ha scritto da qualche parte che Botticelli ha generato una nuova razza. È così, e la frase si può applicare ugualmente ad altri creatori. L’uomo esiste allo stato di prova — e in più di un’accezione. Il suo volto è ancora — e perpetuamente — in procinto di apparire. La forma che assumerà è ogni volta un mistero, e questo mistero è la scommessa della libertà. Non siamo fatti a immagine della Legge. Siamo a immagine delle opere che amiamo. È la rivincita dell’infrastruttura — dell’interiorità dirompente — contro cui s’indeboliscono e si esauriscono tutti i determinismi.
Oggi la libertà consiste nel non credere nell’Impero universale promesso da Hegel. E forse consiste nel non credere nella Storia, i cui imperativi servono solo a controllare meglio gli uomini. C’è bisogno di molti amanti nei giardini per far dimenticare l’esistenza di persone che pensano con i denti.
[Études méditerranéennes, n. 6, inverno 1959]

